Nel suo tragitto da Genova alla volta di Barberia, il vapore che lo conduceva approdò in Cagliari, ove la popolazione appena informata della sorte di Garibaldi s'affollò numerosissima sulle barchette, spinta dal desiderio di vedere almeno una volta quell'uomo di cui avevano udito tante nobili e maravigliose imprese. I fieri isolani, nelle cui vene scorre ardente il sangue latino, fecero ripetute volte echeggiare quelle sponde agli evviva al forte Italiano, e agli auguri di più lieta fortuna in non lontano avvenire — Era quello un ultimo addio, che l'Italia mandava al prode guerriero dall'estremo suo lembo — E quell'addio si prolungava sulle acque del golfo, come grido di madre desolata che vede strapparsi dal seno il prediletto suo figlio.
Salpato poco dopo per Tunisi arrivava in quel porto il giorno 21 di settembre; ma anche là attendevalo la vendetta francese e la persecuzione del governo sardo, se è vera la voce che ne corse[13].
Il Bey cedendo alle esigenze della grande nazione che non poteva vivere tranquilla se quell'uomo avesse avuto stanza in Barberia, negò il permesso a Garibaldi di sbarcare nella sua città. E al medesimo tempo quasi avesse voluto manifestargli l'animo suo non avverso, e forse anco a scusa del rifiuto impostogli dal più forte, il Bey gli offerì un vapore perchè si recasse a Malta, ove fosse piaciuto a Garibaldi trasferirvisi.
Simile anche in ciò a Mario, che fuggitivo dalle coste d'Italia si rivolse a quell'istesso porto, non molto discosto dal quale sedeva l'antica Cartagine, e dovette subito allontanarsene riprendendo nuovamente il mare per sottrarsi alle persecuzioni de' suoi concittadini e de' barbari, Garibaldi tornò indietro colla stessa nave, dal comandante della quale fu sbarcato nella piccola isola di Maddalena, collocata presso la costa settentrionale della Sardegna, ed ivi lasciato sotto la custodia del comandante militare del luogo, fino a che il governo avesse preso nuove determinazioni.
Quell'isoletta fu per Garibaldi l'oasi invocata dal viaggiatore affranto dalle lunghe e perigliose fatiche del deserto, sconvolto da fierissimi venti. Ivi trovò riposo, e volti amici e cuori che fecero sue le di lui pene. — Tutti quegli abitanti andarono a gara per testimoniargli l'interesse e la stima che sentivano per lui. Dal più ricco al più povero nessuno tra i buoni isolani lasciò di stringere quella mano che aveva sì fieramente percosso i nemici d'Italia; tanto essi l'amavano, tanta confidenza aveva egli ispirata col suo fare semplice e cordiale! — Crediamo dover nostro di specialmente rammentare qui a titolo d'onore il signor Susini sindaco nell'isoletta, padre di quell'istesso Susini, scelto da Garibaldi a suo successore nel comando della legione italiana in Montevideo, da cui il nostro amico ebbe le più distinte prove di affettuosa amicizia.
Nei molti giorni, che quasi dimenticato rimase colà, ei soleva per allontanare da sè la cupa malinconia, da cui era tormentato, esercitare il corpo e distrarre la mente colla caccia e la pesca, di lui prediletti passatempi. E un giorno mentre egli era in riva al mare vide un burchiello a vela navigare lungo la costa con evidente pericolo di capovolgersi, soffiando impetuoso il vento; nè s'ingannò, che poco dopo cresciuto questo in forza e fattosi più turgido il seno della vela, non presentando l'esile barchetta sufficiente peso a mantenere l'equilibrio, si piegò rovesciandosi sulle acque. A quella vista non rimase Garibaldi freddo spettatore; si precipitò nel mare seguito da un suo compagno, e tanto s'adoperò colle robuste membra e coll'ingegno, che que' naviganti furono salvati. Così la Provvidenza diede a lui occasione di mostrare agli amorevoli suoi ospiti in qual guisa ei paghi i debiti di gratitudine.
Non consentendo il governo ch'egli rimanesse più a lungo nel territorio sardo, fecelo trasportare dal brigantino il «Colombo» a Gibilterra, unico luogo ove potesse recarsi tra i più vicini in Europa. Al suo arrivo colà ebbe l'assenso del governatore soltanto per isbarcarvi e rimanervi pochi giorni. Richiesto il Console spagnuolo se sarebbe accolto in qualche punto della Spagna, n'ebbe risposta negativa — Andare in Francia non era cosa che potesse venirgli in mente. A fronte di tante turpitudini, il Console degli Stati Uniti d'America e con lui gli uffiziali delle sue navi da guerra, quasi a protestare contro tanta infamia per l'onore dell'umanità, si presentarono ad offrire al valent'uomo perseguitato dai vermi della diplomazia, oro, asilo nel loro paese, e un legno da guerra per trasportarvelo — Garibaldi non volendo allontanarsi d'Europa ringraziò que' nobili figli della libera America, e preferì tentare di nuovo l'Affrica. Partì pochi giorni dopo per Tangeri, nell'impero di Marocco, ove fu accolto da persona amica, e trovò quel pacifico asilo che invano aveva desiderato in patria.
All'apprendere questi fatti i posteri maraviglieranno senza dubbio per tanta ingratitudine verso un così illustre cittadino, e chiederanno indignati se le proteste d'amore alla causa italiana e alla libertà tanto spesso ripetute ai dì nostri da certi individui, fossero un'ironia gettata in volto a un popolo di imbelli!
Tutta la vita di Garibaldi è un continuo e non infecondo sacrifizio alla libertà e alla patria. Nei suoi atti d'uomo privato, come in quelli d'uomo pubblico, ne' lieti convegni degli amici, come nelle serie e gravi adunanze, uno fu sempre l'oggetto ch'ebbe in mira, uno l'argomento dei suoi pensieri e de' suoi discorsi: Patria e Umanità.
Le sublimi aspirazioni della forte anima sua costantemente s'elevarono a quell'altissimo concetto; di ogni altra cosa poco o nulla prese mai cura, perciò fu visto combattere sempre, e la causa americana difendere con quell'ardore medesimo con cui impugnò le armi in Lombardia ed in Roma — Al pensiero tenne sempre dietro e incessante l'azione.