Noi ci siamo alquanto diffusi intorno a questo fatto per rilevare una circostanza che è utile far nota all'Italia, nella fiducia che, ben conosciuti certi suoi pretesi amici, e nauseata finalmente dei vergognosi amori forestieri vorrà pensare a dignitosamente provvedere da sè al proprio onore dapprima, supremo dei beni, poi alle altre vitali questioni da cui dipende la sua felicità e la sua forza, ma che tutte sottostanno a quella principalissima dell'onore nazionale, senza di cui la libertà, l'indipendenza e tutto sono un nulla o una vergogna. E la rileviamo anche per far sempre più chiaro il nobilissimo carattere di Garibaldi, che il dispetto e l'ira in lui eccitati dalle bassezze di chi vorrebbelo offendere, egli riversa in capo ai nemici, non mai sugli individui che o per fede politica o per vincolo fraterno, dovrebbero meglio di ogni altro tenerlo in pregio.

Quando adunque sui primi d'aprile del 43, gl'Italiani chiesero le armi in Montevideo, un Francese, seguendo in ciò il costume de' suoi connazionali, faceva presente al governo e al generale in capo Paz, non d'altro essere capaci gl'Italiani, che di ferire nelle spalle di notte e a tradimento, e quindi tempo, danari per organizzarli e fiducia di valido aiuto, tutto sarebbesi risolto in nulla; e ciò, seguitava, poterlo affermare per la pratica che aveva della gente nostra! Erano le villanie francesi esattamente riferite a Garibaldi da persone, alla cui autorità non potevasi negar fede; ma troppo senno e troppa generosità aveva egli — e ben lo sapeva chi facevagli queste confidenze — per non comprendere che, in faccia a un nemico che tutti si preparavano a combattere, ogni personale risentimento tra uomini militanti per la causa medesima doveva tacere; sicchè frenata la giusta indignazione, fermava in cuor suo smentire e presto il calunniatore francese con fatti, pei quali il nome italiano onorevolmente s'alzasse in quelle contrade, e a danno soltanto del nemico comune, colla speranza di poter pure col tempo umiliare que' tracotanti, allorchè un paragone si fosse potuto istituire tra la legione italiana e la francese in Montevideo; non è quindi a dirsi con quale ardore ei cogliesse quella prima occasione del Cerro per dare alla Repubblica Orientale una prova che erano stati gl'Italiani turpemente calunniati. E fino a qual punto fosse già pervenuto poco dopo a levare in fama la legione italiana superiore a quella dei francesi, si rileva dalla giornata del paso de la Boyada, nella quale il generale Paz con animo di tentare un arditissimo colpo, che avrebbe potuto cambiare in parte le sorti della guerra se da tutti fosse stato egualmente secondato, sceglieva ad essergli compagni nella più arrischiata fazione di quel giorno, alcuni corpi, fra i quali l'italiano comandato da Garibaldi e da Anzani. Non ebbe sventuratamente il piano del generale l'esito che s'era proposto e per ragioni che non è qui debito nostro enumerare: ma non possiamo tralasciar di dire che nel paso de la Boyada Garibaldi col valore e coll'intelletto, in ciò mirabilmente sostenuto dai suoi, contribuì cogli altri corpi potentemente a dare un giorno di gloria alle armi della Repubblica: mentre da un altro lato la legione francese lasciata nei soliti trincieramenti, e lontana dal fervore della mischia, spaventavasi in quel medesimo giorno all'apparire d'un gruppo di cavalleria, sicchè molti perivano fuggendo colpiti nelle spalle, molti altri a passi precipitosi andavano a cercare salvezza nella città, lasciando quasi deserto il posto a loro affidato.

Noi rammentiamo aver in quel giorno udito i legionari italiani che avean veduto il lor colonnello uscire illeso da quella tempesta di palle, ripetere tra la maraviglia e lo scherzo: — che egli scacciasse da se i piombi micidiali con uno scrollo come si fa de le mosche. —

Lo scontro de las tres Cruces fu sanguinosissimo per ambe le parti. Un colonnello per nome Neira avanzatosi di troppo verso gli assediatori di Montevideo, era caduto di cavallo colpito da un tiro di fucile: Garibaldi avvertito del fatto, ordinava subito ad alcuni de' suoi di raccogliere il caduto, reputandolo ferito: ma il nemico ch'era ingrossato in quel punto staccava alla sua volta forze maggiori per opporsi: lì impegnavasi una lotta accanita: Garibaldi coll'esempio e colla voce animava gl'Italiani a tener fermo onde non lasciar perire il ferito compagno: il nemico superiore di forze s'ostinava a non cedere: dei 150 de' nostri cadde la quarta parte tra morti e feriti; l'onore non concedeva a nessuno il ritirarsi: ma Garibaldi, fatto fare un estremo sforzo ai suoi, vedeva il nemico andare indietro, poi darsi alla fuga, che nol sottrasse alle baionette dei soldati furenti: le memorie d'allora registrarono la perdita del nemico di gran lunga maggiore a quella degl'Italiani. — Questo fatto mostrerà, come nell'ora del pericolo possano i compagni d'armi contare fiduciosi sull'appoggio del lor capo. V'hanno nella costui vita molti altri fatti di arme brillanti, pari a questi o più splendidi, ma noi li preferimmo, perchè da essi traluce meglio oltre il coraggio e il talento militare, la tempra dell'animo generoso, qualità che sopratutte noi veneriamo. Nella storia della Legione italiana in America, chi si farà un giorno a compilarla potrà distesamente, e ad una ad una, narrare le imprese in cui Garibaldi tanto meritamente si distinse.

