Più tardi il Governo repubblicano, volendo estendere la rivoluzione nelle altre provincie dell'impero, avea offerto aiuti a quella di S. Catalina, che accettò. Una colonna, detta auxiliadora, si diresse alla Laguna (paese collocato nella suddetta provincia, con piccolo porto sulla costa); vi andava segretario del generale comandante la colonna Rossetti, che poi tenne, o diresse il governo nella Laguna, e Garibaldi, come sostegno potentissimo all'impresa. Cadeva il paese agevolmente in mano dei Riograndesi; e in un'operazione di mare Garibaldi a stento salvavasi a nuoto dal naufragio di una delle grosse lancie ai suoi ordini, mentre periva in quell'occasione il giovane amico suo Edoardo Mutrù di Nizza, anima ardente d'amore per l'Italia, e anelante i pericoli per farvi mostra della virtù italiana.
Coll'attività ed energia che lo distinguono, Garibaldi, entrato nella Laguna, v'allestì in pochi giorni tre piccoli legni, i migliori che fossero in quel porto, e con questi, mal forniti d'armi e di munizioni, e male atti ai combattimenti per la fragile costruzione, corse il mare, molestò il commercio del nemico, una o due navi ne prese e mandò nel porto; alla vista delle vele da guerra imperiali non fuggì; manovrando destramente evitò l'urto delle più forti, e appiccò il fuoco con una di forza minore, ma sempre superiore a lui; rimasto solo, inseguito da tutti, si riparò in un seno, incagliò il suo legno, sbarcò i due cannoncini, e da un'eminenza ove li pose continuò a fulminare il nemico, che, scostatosi per la notte sorvenuta, stette non lontano aspettando il giorno. — E il giorno fattosi ben chiaro non mostrò la nave inseguita. L'instancabile ed astuto Ligure aveva lavorato la notte, ed abilmente riguadagnato il porto prima che potessero avvedersene gl'inseguitori. Raccontano che a meglio ingannarli radunasse molte legna e nelle tenebre vi appiccasse il fuoco, per dar loro ad intendere d'aver abbruciata la sua barca e risoluto di cercare scampo per terra.
L'Impero aveva frattanto radunate molte forze di mare per riprendere la Laguna, e riuscì facilmente a sforzarne l'entrata, non da altro difesa che da una batteria poco atta a fare una grande resistenza. Entrarono i molti vasi da guerra nel porto fulminando coi molti cannoni; Garibaldi dai suoi gusci rispondeva alacremente, avendo a fianco l'impavida moglie, nativa di quel paese, e che da pochi giorni erasi assunta a compagna del cuore. Quando poi vide disperato il caso, mandò i suoi a terra e rimase solo; — scortili in salvo, diè fuoco alle polveri, e mandò in aria con orrendo scoppio i bastimenti, gettandosi al medesimo tempo nelle onde, che valicò a nuoto riducendosi a terra.
La fortuna dei nemici soperchianti per numero prevalendo, i repubblicani dovettero ritirarsi, e Garibaldi, ordinati i suoi in fanteria, seguì la colonna, tenne lungamente la campagna, dando sempre in ogni incontro luminose prove d'intelligenza e di coraggio; e un bel giorno alle armi repubblicane ei segnò nel combattimento di Lages, di cui il giornale del governo, O Povo, fece menzione in onore del nostro concittadino. In uno dei molti fatti d'arme la moglie cadde in potere del nemico: ma la valorosa donna non si rassegnò all'inerte prigione, che anzi, pervenutale la falsa notizia della morte del marito, tanto studiò e fece, che ad alla notte si sottrasse alla vigilanza de' suoi custodi, e smaniosa di sapere se veramente l'avesse colpita tanta sventura, primo suo pensiero fu quello di recarsi al campo di battaglia, ove ad ogni istante tremava di rinvenire le amate sembianze; e all'infelice, sull'albeggiare reclinata e fissa in quei morti là ancora giacenti, parve, in un momento forse di aberrazione mentale, di scorgere, ahi! lo sposo diletto, deturpato il volto per ripetute ferite. Ma rassicuratasi alfine, dopo aver bene esaminato quegli insepolti, s'affrettò a rintracciarlo per que' vasti e solitari campi. Non la rattennero i pericoli, nè la solitudine spaventosa; corse fidando in Dio e nel suo amore, che non le fallirono, e dopo due giorni ebbe la fortuna di ricongiungersi all'uomo che amava ed amò sempre con affetto, di cui rari s'incontrano gli esempi. In mezzo a tanti travagli ebbero un figlio, cui, pel culto che Garibaldi professa agli uomini morti per l'Italia, impose il sacro nome di Menotti.
