PANDOLFO. Che ha da fare questa prattica con la sentenza che avete a dare?

GUGLIELMO. … E ben sapete che le principali cose che si ricercano nel matrimonio sono le conformitá delle etadi e de' costumi; né si devono violentare i figliuoli o le figliuole a tôr chi noi vogliamo. Or considerate che conformitá di etade è fra te e mia figliuola, ché ella è di sedici anni e tu di ottanta, che vi potrebbe essere due volte nipote. Considerate che diranno le genti, che un gentiluomo pari vostro, ben nato, ornato di saggi fregi di onore e vivuto con tal splendidezza di vita, e poi all'ultima vecchiezza volersi ammogliare: o che siate vecchio rimbambito o che il cervello vada a spasso, e altre ingiurie piú vituperose. Considerate che naturalmente i giovani odiano i vecchi; e che un uomo stracco dal tempo non possa star al martello con una giovanetta, se non per altro, almeno per la disonestá del fatto e per l'esempio, che si dá a' giovani, di poca modestia….

PANDOLFO. Finiamola di grazia.

GUGLIELMO. … Io vo' che Artemisia mia figliuola sia moglie di Eugenio vostro figliuolo; e Sulpizia vostra figliuola, avendola prima giudicata degna di me, sia moglie di Lelio mio figliuolo: l'una perché ambedue sono ne' primi fiori della loro giovanezza, l'altra perché gran tempo fra loro si sono amati modestissimamente, e non facciam cosí gran torto a' loro onestissimi amori. E voi, signor Pandolfo, abbracciate la pazienza e sposatela!…

PANDOLFO. Vi ringrazio che con tante lodi medicate le ferite che piovono sangue. (Ah, vignarolo traditore, per buon rispetto ritengo le mani e la lingua in presenza di costoro!).

GUGLIELMO. … E ricordandovi i tradimenti della prima moglie dovereste abborrir la seconda; ché non dican le genti che sète cavallo di dura bocca, ché non avendone domata la prima cercate la seconda. So bene che non tantosto sarebbe a casa che ve ne pentireste; onde, avendo a pentirvene, sará meglio che non la togliate….

PANDOLFO. (Se non ti faccio pentire! presto finiranno queste ventiquattro ore e tornerai quel di prima).

GUGLIELMO. … Pandolfo mio caro, siate piú tosto ragionevole che ostinato, e non inquietate voi stesso e gli altri con i vostri sproporzionati amori; e se ritornate in voi stesso, conoscerete che la sentenza data da me è in vostro favore e piú a proposito per voi. Mi raccomando.

PANDOLFO. O diavolo, o trenta diavoli, o traditore, o gaglioffo can mastino, se non te ne farò patir la penitenza, possa morir squartato! Me l'hai accoccata: giá il dolore e l'affanno è tanto che mi stringono il cuore che non so come non muoia. O Amor traditore e maladetto, o femine manigolde, o vecchiezza traditora! si è consertato mio figliuolo con Lelio, con Cricca e col vignarolo, l'aranno subornato, e mi hanno aggirato con le loro astuzie e inganni, ché tutti si sono rivolti contro di me. Quando mi pensava aver acquistato il premio di una famosa e illustre vittoria, mi trovo essere perditore. O cieli, o stelle, o mondo iniquo, o fortuna disleale! ma perché debbo dolermi del cielo e delle stelle, del mondo e della fortuna, se non di me stesso che son stato ministro del mio male? ché una cosa di tanta importanza non dovevo commettere in mano di un furfante, villano, ignorante, traditore. Conosco l'errore quando non ho piú rimedio: non mi è altro restato di conforto che la vendetta. Mi son lasciato burlare, offendere e tradire da chi non è buono offendere e tradire una formica. Queste mie braccia e queste mani mi siano tagliate se non me ne vendicherò! se dovessi morire lo aspettarò, il trovarò, il castigherò a mio modo!—Ma ecco che se ne vien il furfante di modo se non avesse fatto nulla.

SCENA III.