Al tempo medesimo che aveva Garibaldi il comando della legione italiana, conservava pur sempre quello della flottiglia orientale, e in molte occasioni con questa prese il largo a molestare il commercio del nemico, in onta al blocco tenuto dalle navi di Brown, le quali non poterongli sempre impedire di condurre prigioni nel porto di Montevideo i legni, che andavano a provvedere Oribe. Altre volte con opportuni movimenti agevolò alle barche mercantili, che trasportavano vettovaglie alla bloccata città, l'entrata nel porto gelosamente custodito dalla squadra argentina. Talora di notte imbarcatosi con molti legionari in grosse lancie usciva determinato a dare l'assalto alle navi nemiche, che munite di grossi cannoni, ei non poteva affrontare di giorno; ma l'ardito divisamento ei non potè mandare giammai ad effetto perchè il nemico non ignorando con quale terribile uomo avesse a fare, soleva di notte alzare le àncore, e trasportarsi altrove. Finalmente volendo un giorno torsi quella voglia di venire alle mani, uscì con tre piccoli legni, i meno cattivi della squadra, con animo deliberato d'attaccare il nemico, che stava ancorato sulla rada di Montevideo. Tre navi, il 25 de marzo, General Echague, e la Maypù con 44 cannoni, tra tutte, presentava la squadra di Rosas; Garibaldi ne contava appena 8 di piccolo calibro, e nonostante egli s'avanzò, e dispose i suoi legni in linea di battaglia. La squadra nemica, che aveva già sciolto le vele, rivolgeva le prore, e navigava minacciando gli audaci che le stavano a rincontro: però vicina a toccare quella distanza, che avrebbe reso inevitabile il combattimento, torceva la direzione e si allontanava. Erano i terrazzi di Montevideo gremiti di popolo ansioso e trepidante: dagli alberi delle numerose navi mercantili e da guerra d'ogni nazione stavano i marini attendendo meravigliati che quella lotta così disuguale s'ingaggiasse; ma il nemico ritirandosi lasciava tutti sorpresi, mentre a Garibaldi ridondavane gloria e concetto grandissimo presso quegli spettatori ed in ispecie presso gli ufficiali delle navi inglesi, americane e francesi. Intento di Garibaldi era d'aspettare il nemico che superiore di tanto in forze credeva non avrebbe esitato a corrergli sopra, e quando gli fosse stato vicino, avventarglisi ai fianchi, e venire all'arma bianca: perlochè aveva al suo bordo un buon numero di legionari risoluti a quel colpo arrischiato. Vuolsi che il comandante di Rosas non disposto al decisivo esperimento, che avvicinandosi scorgeva preparatogli dall'audace nemico, si ritraesse dal campo.

E ad onore di Garibaldi vogliamo registrare in queste pagine un progetto, che ben dimostra di quanto sia capace l'imperterrito suo animo. Ei proponeva adunque al governo di Montevideo, d'imbarcare nella flottiglia la legione italiana e con essa navigare il più che fosse possibile occulto alla volta di Buenos-Aires, e di notte tempo scendere improvvisamente in quella città, accorrere alla casa di Rosas, tentare di farlo prigione e chiamare quell'oppressa e fremente popolazione alla libertà toltale dal suo feroce persecutore. Il governo di Montevideo non osava accettare la proposta, e a scusa del rifiuto adduceva il timore di perdere Garibaldi e i suoi, e con essi parte del suo più valido appoggio. — Il colpo meditato da Garibaldi, ove, com'era probabile, atteso l'esasperazione di quel popolo contro Rosas, fosse riuscito, avrebbe potuto accelerare di molto e in beneficio della buona causa il termine di quella guerra che tuttavia dura, e con incerte speranze di prospero fine.

