PARDO. Ben bene.
TRASIMACO. E vo' che veggiate che conto tengono di me i principi del mondo: ho pieno il petto, i calzoni e le valiggie di lettere che mi mandano. Ecco quella a punto del Gran Turco: All'illustrissimo e strenuissimo cavaliero, il capitan Trasimaco de Sconquassi, mio carissimo amico e generalissimo delle mie genti. Ecco quella del re Filippo: Al venerabilissimo e stupendissimo capitan Sconquasso de Sconquassi de Squassamenti, mio lugar teniente e general de' miei esserciti. Ecco quella del re di Francia: Al mio amatissimo Colonello e Maestro, sotto il quale ho imparato la milizia. Ecco quella de' veneziani e di altre republiche, ch'io non ne tengo conto; e io non son uomo di bugie, ma m'è cara la veritá.
PARDO. È tanto cara, che la serbate per voi; né ve ne cavarebbe una di bocca quante tanaglie ha il mondo.
TRASIMACO. Però non bisogna dar credito a furfanti; e volendo informarvi chi sia, andate in Persia e dimandate di me, che feci nella guerra fra turchi e persiani; andate in Tartaria e dimandate al Gran Can; andate al Giappone e dimandatene il re Quabacondono; gite nell'Indie, nel Messico, in Temistitan, e dimandate alli caccichi Abenemuchei, Anacancon, Aguelbana, Comogro, Ciapoton, Totonoga e Caracura, e altri e altri: cosí saprete chi sono.
PARDO. Mi vo' partir or ora per cotesti luoghi, e come mi sarò informato, tratteremo del matrimonio. A dio.
TRASIMACO. Almeno vi parteste con piú creanza; ma t'escusa la vecchiaia, che tutto il mondo non ti scapparebbe dalle mie mani. Assai mi curo io di tua figlia! Ho le regine che mi pregano: mi dava una sua figlia il Turco, s'accettava il bellerbeiato della Grecia; una sorella il Principe di Transilvania, se voleva esser suo vaivoda; la regina Lisabetta d'Inghilterra mi volea per marito, se volea pigliar la sua protezion contro Filippo secondo. Ma buon per te, che ti sei partito; ché or, che mi bolle il sangue, non mi terrebbe il rispetto ch'eri un vecchio rimbambito, barboggio. Non dovevi invecchiare, se non volevi diventar cosí ignorante.
SCENA VII.
TRINCA, TRASIMACO.
TRINCA. (Ecco il capitano. O che maladetta sia la bestia, che ha piú dell'asino che del cavallo: non ho visto maggior poltrone che mangi pane: vorrei farlo venire alle strette col parasito: gonfiarò il ballon del suo capo con mantaci di vantamenti).
TRASIMACO. Férmati, o tu, di grazia; ch'or che ferve l'ardor dell'ira, e son tutto rabbia e furore, e la colera mi soverchia—ché l'induggio, che si frapone alle vendette, allarga le ferite del cuore,—vo' che sii spettatore del castigo, che vo' dar a quel poltron di Gulone, perché sei stato relator delle mie ingiurie.