Ignoravasi dovunque la sorte toccata all'uomo che aveva con sè l'amore di tutti: non v'era patriotta in Italia che trepidante non ne chiedesse novella: erasi sparsa la voce che avesse approdato in Venezia, e fu questa una pietosa invenzione per eludere l'austriaca vigilanza; in Venezia stessa era stato annunciato imminente il di lui arrivo, ma fra l'incertezza di queste voci tutti perdevansi in conghietture, e facevano voti per la salvezza d'un tant'uomo: la speranza di saperlo fra non molto fuori d'ogni pericolo albergava nel cuore di tutti i buoni, ma talora le liete speranze veniva a troncarle il lungo silenzio e il non udirne mai nuova.

Frattanto egli imbattutosi in uomini pei quali la patria è una sacra parola, aveva in essi trovato appoggio ed asilo fraterno; molti giorni rimase celato in luogo, che non crediamo ancora fuori di pericolo per que' generosi il rendere noto; di là scortato sempre da qualche fido da uno in altro punto veniva lentamente avvicinandosi: sovente ozioso nel giorno, e ricovrato ne' boschi aspettò il favore della notte per continuare il viaggio, talora incalzato dagli eventi s'aggirò tra le file dei nemici, mentre forse stavano meditando in qual modo avrebberlo potuto raggiungere; altra volta mentre seduto in una osteria attendeva a rifocillarsi, capitò, e s'assise accanto a lui il croato, che senza sospetto vide quello sconosciuto alzarsi e partire.

Dovunque egli trovò ardenti e coraggiosi patriotti, che per lui non badarono a pericoli nè a fatiche; e sappiamo d'un parroco il di cui nome aspettiamo tempi men tristi per segnalare alla riconoscenza di tutta Italia, il quale confortò l'illustre fuggiasco di tutte quelle amorevoli cure, che soltanto sa suggerire un nobile animo, educato alla sublime dottrina del Vangelo.

Finalmente dopo tanto errare, dopo tante dolorose vicende rivedeva la marina dalla costa toscana. Novello Mario inseguito da crudeli nemici e colla morte ruggente alle spalle, egli pure dalla spiaggia tendeva lo sguardo sulle onde in traccia d'una vela, che il raccogliesse, e come Mario ei vedeva una barca propizia a suoi voti approssimarsi alla riva ed accoglierlo nel suo seno: ma del fuggiasco romano più fortunato egli trovava cuori generosi, che lungi dallo spaventarsi all'apprenderne il nome, vogarono più lieti alla costa sarda, superbi di poter salvare un tant'uomo.

Era il 5 di settembre, ed il giorno trentacinquesimo del travaglioso viaggio, allorquando la barca guidata da pescatori, raccoglieva la vela sulla rada di Porto Venere. Garibaldi aveva unicamente tre lire in suo potere! e male ei quindi poteva rimunerare a danaro i suoi salvatori, cui diede unica ricompensa un'abbraccio, che que' buoni popolani accolsero colle lagrime agli occhi, e uno scritto, che renderà fede ai futuri della sua riconoscenza per tanto benefizio.

Ricevuto in Porto Venere con segni di manifesta reverenza e d'amore dal popolo, ebbe da un amico i mezzi per recarsi a Chiavari, ove appena arrivato, il governo per mezzo de' suoi agenti s'impadronì di lui, e fecelo scortare coi carabinieri a Genova, ritenendolo ivi custodito nel palazzo ducale.

Il Parlamento appena conosciuto il reo procedere del ministero contro un cittadino, che aveva pur tanti diritti non solo ad un'accoglienza amorevole per le sue sventure, ma al rispetto e ad ogni onorifica dimostranza per quanto aveva operato in pro della patria comune, biasimò altamente ed a gran maggioranza di voti quello scandaloso contegno, adottando il seguente ordine del giorno, che noi riferiamo ad encomio dei nobili sentimenti e dell'indignazione generosa, manifestati nella tornata del 20 settembre dai rappresentanti nazionali. «La Camera dichiarando che l'arresto del generale Garibaldi e la minacciata espulsione di lui dal Piemonte sono lesivi dei diritti conservati dallo Statuto e dei sentimenti della nazionalità italiana passa all'ordine del giorno.»

In onta del quale Garibaldi continuò ad essere sostenuto in prigione, ove molti fra i più ragguardevoli uomini che trovavansi in Genova, e gli uffiziali del presidio affollavansi ogni giorno a visitarlo. Non mai uscì dalla sua bocca un lamento intorno a quel modo d'agire verso di lui, sembrava non accorgersi, o non dare alcuna importanza a quel passeggero capriccio della nemica fortuna. A quanti l'avvicinarono in quei giorni, egli non d'altro parlò che dell'avvenire d'Italia, confortandoli ad aver fede e ad unirsi concordi per la guerra nazionale, nè lontana, nè perduta, affine di raggiungere la bramata vittoria. Quegli stessi che prevenuti contro di lui andarono a vederlo per mera curiosità, ne partirono compenetrati d'un senso d'ammirazione, se non d'affetto.

Quanti altri che formano attualmente i più bei titoli che abbia l'Italia alla stima delle nazioni sono, com'era, ed è in parte tuttavia Garibaldi, calunniati, e costringerebbero in egual modo i loro nemici a ricredersi ed a stimarli, se fossero ben conosciuti!

Desiderando Garibaldi rivedere la vecchia madre in Nizza ed i figli, consentì il governo che v'andasse sopra un vapore: si disse che un agente di polizia in incognito lo accompagnasse. È impossibile descrivere l'entusiasmo del popolo nicese al rivedere il suo concittadino dopo tante avventure e dopo i fatti di Roma. Trattenutosi colà appena il tempo necessario per visitare i parenti e gli amici, risaliva a bordo del vapore per tornare a Genova, giusta la data parola, e mettersi nuovamente alla disposizione del governo. Il quale fermo nell'allontanarlo dallo Stato, alcuni giorni dopo fecelo trasportare con un vapore da guerra a Tunisi, avendo Garibaldi scelto per luogo della sua dimora quell'affricana città, venutigli forse in dispetto cotestoro della civile Europa, che con atti da veri barbari toglievano ai popoli la libertà, bombardavano città innocenti vantandosene liberatori, e procedevano tant'oltre da perseguitare perfino un individuo, solo ed inerme, e scampato per miracolo da tanti e così gravi pericoli.