GIACOMINO. Cappio, ti burli di me?
CAPPIO. Giá cominciate a freneticar senza febre.
GIACOMINO. La febre amorosa mia è stata sempre continua e cosí ardente nel cuore che non mi lascia mai per un sol momento.
CAPPIO. Forse son resuscitati gli amori di Salerno?
GIACOMINO. Non son resuscitati, perché non moriro mai. Sappia il mio caro Cappio che dal dí che mi partii dalla mia Altilia l'anno passato da Salerno, restai il piú misero ed infelice uomo che viva; ma ben aventurato e felice che, in questa mia miseria ed infelicitade, la memoria de' ricevuti favori e la speranza di avere a tornar presto a rivederla son stati saporitissimo cibo alla fame e al digiuno de' miei pensieri, che agl'incendi miei desideravano rinfrescamento; ché s'io avessi voluto con importuna temeritá violar la modestia, la generositá dell'animo suo e il merito del suo amore, arei conseguito da lei quanto desideravo.
CAPPIO. Per quanto accorger mi potei, ella altro non bersagliava che avervi per isposo.
GIACOMINO. Ella ha compito il bersaglio, ch'io altro non desidero che averla per moglie.
CAPPIO. Non so se l'avarizia di vostro padre contenterassi che voi toglieste per moglie una figlia d'un maestro di scola e senza dote.
GIACOMINO. I suoi costumi e la bellezza son tali che la rendono degna di maggior uomo ch'io non sono, e senza dote. Queste doti apportano piú danno al restituirle che ricchezza quando si prendono. E che maggior tesoro della sua bellezza? Ella ave oro nei capelli, zafiri negli occhi, rubini nelle labra e perle ne' denti. Qual miniera produsse mai cosí fin oro o sí ricche gioie? O me sopra tutti gli uomini felicissimo, s'io possedessi un tal tesoro!
CAPPIO. Che ordinate che si facci?