LARDONE. Quello è giá digesto.

LIMOFORO. Perché andar disperso a quest'ora?

PEDANTE. Lo saprete a bell'aggio in casa, ch'or sto «in cimbalis male sonantibus», che per disperazione volea buttarmi in un sarcofago.

LIMOFORO. Entriamo, ché la porta è aperta.

LARDONE. Questo incontro a un par mio? Quando io sperava questa notte empirmi lo stomaco a scorpacciate da taverna e scacciarmi la sete a salassate de bótti, mi trovo martorizzato dalla fame e abbrugiato dalla sete. Ah, Giacomino e Cappio, cosí m'avete tradito? M'avete talmente guasto lo stomaco che non basteranno quanti impiastri e medicine ha una speziaria a ristorarmelo; ma io non sarò tanto goffo che mi lasci morir di fame dentro un forno di pane né di sete in un magazzino di vino. Scoprirò il fatto ad Antifilo; e la gelosia l'infiammerá talmente alla vendetta che vedrò fulminar le spade su gli occhi e i pugnali su le gole fra loro. Scommodando gli amori di Giacomino, accommodarò il mio stomaco. Devo io osservar fede a chi mi manca di fede? Io intanto apparecchiarò le scuse e le gambe per sfrattar la campagna, e al peggio le spalle alle bastonate. Vuo' piú tosto morir satollo e da forfante che morirmi di fame e da uomo da bene.

ATTO IV.

SCENA I.

GIACOMINO, CAPPIO.

GIACOMINO. O Cielo, che soave dolcezza, che ineffabile armonia può trovarsi in questa vita che due cori congionti in un sol core, due vite in una vita e due alme in un'alma d'un reciproco amor congionte, dopo tante pene, lacrime e tormenti, giongere a quel da loro tanto bramato bene? O diletto indicibile, o soavitá eroica, o piacere che supera e avanza ogni altro piacere e diletto! Deh, ch'io non posso trovar parole con le quali possa esprimere cotanta gioia! O veramente felici e ben avventurati coloro che giongono a tanta altezza di gioia! Misero me, che avendo gustato tanta dolcezza e accesomi in tanto incendio intorno al core, come potrò mai vivere senza lei? ché essendo d'un cor congionti insieme, d'un'alma e d'una fede, tanto sarebbe separar l'un dall'altra quanto l'uno e l'altra viver senza la vita. Disporrò quanto posso mio padre; e vedendolo ostinato a non voler compiacermi, alfin farò a mio modo. Doppo l'effetto mi disse piangendo:—Vi raccomando l'onor mio!—O che mirabile effetto è quello che fan le lacrime delle donne ne' cuori degli amanti. Gli risposi:—E come posso io compensar tanta liberalitá con tanto onore, con che voi stessa concessa m'avete e la persona e l'onor vostro, se non con l'atto del matrimonio?—Veramente la natura delle donne è tanto dolce che, per duro che sia un cuore, lo fa subito tenero e liquefare in lacrime. Ma par che mi senta un messo nel cuore, mandatomi dal mio continuo pensiero, che dice che speri bene.

CAPPIO. Padrone, vorrei lasciaste cotesto prologo, e pensiamo allo scandolo che sia per avvenirne quando saprá il pedante che Altilia sia stata trafugata e toltole l'onor suo; e sapete che Antifilo, vostro contrario, non sta con le mani a cintola, ché una ne pensa l'oste e l'altra il pellegrino. L'aiuterá per la gelosia che lo rode.