Il governo della Repubblica reputando a lui più conveniente avere Garibaldi nella capitale, richiamavalo dal Salto, che da lungo tempo non veniva più molestato, nè approssimato dai nemici ch'egli aveva battuti, come già accennammo, in vari incontri, dei quali non vogliono essere taciuti, prima quello d'Itapevy, ove sconfisse il colonnello Lavalleja, togliendogli 100 prigioni, due pezzi d'artiglieria, oltre l'essere rimasta in di lui potere la famiglia del capo nemico, al quale la rimandò subito accompagnata da un picchetto composto di que' prigionieri e da una lettera piena di cortesi e generosi sentimenti[6]; e l'altro avvenuto sulle sponde del fiume Dayman contro i colonnelli Lamas e Vergara che disfece totalmente. Partiva adunque il generale alla volta di Montevideo, lasciando quella città munita d'una ben costrutta fortezza, opera dovuta alla perizia ed all'attività del colonnello Anzani, e quella popolazione dolente di perdere i suoi buoni amici e difensori.

E qui giova ricordare un monumento di pia ricordanza che a testimonio del suo animo religioso lasciò Garibaldi nel Salto, come già aveva fatto all'epoca del combattimento navale nel Paranà, presso Goya. Appena provveduto ai compagni superstiti alla battaglia di S. Antonio, fu suo pensiero far raccogliere i corpi gloriosamente caduti in quel campo e dar loro sepoltura, ch'egli indicò al viandante con un'altissima croce che la religione volle consecrare colle sue benedizioni.

Quella croce porta queste semplici iscrizioni — da un lato — 36 Italiani morti l'8 febbraio 1846 — e dall'altro — 184 Italiani nel campo di S. Antonio.

Verso il settembre del 46 rivedevano la capitale e i legionarii e Garibaldi che senza avere per allora occasioni di rendere importanti servigi alla Repubblica, continuò nonostante collo stesso zelo ed affetto al mantenimento dell'ordine, e a tener lontano il nemico, fino a tanto che sorvenute difficili circostanze, volle il governo affidargli il comando supremo della guernigione della città, ch'egli accettò dopo ripetute istanze ed a malincuore. Poco tempo rimase però a quel luogo fatto argomento d'invidie e di gelosie. — Desideroso piuttosto di meritare che di ottenere gli onori, ei rinunziava spontaneo all'incarico ambito da altri. Di quei brevi giorni in cui tenne il supremo comando non vuolsi dimenticare che tra i maneggi e le infinite bassezze praticate da pochi individui, si tentò di far ribellare alla di lui autorità un battaglione composto di negri, i quali — affrettavasi taluno a dirgli — volevano ad ogni costo disfarsi di lui, e a consigliarlo quindi a non esporsi mostrandosi a quegli inferociti. — «Rimanete adunque, se avete paura» rispondeva Garibaldi, e montato a cavallo correva solo e in quell'istesso momento al battaglione ribelle, il quale intese poche e franche parole del generale, acclamavalo con evviva e saluti d'affetto, smentendo le calunnie e confondendo i tristi.

Rinunziato al comando supremo, il consiglio e l'appoggio di Garibaldi continuò ad essere sempre vivamente ricercato dal governo nelle circostanze, e furono non poche, in cui gravi pericoli minacciavano la sua esistenza per opera delle interne fazioni agitantisi irrequiete.