Dopo la arrischiatissima impresa di Cima da Serra, ove il seguì la moglie col nuovo nato, esponendosi ai disagi e ai pericoli i più spaventosi, Garibaldi non si fermò più a lungo in Rio Grande. Scorgendo le cose andare a rovescio, e non più sostenuta la causa della Repubblica, pensò a ritirarsi da quel campo, ove alla guerra di principii pareva volersi sostituire una guerra d'ambizioni individuali; e verso la metà del 41 recavasi colla famigliuola a Montevideo, lasciando in Rio-Grande, e presso quanti nel Brasile amavano la causa rio-grandese, onorevole rinomanza e grato ricordo, e presso tutti gli altri un nome temuto, involto nelle calunnie di cui i partiti son prodighi in ogni parte del mondo; ma tutti amici e nemici compresi d'ammirazione pel valore straordinario. E qui ci piace ad onore del vero e della nostra patria rammentare che due nomi italiani rimasero sovra gli altri cari e riveriti nella popolazione di Rio-Grande, Zambeccari e Garibaldi.
Da Rio-Grande, dopo quei cinque anni di affannosa vita, Garibaldi trasse seco, unico tesoro, la moglie carissima ed il figlio: — null'altro: — sicchè prima sua cura dovette essere, arrivando in Montevideo, il cercar modo a sostentar se e la famigliuola. Abborrente dal vivere a carico altrui, e nemico all'ozio, non risparmiò fatica, nè lasciò intentalo alcun mezzo, e riescì onde provvedere ai suoi cari. Tra le varie cose in cui s'adoperò vogliamo notare le lezioni di algebra e di geometria che a certe ore del giorno dava nel principale collegio di quella città. Lo studio delle scienze esatte fu sempre una delle predilette occupazioni di Garibaldi. Però in un paese in cui ardeva la guerra non era possibile a lui rimanere a lungo rivolto agli studi ed alle cure dei tempi di pace. Il governo di Montevideo cui erano note le di lui guerresche virtù e il carattere onoralo, avevalo più volte fatto tentare, e invano, affinchè entrasse al servizio della Repubblica; ma finalmente, cedendo alle istanze degli amici, alla sua propria inclinazione e alla simpatia che gli ispirava la giustizia della causa, assunse il comando di una parte della flotta. Tre legni gli furono affidati, una corvetta, un brigantino, una goletta; con questi partiva da Montevideo per Corrientes sulla destra sponda del Paranà, affine di secondare il piano di guerra contro Rosas, combinato tra i governi di quella provincia e della Banda orientale. Affrontava in quella corsa il fuoco delle batterie dell'Isola di Martin Garcia collocata sull'unico passaggio delle navi, costrette quasi a rasentarla per iscarsità d'acqua nel fiume restante; e tanto abilmente e coraggiosamente operò, che alcuni pezzi di artiglieria nemica furono smontati in brev'ora, e agevolò, senza danno agli altri suoi legni, rimanendo egli colla propria nave in panna a sostenere tutto il fuoco nemico, quel passaggio considerato arrischiatissimo: locchè gli valse e le lodi dei giornali del paese, e i ringraziamenti del Governo. Da quel punto dirigevasi al Paranà, che navigò stentatamente pegli spessi banchi che lo ingombrano; e arrivato nelle vicinanze di Goya, mancategli intieramente le acque, ivi rimase incagliato; ed ivi lo raggiunse la flotta nemica forte di 10 vele e capitanata dall'ammiraglio