PANDOLFO. Ed io prima di tutti. E per maggior sicurezza della mia voluntá, sapendo quanto gli animi giovanili siano pronti e leggieri a promettere e poi a pentirsi, vuo' che le promesse si confermino, ché non abbiamo a rampognar poi e a litigare:—Non la intendeva cosí, non mi pensava cosí.

ARTEMISIA. Oh come dice bene!

LELIO. Anzi benissimo!

PANDOLFO. Io voglio essere il primo a giurare. E giuro la sentenza, che uscirá dalla bocca vostra, averla sempre per rata e ferma e osservarla in ogni modo.

EUGENIO. Ed io ne arcigiuro.

LELIO. Ed io ne stragiuro.

SULPIZIA. Io giuro osservare tutto quello mi vien comandato da mio padre.

ARTEMISIA. E vo' medesimamente osservarlo, piú che se fosse mio padre.

PANDOLFO. Orsú, Guglielmo caro, ognun pende dalla vostra bocca, non s'aspetta altro che la vostra sentenza: voi sète il giudice, la ruota e tutto il tribunale, e il vostro decreto sará inappellabile.

GUGLIELMO. Signor Pandolfo, voi non sète come i giovani, i quali come bestie non mirano piú oltre che cavarsi li loro sensuali appetiti; ma in quella etá che i calori della concupiscenza son giá spenti, né si devono destar con invigorirli con novi incendi di sozzi e disonesti pensieri ma mortificando la concupiscenza. Risvegliatevi da questo amor terreno in cui gran tempo dormito avete, e aprite gli occhi alla luce della veritá; e se non potete con la propria virtú, innamoratevi della gloria che vi solleverá, ché la madre della vera gloria è la propria virtú. Raccordatevi de' vostri maggiori, delle loro grandezze, e cercate d'imitargli con tutti i vostri studi; di vostro padre che fu uno ritratto e una imagine del ben vivere, e con quanti degni e onesti costumi vi ave allevato: e che questa vita è molto indegna della gravitá e prudenza di che avete dato tanto presagio nelli anni giovanili, onde l'onor passato vi dovrebbe spronare a piú alti gradi di onore….