GULONE. Come egli ha ingannato me, cosí ho ingannato lui.

TRINCA. Non sai tu ch'egli sostiene quelle sue grandezze con l'ombra delle bugie e con falsa fama? E il peggio è, che hai detto mal di lui al capitano…

GULONE. Possa digiunar un mese, se è vero.

TRINCA. Giurane su questa orecchia d'asino!

GULONE. Ho sempre dubitato che fussi un asino; ma or che me ne mostri l'orecchio, ti stimerò tale da oggi avanti.

TRINCA. … Con dir che ti fa seder in un tavolino, e ti pone inanzi certe minestrine, certe insalate ricamate e gelatine figurate, e certe torte e bistorte, la carne minuzzata, le cose mal ordinate e cotte.

GULONE. Trinca, è vero che ho detto che non posso aver peggio, quando le cose non son bene apparecchiate, ché il buon apparecchio è il quinto elemento della tavola; e che le robbe sieno assassinate dal cuoco, quando non vedo pasticcioni, quarti di vitelli intieri, teste di cinghiali, e posto a tavola ogni cosa intiera; non star sempre il salame a tavola morbido e succoso. Che maggior torto si può far alle torte, quando vengono fredde, e le midolle e i grassi gelati sopra? il brodo senza lardo e senza specie? gli arrosti secchi e mal impillottati? e il peggio di tutto, che il vin non sia eccellente, dolce, gagliardo e piccante? ché ci bisognarebbe la fame arcigulonica per divorarle. Di questo mi son doluto alcune volte, e non del mancamento.

TRINCA. Tu sai che sempre sei stato in capo alla tavola; e ogni cosa è venuto innanzi a te, e tu fai la parte e dái quel che ti piace a gli altri; e ti sei alzato da tavola con la faccia piú rossa di un gambaro boglito.

GULONE. È vero.

TRINCA. Perché dici il contrario, quando mangi con altri? e quando mangi con noi, dici mal di loro?