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«Pria che vederla trepida

«Sotto il baston del Vandalo

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Poi ispirandosi a quella fede che giammai venne in lui meno, soggiungeva, «La mia sorte è legata alla tua — guidati da un solo principio, consecrati ad una causa, abbiamo rinunciato alla tranquillità ed imposto silenzio a tutte le passioni; ad onta dei giudizii leggeri ed inconsiderati della moltitudine, chè non riguarda sovente il nostro generoso proposito, che sotto l'aspetto d'interessate mire, o d'ambizione, proseguiremo. — Il testimonio della coscienza ci basta.»

Ma di tal quiete non si volle lasciargli fruttare più a lungo, dacchè le autorità del luogo ricevevano ordine di farlo tradurre alla capitale; la qual cosa era a lui comunicata alla vigilia della partenza, essendo già la notte avanzata. Temendo allora Garibaldi che si volesse sevire contro di lui, e viste mutate le condizioni, per le quali aveva dato la sua parola di non evadersi, si credè sciolto da parte sua, e tentò in quella notte medesima di porsi in salvo dalle persecuzioni che sospettava; errò due giorni per que' campi a lui sconosciuti. «Taccio, scriveva, le avventure di que' giorni di fuga; fui arrestato e ricondotto a Gualeguay.... Qui dovrei finire e non rammentare ciò che mi fece soffrire un mostro; però ti darò il suo nome perchè lo segni all'esecrazione dell'universo — Sì — Leonardo Millan ha tenuto un vostro fratello per due ore appiccato per le mani......»

E quello strazio crudele rendeva più osceno ed atroce una turba selvaggia che, affollatasi alla soglia della prigione rimasta aperta, scherniva il sofferente, e del martirio faceva argomento di contumelie. Del tormento barbarico restò a Garibaldi offesa una mano, che in certe condizioni atmosferiche gli si risente ancora dolorosamente dopo 12 anni. Fatto finalmente condurre alla Bajada, capitale della provincia di Entre-rios, venne trattato alquanto umanamente: e forse la lunga prigionia e i durati patimenti persuasero quel governatore a non maggiormente incrudelire verso un uomo che in nulla aveva offeso le leggi del paese, in cui era stato condotto moribondo.

Alla fine di circa otto mesi di detenzione, stanchi forse di sorvegliarlo, o sazi di farlo patire, lasciarongli aperto il cammino ad allontanarsi da quell'infausta terra, che pure non lasciò odio nell'animo di Garibaldi, memore soltanto dell'affetto e delle simpatie dei buoni, che gemevano sulle crudeltà contro di lui esercitate. Dalla Bajada fece vela a Montevideo, di là a Rio Grande, ove si combatteva per la libertà. Il governo della Repubblica accoglievalo con entusiasmo, e affidavagli senz'altro il comando delle poche forze di mare, che aveva sulla Lagoa dos patos. Senza perdere tempo Garibaldi aumentava, riduceva a disciplina quelle forze, e illustrava con molto onorevoli fatti parziali, e la bandiera repubblicana e la nascente sua fama. Non c'è possibile dilungarci a narrarli partitamente, come non c'è dato tacere i seguenti.

Un capitano detto Moringue con 120 uomini attaccò inaspettato Garibaldi che trovavasi in Camacuàm con soli 11, tutti italiani, compreso Rossetti; e tanto fu il coraggio con cui i sorpresi si seppero difendere, che i nemici caddero morti, e i superstiti dovettero fuggire; ond'è che narrando al Governo l'accaduto, Garibaldi esclamava con nobile orgoglio: Un uomo libero vale per dieci schiavi.

Altra volta i Repubblicani, spintisi fino alla costa sul mare, onde prendere la fortezza che difende dal nord la bocca di Rio Grande, Garibaldi con Rossetti ed altri non molti, affrontando il fuoco nemico, arrampicaronsi su per le mura, e i difensori, maravigliati a tanto ardimento, respinsero dalle cannoniere, e per quelle s'introdussero nella fortezza, non osando più i nemici opporre resistenza. Però tanto valore non veniva secondato dagli altri! Sicchè, vistisi soli e abbandonati, dovettero ritirarsi.