Ciò che poi veramente è rimarchevole in costui, oltre le tante rarissime sue doti, di cui siamo venuti parlando, si è la di lui straordinaria attitudine a combattere valorosamente ed abilmente in terra ed in mare. E rimarchevole più di tutto ancora si è il disinteresse e la modestia che il guidano in tutte le sue azioni. La qual cosa dimostrerà ciò che seguiamo a narrare. Il generale Rivera avendo fatto donazione, che fu accettata, di terreni e bestiami a una legione francese formatasi parimente in Montevideo, volle altrettanto offerire agl'Italiani, e Garibaldi, quasi adontandosi dell'atto, rispondeva ringraziando senza accettare il dono, e osservando che «per debito d'uomini liberi soltanto avevano gl'Italiani preso le armi in quella guerra, senza mire d'interessi od ambizioni personali». Quando l'Assemblea della Repubblica volle solennizzare il terzo anniversario dell'assedio cominciato in marzo del 1843, il fece, decretando, tra le altre cose, diverse militari promozioni, e tra i promossi s'annovera Garibaldi al grado di generale. — Egli, non sentendo di sè presuntuosamente, scriveva allora al governo, riconoscente per l'onorevole distinzione, e rinunciando non ostante a quell'onore: rinuncia che nè il governo, nè l'Assemblea si indussero mai ad ammettere. Ed a lord Howden, ministro inglese inviato per la pacificazione delle repubbliche della Plata, allorchè accedendo al di lui invito, recavasi a vederlo nelle sue stanze, dopo intese le astute insinuazioni di sciogliere la legione italiana con profferte d'indennizzazioni ai militi ed ai capi, rispondeva: «Sè ed i suoi avere impugnate le armi per difendere la causa della giustizia, e questa causa non potersi abbandonare da uomini onorati». Della quale risposta maravigliato lord Howden, rigido sostenitore del partito aristocratico, ed insigne spregiatore di tutti, ben si rammentava nella tornata dei Pari in Londra del mese di luglio 1849, allorchè parlando degli uomini che aveva visto figurare in quelle contese americane, pronunziava dal suo seggio queste solenni parole, di cui ci compiaciamo serbar memoria nelle nostre pagine: «Il presidio (di Montevideo) era quasi per intero composto di Francesi e d'Italiani, ed era comandato da un uomo cui sono felice di poter rendere testimonianza che solo era disinteressato fra una folla d'individui che non cercavano che il loro personale ingrandimento. Intendo parlare d'un uomo dotato di gran coraggio e di alto ingegno militare, che ha il diritto alle vostre simpatie per gli avvenimenti straordinarii accaduti in Italia, del generale Garibaldi.»

E a tutti questi tratti di animo generoso siamo lieti di poter aggiungere i seguenti, che ricaviamo da un recente scritto dell'egregio amico nostro il generale Pacheco y Obes ministro della repubblica orientale in Parigi, col quale rispondendo ai detrattori del suo paese, tesse pure l'elogio meritato a Garibaldi soldato di quella repubblica. «Nel 1843, egli dice, il sig. Francesco Agell, uno tra i più rispettabili negozianti di Montevideo, indirizzandosi al Ministro della guerra, facevagli sapere che nella casa di Garibaldi, del capo della legione italiana, del capo della flotta nazionale, dell'uomo infine, che dava ogni giorno la sua vita per Montevideo, faceva, dico, sapere al ministro che in quella casa non s'accendeva di notte il lume, perchè nella razione del soldato — unica cosa sulla quale Garibaldi contasse per vivere — non erano comprese le candele. Il ministro (ed era lo stesso scrivente) mandò per il suo aiutante di campo G. M. Torres, 100 patacconi (500 lire) a Garibaldi, il quale ritenendo per sè la metà di questa somma, restituì l'altra affinchè fosse recata alla casa d'una vedova, che secondo lui, ne aveva maggiore bisogno.

«Cinquanta patacconi (250 lire), ecco l'unica somma che Garibaldi ebbe dalla repubblica. Mentre egli rimase tra noi, la sua famiglia visse nella povertà, egli non fu mai diversamente calzato dei soldati, sovente i di lui amici dovettero ricorrere a dei sotterfugi per fargli cambiare gli abiti già logori. Egli aveva amici tutti gli abitanti di Montevideo, giammai vi fu uomo più di lui universalmente amato, ed era questo ben naturale. Garibaldi sempre il primo al combattimento, lo era egualmente a raddolcire i mali della guerra. Quando recavasi negli offici del governo, era per domandare la grazia di un cospiratore, o per chiedere soccorsi in favore di qualche infelice; ed è all'intervento di Garibaldi, che il sig. Michele Haedo condannato dalle leggi della repubblica, dovè la vita. — Nel 1844 un orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi nel porto una goletta, che perdute le àncore, stava affidata con evidente pericolo, all'unica che le rimaneva; a quel bordo stavano le famiglie dei signori Carril. — Il generale Garibaldi informato del pericolo s'imbarcò con 6 uomini recando seco un'altra àncora, colla quale la goletta fu salva. — A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più feroci capi di Rosas e lo rilascia in libertà, come anche gli altri di lui compagni. Nella sua spedizione all'interno, egli si distinse per molti tratti di cavalleresca generosità, che anche al dì d'oggi formano argomento di conversazione nel campo dei due partiti[7]».