Nè mai uomo si adoperò con maggior religione per compiere il fatto giuramento.
Scoperta la congiura del 1833, i patriotti si preparavano a riannodar le fila sgominate, per un tempo non molto lontano. Più tardi, fallito anche il tentativo di Savoia, e compromessi all'interno coloro che eransi adoperati a secondarlo, Garibaldi, che all'intento di meglio giovare erasi un mese prima offerto volontario nella marina da guerra, nella fuga soltanto potè trovare salvezza. La notte del 3 al 4 gennaio 1834 un moto insurrezionale doveva aver luogo in Genova; le notizie di Savoia pervenute in tempo, ed altri inaspettati avvenimenti sospendevano fortunatamente ogni moto; ma tutto questo non avveniva senza dare troppo chiari indizii alla polizia del mancato tentativo, per cui molti de' congiurati ebbero ad evadersi: alcuni furono arrestati. Garibaldi si rifugiò presso una buona popolana che il fornì d'abiti contadineschi. Così travisato usciva il giorno seguente dalla città, e prendeva su per le montagne. Di monte in monte, battendo rare volte ai tuguri dei montanari per ripararsi dai freddi delle notti alpine o chiedere un tozzo di pane, dopo molti giorni entrò furtivo nella casa paterna in Nizza; riposatosi alquanto e stretti al seno i cari parenti, se ne andò verso Francia. Vide finalmente dietro di sè le acque del Varo! e commosso, dalla sponda straniera guardò la terra nativa, per cui dopo i corsi pericoli e le tante fatiche sentì sorgersi in petto più vivo e più intenso quell'amore che in lui cesserà colla vita.
Ai profughi che d'Italia rifuggivansi sul territorio francese, il governo di Luigi Filippo non permettendo scegliere il luogo della dimora, veniva Garibaldi avviato a Draghignano, ove stette sorvegliato da quelle autorità; ma non potendo egli sopportare a lungo quello stato d'inerzia, scomparve; e di là recossi a Marsiglia, da dove poco tempo dopo uscì ad altre navigazioni su legni francesi, e una volta andò uffiziale a bordo d'una fregata a Tunisi, la quale aveva comprato in Francia quel bey. Forse alle conoscenze fatte in quell'epoca è dovuta la determinazione da lui presa ultimamente di recarsi in quel paese, cercandovi un rifugio che non volle dargli la mal grata sua patria. Un bel tratto di Garibaldi in Marsiglia merita di essere qui riferito. Trovavasi egli a bordo in quel porto, e d'improvviso un rumore come di chi annunzia una sciagura si leva sullo scalo dal popolo affollato: Garibaldi guarda, e vede in mare un giovinetto lottante colle acque presso a soccombere, e nessuno degli astanti osar strappare quella vittima alla morte; — fu un istante — ed egli aveva già afferrato quel morente prima che altri se ne addasse e non ancora erano ben rinvenuti dallo stupore che quel compianto trovavasi salvo alla riva; ma Garibaldi era sparito. Cercato però dalla famiglia del salvato, che era, se male non ci rammentiamo una delle più potenti in quella città e d'un generale d'armata, e finalmente rinvenuto, furongli dalla medesima fatte offerte di ricompense, protezioni, e dati ringraziamenti senza fine. Garibaldi accettò con amore la cordiale stretta di mano di quella riconoscente famiglia, e ringraziò con dignità per le offerte, da cui sentivasi come offeso.
La speranza di avvenimenti, che erano sembrati vicini avevalo trattenuto per qualche tempo in Europa, ma questa speranza dileguatasi più tardi, egli imprese un viaggio all'America, e toccò pel primo porto Rio Janeiro nel 1836. Ivi strinsesi in amicizia con alcuni esuli italiani, colà balestrati dalle patrie avversità; e col loro aiuto potè fare acquisto di un'esile navicella, colla quale s'esercitò per nove mesi nell'umile commercio del cabotaggio per la costa di Rio Janeiro a Cabo Frio.
Quella vita lo affliggeva amaramente, non che egli s'adontasse del lavoro in cui s'adoperava, che anzi noi lo abbiamo veduto andare orgoglioso di dovere il pane che lo sfamava a durissime, eppur sempre onorate fatiche; ma quell'affaccendarsi nei commerci nei quali ei portava nonostante attività ed intelligenza, non corrispondeva ai bisogni di quell'anima ardentissima, ond'egli da Cabo-Frio ci scriveva il 27 dicembre del 1836: «Di me ti dirò soltanto che la fortuna non mi favorisce, e ciò che m'affligge si è l'idea di non poter avanzar nulla per le cose nostre; sono stanco, per Dio! di trascinar un'esistenza tanto inutile per la nostra terra, di dover fare questo mestiere; sta certo, noi siamo destinati a cose maggiori; siamo fuori del nostro elemento.»