Frattanto noi senza contraddire al nostro proposito ci faremo a narrarne alcune altre, e più specialmente quella del febbraio 1846 nel campo di S. Antonio, in cui diede prova di straordinaria militare perizia e d'incredibile audacia.

Veniva Garibaldi spedito dal governo con una divisione composta di varii corpi e d'una parte della legione italiana al Salto, città collocata quasi alla frontiera del Brasile, affinchè difendesse e sgombrasse quel territorio dai nemici, i quali incontrò e battè ripetute volte, scacciandoli finalmente da quella provincia. Nella sua navigazione da Montevideo al Salto operò l'occupazione della Colonia, sbarcando pel primo cogl'Italiani, che in quel giorno combatterono soli contro il nemico, e riportarono poi dai giornali francesi la taccia d'aver saccheggiata l'occupata città. Da quest'accusa noi abbiamo già difesa la legione italiana in uno scritto pubblicato nel Corriere Livornese[2] dimostrando come invece i soldati di Francia fossero gli autori degli scandali nella Colonia. Lasciata però questa città al colonnello Battle che continuò a difenderla valorosamente, ei riducevasi infine al Salto. Colà fu diverse volte attaccato dal nemico con molta artiglieria e superiore di forze, ma sempre invano.

In quel giorno 8 febbraio erane uscito con 184 legionari italiani ed alcuni uomini di cavalleria onde proteggere il generale Medina, che con pochi soldati doveva ricoverarsi nel Salto. Appena giunto a una lega distante, trovavasi attorniato da 1500 nemici, contro i quali fu forza combattere, poichè cedere nè far patti onde salvare la vita non istà nella natura di Garibaldi. Andavano i nemici come a preda sicura, e Garibaldi lasciavali approssimare di tanto che nessun colpo potesse andare fallito: e solo allorchè una breve distanza lo separava dai 300 fanti, che marciavangli sopra, ordinò una scarica, che ridusse a metà l'inorgoglito nemico. Durò l'ineguale conflitto 8 ore ostinatissimo. Garibaldi combattè in quel giorno da soldato, appuntando sovente il moschetto contro il soverchiante numero. — Non consentì che un parlamento inviato dal nemico s'avvicinasse a lui, preferendo la bella morte nel campo alla vita comprata con armistizi e codarde transazioni. — I suoi udironlo, in tutto quel tempo che il fuoco durò, esortarli a rammentarsi dell'onore italiano compromesso in quella lotta, e a non cedere. E il possente scongiuro sortiva in quei valorosissimi l'effetto bramato. Perirono 35 sul luogo, cinquanta rimasero feriti, e appena 100 trovavansi alle 9 ore di quella sera ancora in piedi, quantunque tutti o quasi tocchi e contusi. In sì deplorabile condizione Garibaldi rivolse dapprima il pensiero ai feriti, che collocò sui cavalli rimasti, e cogli altri commilitoni scortò nella ritirata che imprese a quell'ora notturna. Lungo e travagliato fu il breve tragitto da S. Antonio al Salto, ove non entrarono che verso la mezzanotte; il nemico tuttocchè battuto e assottigliato, pure rimasto sempre superiore di forze ch'erano di cavalleria, aveva continuato a molestarli durante il cammino.

Gli abitanti del Salto accoglievano festanti e come trasognati quei gloriosi, e il loro capo, sì miracolosamente salvati per propria virtù da tanti nemici. Di costoro vuolsi che 500 rimanessero in quel giorno fuori di combattimento, la maggior parte estinti. — All'annunzio del fatto strepitoso, il governo di Montevideo fece inscrivere a lettere d'oro nella bandiera della legione italiana queste parole: — Gesta dell'8 febbraio 1846 della legione italiana agli ordini di Garibaldi, e alla legione medesima assegnava per un decreto, in tutte le parate dell'esercito nazionale, la destra, distinzione altamente onorevole alle armi italiane, dovuta al genio e al coraggio di Garibaldi così valorosamente secondato dai compagni[3].

Di questo fatto scrivendo egli ad un amico in Montevideo, a giusto titolo inorgoglito diceva: Io non darei il mio nome di legionario italiano per il globo in oro. Nobilissimo detto che fu da tutti raccolto, e sublimato in un canto, che il poeta orientale Figueroa consacrava entusiasmato al difensore della di lui patria.

L'ammiraglio di Francia, nel Rio de la Plata, Lainé, colto da stupore anch'egli, scriveva dalla sua fregata l'Africaine al generale Garibaldi le seguenti parole, che traduciamo dall'autografo in nostro potere: «Io vi felicito, mio caro generale, d'avere così potentemente contribuito colla intelligente ed intrepida vostra condotta al compimento di fatti d'arme, dei quali si sarebbero inorgogliti i soldati della grande armata, che per un momento contenne tutta l'Europa. Io vi felicito in egual modo per la semplicità, e la modestia che rendono più cara la lettura della relazione, in cui ci date i più minuti ragguagli d'un fatto, del quale potreste senza timore attribuirvi tutto l'onore. Del resto questa modestia vi ha cattivato le simpatie di persone atte a meritamente apprezzare ciò che voi siete venuto operando da sei mesi in qua[4], tra le quali noterò in primo luogo il nostro ministro plenipotenziario, che onora il vostro carattere, e nel quale avete un caldo difensore soprattutto allorquando si tratta di scrivere a Parigi coll'intento di distruggere le impressioni sfavorevoli, che ponno aver fatto nascere alcuni articoli di giornali, redatti da persone poco use a dire la verità anche quando raccontano dei fatti avvenuti sotto i proprii loro occhi»[5].