ARMELLINA. Rido del desiderio che ho di vederlo.

VIGNAROLO. Ti dico che, vedendo me, tu vedi lui.

ARMELLINA. E pur io vi dico che, veggendo Guglielmo, veggio voi e non il vignarolo.

VIGNAROLO. Oh sia maladetto quando mi trasformai! Io sono Guglielmo di fuori ma di dentro sono il vignarolo, ché un certo astrologo mi ha trasformato.

ARMELLINA. Voi volete far la burla.

VIGNAROLO. Mi è innodata tanto la lingua che non posso parlare. Vorrei disfarmi e non posso, vorrei dar della testa nel muro per tornar quello che era prima. Or sí che questa è una disgrazia mai piú veduta! Ti dico, Armellina mia, che dentro sono il vignarolo.

ARMELLINA. Che bisogna adunque aspettar che Guglielmo partorisca e far il vignarolo, o scorticarvi per cavarvelo fuori?

VIGNAROLO. Dammi campo franco in una camera, ché conoscerai quanto ti dico.

ARMELLINA. Non vo' andare in camera con i padroni; io ci andarei con il vignarolo, sí bene da solo a solo.

VIGNAROLO. O fortuna traditora, o astrologo traditore, o padrone assassino, che mi avete fatto trasformare in un'altra persona; ché ora vorrei esser quel di prima e non ci posso essere! Rifiuti quel che desideri, e non conosci quel che hai: andiamo in camera e ci metteremo soli fino a domani, finché ritorni alla mia figura.