ATTILIO. Pazzo è chi stima ch'uno innamorato possa reggersi da freno di ragione, perché l'animo è in tutto offuscato dall'amorose passioni.
CONSTANZA. Trovatevi un'altra sposa od innamorata piú bella.
ATTILIO. Amor non vuol cambio. O Cleria, in un medesimo tempo ti racquisto e ti perdo. Ritenerti non lece, ricusarti non posso: racquisto una sorella, perdo una sposa; e tu medesimamente acquisti un fratello, ma perdi un amante. O gran mutazione de' nostri desidèri! O padre, non puoi dolerti piú di me, che t'abbia ingannato e non dettoti il vero: mi desti danari per riscattar la sorella e la madre, ecco v'ho riscattata la sorella e condottala a casa tua: e hai avuto da me quanto hai desiderato. Né io posso dolermi se non di me stesso, perché solo ho ingannato me stesso.
CONSTANZA. Figlio, del male almen n'è uscito un tal bene.
ATTILIO. Ahi, che tanto movimento di sangue, che mi occupò il core nella prima vista, stimava che fosse dalla tua bellezza; ma era dalla forza del sangue, perché eravamo nati di un medesimo sangue; e io sciocco non me ne accorgeva. O madre, quanto m'è cara la tua venuta, tanto m'è acerba: questo giorno me ti dá e me ti toglie: nel giorno, che hai conosciuto tuo figlio, lo perderai: questo è il primo giorno che mi vedi, e l'ultimo che mi vedrai, che è forza che mi parta dalla casa, dalla vita e dal mondo tutto.
CONSTANZA. Chi ti vieta, o figlio, che non vivi e stia in casa tua?
ATTILIO. O che crudel ricordo, ch'io viva! vuoi che resti vivo, per vedermi vivere d'un perpetuo morire? a chi non può scampar in modo alcuno, gli è assai men grave il morire. La morte è un dolce porto de' miseri, a niuno è chiuso, raccoglie tutti; e vuoi che resti in casa mia? La casa mia m'era cara per colei che ci abitava meco; ma, poiché con quella non lece piú, torrò da me stesso un perpetuo essiglio per non tornarci piú mai. Mi sarebbe la casa un vivo inferno, un perpetuo incendio ardente. O Idio, che insopportabil dolore è quel ch'io sento, o qual miseria è che pareggi la mia? o che gran meraviglia è ch'io viva! O Cleria, io ti perdo, senza ch'altri me ti toglia; e sendo in casa mia, onde niuno mi caccia, è forza che ti lasci e abbandoni. Per esser tu troppo congionta meco, è forza che da te mi disgiunga. O leggi, o costumi umani a me contrari! S'armano contro me le leggi e i costumi de gli uomini. O madre, che amara novella m'hai tu data! o quanto piú grata mi saresti, se conceputo non m'avessi o generato in questa vita, overo uccisomi nella cuna. Che obligo debbo averti della vita, che m'hai data, se con una amara nuova mi togli la vita e l'anima insiememente? Goditi, madre, la tua figliuola nuovamente acquistata, e lascia che il tuo figlio vada tapinando per il mondo, senza suspetto che tratti piú mai con la sorella.
CONSTANZA. O che disgrazia è la mia! pensava dar allegrezza alla mia casa, e sono stata istrumento e ministra di crudel ufficio. Mi pensava che scampata dalla servitú di genti barbare e ricovratami nella mia casa, avesse vissuto il restante della mia vita, felicissima. Ma sarebbe stato per me meglio, che fusse restata in man de' turchi, povera vecchia e disgraziata, e non fosse qui venuta spettatrice d'una miserabil tragedia. Ahi, che non è cosa stabile o felice sotto le stelle! Figlio, era mia intenzione darvi piacere e non disgusto.
TRINCA. Padrona, andate su e non fate penar vostro marito in aspettarvi. Ecco il compagno dell'allegrezze e de gli affanni vostri.