Convinto che soprattutto l'Italia ha bisogno di riabilitarsi nell'opinione del mondo con forti e magnanimi fatti, e che la libertà, come il pane, dev'essere acquistata col sudore della propria fronte, egli vuol combattere solo co' suoi le italiane battaglie, e respinge come uno sfregio all'onore nazionale, e una macchia che rimarrebbe eterna nella storia d'Italia, ogni idea d'intervento straniero. L'Italia deve, e volendo può fare da sè, glielo impone il suo passato, lo esige l'altezza della sua missione avvenire. Lo schiavo ognor fremente, e in continua lotta virilmente sostenuta è per lui la più sublime protesta dell'uomo conscio della propria dignità; quegli che infingardo o fiaccamente operando invoca, e accetta sollievo dalla carità altrui lo muove a sdegno e disprezzo. Ei vorrebbe prolungata la schiavitù della patria, anzi che averla libera per mano straniera. Spezzerebbe la sua spada, e tra i ferri nemici cercherebbe la morte se all'Italia fosse riserbata quell'onta.

Uomo dell'Umanità, ei vagheggia nell'avvenire la fratellanza dei popoli, ma al banchetto delle nazioni ei vuol sedere da eguale, o non sedere. Può l'Italia dalla sua altezza discendere come l'uomo Dio nelle tenebre del sepolcro, ma come l'Uomo Dio deve risorgere per sua propria virtù — Grande sovra tutte le nazioni nel passato, deve esserlo nell'avvenire; l'esempio altrui male s'attaglia a chi esce dalla sfera comune.

Educato fin dai primi suoi anni ai principii delle libertà popolari e convinto che a raggiungere l'altezza de' suoi destini l'Italia deve in un futuro più o meno lontano essere una, ogni suo pensiero ed ogni suo atto concernente alla Patria, fu sempre diretto a quelle due mire; ma conscio egualmente che anzi tutto denno gl'Italiani acquistarsi l'indipendenza, egli, come tutti i suoi fratelli di fede politica[14], è pronto, messa a parte ogni individuale convinzione, a far sua la bandiera di colui, che offrendo maggior probabilità di riuscita, entrerà in campo irrevocabilmente deciso a cacciare oltr'alpe l'austriaco.

Garibaldi conta oggi 42 anni d'età. La stessa energia e l'ardore medesimo della prima gioventù governano tuttora quell'anima indomata. Il suo discorso breve, e d'ordinario pacato, s'infiamma, e dai suoi occhi scintilla un insolito splendore quando parla di patria e di gloria nazionale. Austero nei costumi, parco nel dar lodi, dal suo labbro non esce mai detto che offenda; delle offese ricevute non degna mover lamento e le obblia. Inesorabile nel suo sdegno verso i codardi ed i tristi, è indulgente co' valorosi.

Senza alterigia, come senz'umiltà, tratta con egual rispetto chiunque; il semplice soldato come ogn'altro ha sempre libero accesso a lui; pari all'ultimo de' suoi nel cibo, nel vestire e nelle privazioni della vita militare, si distingue soltanto per l'aspetto decoroso e la reverenza che nessuno sa negargli. Quanti l'avvicinarono gli rimasero amici: i suoi compagni d'armi ebbero sempre per lui affetto di figli. Allorchè un doloroso pensiero gli travaglia l'animo, ei suole calarsi sulla fronte il berretto e starsi o passeggiare solo e taciturno; ha il passo non greve, ma lento, e l'andare composto a gravità senz'ombra di studio. Per lo più serio e sopra pensieri, la vista d'un amico lo allegra e chiama il sorriso sulle di lui labbra. Fra persone di sua intimità talora s'abbandona allo scherzo, ma per poco, quasi l'assalisse rimorso d'aver sprecato il tempo. — Riverente alla madre, ottimo marito, è co' figli or sorridente, ora severo.

I tanti travagli durati per la propria patria e l'altrui gli hanno fruttato povertà, persecuzioni, un nome onorato in Europa e in America[15], l'odio dei tristi e l'amore del suo paese, di cui forma una delle più splendide glorie. Lasciò in Nizza la vecchia madre, coi tre figli, Menotti, Ricciotti e Teresita, all'educazione de' quali provvede con affetto di padre l'avvocato Garibaldi cugino del Generale: — egli, il suo amico Daideri, e non altri.

Uomini generosi, di cui non è difetto la Dio mercè in Italia, offersero al prode uomo ragguardevoli somme, che non accettò. D'indole laboriosa, egli trova dovunque come sostentarsi coll'opera sua; all'uopo non esiterebbe un solo momento a imbarcarsi per semplice marinaio. Sobrio, modesto, e tollerante le fatiche, poco gli basta.

Accettò con lieto animo una spada superbamente lavorata in Firenze, frutto d'una soscrizione nazionale. Un'altra eseguita dall'egregio artista Borani in Torino, dono essa pure de' suoi compatrioti, sarà tra non molto depositata nella sua casa materna.

Di queste spade una rappresenta nell'impugnatura l'Italia, che appoggiata al brando attende a ristorare le proprie forze.

Dio le infonda vigore! Quando l'ora di sollevarlo nuovamente sarà giunta, Garibaldi nol lascerà giacere ozioso. Dalle aride montagne di Marocco, donde mirando all'Italia, medita la grande vendetta, tornerà fulmine di guerra, a dar nuove glorie alla patria, nuovi argomenti d'odio ai malvagi, e, Dio confermi l'augurio, l'ultimo colpo all'austriaco fuggente oltre l'Alpi!