Brown, già noto per riportate strepitose vittorie sulla squadra brasiliana nella guerra contro l'impero sostenuta dalla Repubblica Argentina. Baldanzoso pel numero, per la fama che accompagnavalo, e per la sfavorevole posizione della flotta orientale, Brown s'avanzava quasi sicuro della preda: ma la inaspettata resistenza ben ordinata e sostenuta contro i di lui attacchi presto il persuase della tempra del nemico che aveva a combattere. Durò il fuoco accanito per tre giorni, senza che gli avversari giudicassero opportuno, per servirmi d'una frase della relazione di Garibaldi, di andare all'arrembaggio malgrado la tanta superiorità del numero. — Vennero in quel lungo battagliare a meno i proiettili alla flotta orientale, e Garibaldi vi supplì tagliando a pezzi le catene delle àncore ed altri strumenti di ferro: di notte lanciò dei brulotti contro la squadra nemica che nonne ebbe alcun danno, perchè la molta violenza delle acque del fiume, di cui egli occupava la parte superiore, li fece sviare dalla imposta direzione; quando poi mancò ogni maniera ad offendere ei dispose ed eseguì l'imbarco dei suoi nelle piccole lance, ed abbandonate le non più difendibili navi, fecele saltare in aria appiccando fuoco alle polveri. — Sotto il tempestare delle palle nemiche vogò a terra, e la raggiunse in punto ove stava schierata e pronta la fanteria che alla sua volta fulminavalo coi moschetti; non pertanto toccò la sponda non solo, ma, ordinata la sua gente, respinse i fanti nemici e s'aprì via, dopo lungo combattere in siffatta guisa, a guadagnare il territorio di Corrientes conducendo seco i feriti.
Dell'equipaggio di quelle navi molti erano italiani, e non poche preziose vite di nostri concittadini si spensero in quel glorioso combattimento, che tanto onorò la bandiera di Montevideo. Fra questi noi rammentiamo gli uffiziali Giuseppe Borzone di Chiavari, e Valerga, ambedue giovani vigorosi e di provato coraggio. L'inglese Brown, maravigliato di quella difesa, concepì d'allora in poi la più alla stima pei talenti e pel valore di Garibaldi, e volle dargliene prova non dubbia l'illustre vecchio allorchè, ritirandosi in Inghilterra, approdò e rimase per alcuni giorni in Montevideo; poichè appena giunto colà, inviava a Garibaldi un suo fido, annunziandogli il desiderio che aveva di visitarlo. Garibaldi, per rispetto alla canizie e al leale e generoso nemico, ch'ebbe tanta parte nei più rimarchevoli avvenimenti nella storia delle repubbliche del Plata, e che per qualche tempo aveva avuto l'onore di reggere la somma delle cose in Buenos-Aires, s'affrettò egli il primo alla casa dell'ammiraglio, che, stupito al vedere quella maschia figura, e in sì giovane età, stringevagli affettuosamente la mano, e con parole di sentito encomio lodavalo pel combattimento del Paranà e per altri fatti minori nella guerra di mare. Non consentì Brown rimanere al disotto in cortesia al suo avversario, che poco dopo si recò a vedere nella modesta di lui casa.
Da quell'infelice ma onorevole spedizione tornava Garibaldi colla sua gente a Montevideo, dopo alcuni mesi, per via di terra; e v'arrivava appunto quando l'esercito che tuttora assedia quella città stava per invadere la Repubblica Orientale.