In questi viaggi fugli sempre caldo e affezionato compagno Luigi Rossetti di Genova che più tardi, combattendo nella provincia di Rio Grande per la Repubblica contro l'impero brasiliano, cadde da valoroso sopraffatto dal numero, lasciando solenne testimonianza della virtù italiana in que' solitari ed ignorati campi dell'America.
Un'altro fatto simile a quelli di Nizza e di Marsiglia compiè Garibaldi in Rio Janeiro. Un povero negro era caduto in mare tra mezzo ai bastimenti, mentre un vento furioso sollevando le acque facevali cozzare l'un contro l'altro e rendeva oltremodo pericoloso l'azzardarsi a dare aiuto a quell'infelice; e Garibaldi alla vista dei molti spettatori curiosi e indifferenti, non curando la propria vita, si tuffava nella ribollente marina, e con robusta mano stringendo il negro, traevalo seco alla sponda sano e salvo. Un negro non era per Garibaldi un fratello meno che un bianco.
L'insurrezione repubblicana di Rio Grande contro il governo di Rio Janeiro convertitasi in guerra, che durò poi circa dieci anni, aveva ricevuto un terribile colpo quasi nei suoi primordi, nella disfatta dell'isola di Fanfa. I capi di quel moto, abbenchè sotto l'egida d'una capitolazione, furono arrestati e mandati nelle prigioni di Rio Janeiro; eravi tra questi il nostro amico Livio Zambeccari, uno dei principali fautori di quel movimento, e poi segretario e compagno del Generale in capo dell'esercito riograndense, Bento Goncalves da Sylva, quello stesso Zambeccari che, dopo aver tanto patito e combattuto per la libertà in America, venne poi a dar l'opera sua nella guerra nazionale, e tanto meritò della patria in Bologna, in Venezia, in Ancona, ed ora nell'esilio, che le persecuzioni inglesi gli rendono più amaro e più onorato. Garibaldi, messosi a contatto con Zambeccari e con Bento Goncalves, caduto egualmente prigione, concepì il progetto d'armare in guerra colla bandiera riograndense il piccolo legno a' suoi ordini, e scorrere il mare nemico agli imperiali. Usciva difatti da Rio Janeiro munito dei necessarii documenti dal governo insurrezionale, e quasi subito impadronivasi d'una barca brasiliana, sulla cui antenna inalberava lo stendardo repubblicano. Con quella dirigevasi alla Repubblica Orientale, che gl'insorti credevano a loro favorevole; ma, pervenuti in Maldonado, non trovavano accoglienza; e recavansi perciò nelle vicinanze di Montevideo, inviando prima un messo a conoscere le intenzioni del governo, il quale, appena saputo il fatto spediva una grossa lancia armata onde coglierli prigioni. All'approssimarsi di coloro, non vedendo Garibaldi il combinato segnale che li palesasse amici, si preparò a combattere: cominciò il fuoco, e ai primi tiri egli cadeva riverso sulla tolda allagata del suo sangue; una palla avevalo colpito nel collo. L'equipaggio, rimasto così senza guida, e profilando del vento che spirava forte da Levante, si allontanarono dal pericolo, fuggendo pel lato opposto; e tanto corsero, che, entrati nel Paranà, andarono a gittar l'ancora dinanzi a Gualeguay, piccolo paese in Entrerios; dove non tenute per valide le carte del governo riograndense, nè voluta riconoscere la nuova bandiera, tutti furono messi in carcere. Garibaldi, mortalmente ferito, veniva affidato al chirurgo Ramon Delarca, nativo di quel paese, se non erriamo, il quale prodigando all'infermo le più affettuose cure durante la lunga e difficile malattia, salvò all'Italia quest'importante vita col più nobile disinteresse. La palla che avevalo colpito eraglisi introdotta dal lato sinistro sotto l'orecchio, e traversato il collo, erasi andata a fermare sotto gli integumenti dell'orecchio destro; oltre questa ferita ebbe il braccio destro scalfitto dalle palle in due o tre luoghi. Ma colla salute l'amico nostro non ricuperò la libertà; fu trattenuto ancora per lungo tempo in quel paese nel quale poteva passeggiare liberamente. Visse amichevolmente ospitato da uno Spagnuolo colà stabilito, il sig. Andreus, che prese ad amare Garibaldi colla passione direi d'un amante, tanto aveva egli compreso l'altezza di quel nobile animo. E della sua cattività così Garibaldi ci scriveva: «Circa ad evadermi, ti basti che sono in questa condizione, sulla mia parola d'onore. Passo la maggior parte del giorno leggendo libri che l'instancabile bontà del mio ospite mi provvede; talora nella sera d'un bel giorno vado a passeggio, visito qualche conoscente, e guardo malinconicamente le bellezze del paese, e mi ritiro a casa; altra volta esco a godere d'una bella mattinata, e leggo o scrivo; e sempre in cuore l'Italia; e parlando con dispetto io grido:
«Io la vorrei deserta
«E i suoi palagi infranti,