ATTILIO. Non m'impedite, di grazia, che trattiamo cosa per uscir da affanni.

CLERIA. E come?

ATTILIO. Non ho tempo di dirlo.

CLERIA. Perdonatemi di grazia, ché la dolcezza di parlar con voi mi fa trapassare i vostri comandamenti.

TRINCA. Vostro padre v'è cosí da presso, che vi vede. Andate su e, poiché sète accordati in parole, accordatevi in fatti: informatela bene del negozio e fatecelo toccar con mano.

SCENA V.

PARDO vecchio, TRINCA.

PARDO. Trinca, dove è Attilio?

TRINCA. A casa; e stimo ch'abbia una gran facenda per le mani.

PARDO. Io son molto mal sodisfatto di lui, perché non li vedo far cosa che mi vada a gusto: è tanto mutato da quel di prima, che non mi par desso. Da quel benedetto giorno—per non dir maladetto,—che menò la sorella da Costantinopoli, menò seco la cagione della sua ruina. Ahi, tardo mio pentimento! Tutti i suoi pensieri tendono all'ozio. Prima, se alzava inanzi giorno, andava alla messa, poi allo Studio, tornava a casa, si poneva a studiare; e quando era l'ora del desinare, con gran fatica lo poteva distaccar da' libri; poi si dicea l'ufficio della Madonna: tutto diligenza, ubidienza e divozione. Or, tutto il giorno in letto, non s'alza insin ad ora di desinare, non si parte da casa mai; ad ogni altro pensa fuor ch'allo studio; è divenuto insolente, mal creato, e mi beffeggia. Non va piú a messe, non dice officio; e la buona educazione, ch'ornava il suo nascimento, è tolta via da usanza cosí cattiva.