Gli imminenti pericoli facevano desiderato Garibaldi in Montevideo, e molti dei più animosi tra i giovani di quella nobile città attendevanlo ansiosi per unirsi a lui nella difesa che si andava preparando. «Con Garibaldi, dicevano, o si vince o si muore onorati.» Appena giunto, il governo incaricavalo d'organizzare una flotta di navi sottili, uniche rimastegli della primitiva e fiorente sua squadra di mare. Non è a dire l'impegno con cui s'adoperasse in questa bisogna; in breve tempo, superando l'aspettativa del governo, e assai meglio che non vi si attendesse per la scarsità de' mezzi, presentava ordinato e pronto il naviglio. In questo mentre era venuto a collocarsi quasi sotto le mura della città l'esercito assediatore; e il di lui capo, il generale Oribe, conscio del terrore che ispirava il suo nome e delle simpatie degli stranieri per la causa del popolo Orientale, mandava in que' primi giorni una circolare ai consoli, colla quale minacciava di trattar da nemici coloro tra gli stranieri che avessero o coll'armi o colla loro influenza giovato alla causa di quelli che ei veniva a combattere. A questa barbara minaccia i residenti tutti di Montevideo, allarmatisi, chiesero il governo di essere armati onde prevenire ogni danno. Gli Italiani abitanti in gran numero in quella capitale, richiesto ed ottenuto Garibaldi a lor capo, formarono una legione di circa 800 uomini e si posero agli ordini del governo. È noto all'Italia come quei prodi nostri concittadini difendessero energicamente la causa da essi abbracciata, e in quanto onore sollevassero il nome italiano in quelle contrade. In mille incontri sfolgorò luminoso il valore dei nostri condotti da Garibaldi e in particolar modo si distinse nei fatti del Cerro, de las tres Cruces, de la Boyada.
Il fatto del Cerro è stato, se non erriamo, il primo, in cui la legione italiana potè dare un vero saggio di quanto più tardi operò in benefizio di quella repubblica. Trovavasi in quella circostanza un distaccamento di legionari, unito ad altri corpi nel Cerro — monte che sorge rimpetto a Montevideo dal lato occidentale della baia, che è porto a quella capitale sotto gli ordini del generale Bauzà, intento a far cacciare il nemico da certe posizioni, di cui erasi impossessato. Le truppe già s'erano da qualche tempo valorosamente battute; e tuttavia battevansi risolute a sloggiarnelo; e non ostante egli rimaneva pur sempre lì ostinato senza dar segno di volersi allontanare. Garibaldi ben calcolata ogni cosa, aveva scorto d'un tratto il punto in cui avrebbe potuto con un decisivo vantaggio urtare il nemico, e, dopo qualche esitanza, finalmente apriva il suo pensiero al generale, chiedendo gli fosse commessa quell'impresa che il generale approvava, e di buon animo affidavagli. Un forte pugno di truppe nemiche erasi collocato in un fosso da dove senza poter essere offeso, offendeva terribilmente; non molto da quello discosto, sorgeva una casa, da cui gl'Italiani distavano da circa un cento passi, e tutto il rimanente era campo aperto. Garibaldi presentatosi ai legionari, diceva così: «noi dobbiamo recarci a quella casa senza trar colpo» e avviavasi il primo; il nemico, indovinato lo scopo, tempestava furiosamente coi moschetti l'ardito drappello, che s'affrettava verso la casa; e nonostante un momento dopo, al riparo di quei muri, Garibaldi riordinava tutti i compagni sani e salvi; «ora, soggiungeva, colle baionette calate al fosso»; A quelle parole come allo scattar d'una molla, avventavasi la piccola falange compatta al punto indicato e vi cadeva con tale impeto che il nemico cominciò da quel lato a tentennare per siffatta guisa, che ne trasalì lungo tutta la sua linea, e presentò così un momento favorevole ai montevideani che, colta l'opportunità lo respinsero facendogli molti prigioni.