GUGLIELMO. Ah, lorda, rognosa, pidocchiosa!

ARMELLINA. T'ho lavato il capo della lordura, tigna e pidocchi.

GUGLIELMO. Se non te ne pagherò, possa sommergermi un'altra volta! non so che mi tenga che non rompa e spezzi le porte e non ti uccida di bastonate.

SCENA V.

LELIO, ARMELLINA, GUGLIELMO.

LELIO. (Non so con chi ragiona Armellina: mi pare forastiero). Con chi parli?

ARMELLINA. Con l'anima di vostro padre, che vuol entrare per forza in casa nostra.

LELIO. Veggio l'aspetto di mio padre. Oh quanto se gli assomiglia! Se Cricca non me ne avesse avisato prima, chi bastarebbe a farmi credere che fosse il vignarolo? Certo sará qualche spirito dell'inferno che ha costretto l'astrologo a venire in cotal forma.

GUGLIELMO. (Costoro mi faranno venir tanta rabbia col vignarolo e con l'astrologo che mi farebbero sommergere un'altra volta nel mare da me stesso! Da chi spero essere riconosciuto se l'istesso mio figliuolo non mi conosce?).

LELIO. Oh possanza delle scienze! quanto son grandi! Or chi bastarebbe a credere che i potenti influssi delle stelle partorissero tanta varietá? Mutar un uomo in un'altra forma! Lo vorrei schernire e burlarlo, ma mi par tanto simile a mio padre che la riverenza del suo aspetto mi ritiene.