Nè a questo primo esperimento collo straniero si acquetava Garibaldi, che lasciate alcune ore di riposo nella notte ai compagni, allo spuntar del sole conducevali nuovamente ad inseguire il nemico, il quale concentrate le molte forze che teneva in quei dintorni, aveva formato una cerchia in cui i nostri furono rinserrati. Rimasero in quella difficile posizione per quattro interi giorni senza alcun serio attacco. Nel frattempo Garibaldi avendo avuto agio a ben conoscere il terreno ed a studiar modo ad evadersi colle sue truppe, di notte tempo mettevasi in moto e perveniva con accorte marcie a sfuggire al nemico ed entrare in Morazzone; da dove meditava lanciarsi sopra Varese nella speranza di sorprendere il generale d'Aspre acquartierato in quel punto con 10,000 uomini; mentre egli comandava appena a 1,500! Ma stante il numero grandissimo dei nemici che ingombravano quelle terre, ei non riuscì a siffattamente celare le sue mosse e gli intendimenti suoi, che non fosse il di lui arrivo colà, e il concepito progetto ad un tempo, conosciuto dal generale austriaco. Il quale staccato un corpo di 5000 uomini, munito d'artiglieria, inviavalo, e se non erriamo, conducevalo egli stesso sopra Morazzone. Informato a tempo delle mosse del nemico, Garibaldi si dispose a sostenere degnamente l'assalto, ordinando che in ogni punto della città si formassero le barricate. E da ogni parte cominciò a fervere improvvisamente il lavoro, per siffatto modo che in breve ora si trovò in istato di ricevere il nemico, che non tardò a dare l'attacco. Erano le quattro del dopo pranzo allorchè il fuoco cominciò; l'austriaco colle bombe, colla mitraglia e coi razzi incendiarii tentò sloggiare i nostri che sempre più irritati pei danni crescenti della città, s'ostinavano nella difesa: che non era punto cessata col cadere del giorno. Garibaldi accorrendo in quella notte a tutti i luoghi ove il rischio era maggiore, vegliava su tutto e colla sua presenza accresceva il furore della battaglia nei noti compagni; ma visto inutile l'ostinarsi in quella lotta tanto disuguale, e temendo d'altronde d'essere preso tra due fuochi all'apparir del giorno, essendo il nemico grossissimo in quelle terre, verso le ore tre dopo la mezza notte, lasciato addietro un buon pugno di uomini a difendere la ritirata e ad ingannare coi tiri il nemico, fece uscire le sue truppe dalla città: e divise queste in drappelli le sciolse avviandole ai confini della Svizzera. L'austriaco aveva in que' due incontri di Luino e di Morazzone nuovamente sentito quel braccio medesimo che l'aveva percosso a Goito, a Pastrengo, ed a Santa Lucia; e le menti grossolane dei suoi soldati atterriti a quel furioso tempestare, fantasticavano di demoni accorsi a lor danno, e dicevano Garibaldi legato coi diavoli e portarne la divisa, rammentando la tunica rossa dei legionarii italiani venuti da Montevideo. E quei fatti ricordò più tardi senza dubbio il general D'Aspre, allorchè in Parma alla presenza d'un'autorità del nostro regno vuolsi che egli esclamasse: «L'uomo che avrebbe potentemente giovato alla vostra guerra, voi non lo avete conosciuto, e questi è Garibaldi.»
Allorquando Garibaldi dopo lunghissime ed accelerate marcie giungeva in Arona, vi perveniva colle sue truppe estenuate dalle fatiche e dalle privazioni di ogni genere, e nessun'altra via gli rimaneva onde provvedere ai suoi imperiosi bisogni, tranne quella di ricorrere al municipio della città; il quale del molto danaro che era nelle casse, sborsava appena lire 7000, di cui Garibaldi diede la ricevuta. Taluno ha creduto poter giustamente biasimare non solo quest'atto, ma farne anche all'intemerato guerriero, che in ogni guisa s'affannava a degnamente sostenere colle armi l'onore italiano in faccia all'austriaco, un delitto. Però chiunque abbia sensi e cuore di vero cittadino d'Italia ben lungi dal dare biasimo, loderà invece altamente l'uomo, che rivolto il pensiero all'universa nazione, seppe sovrapponendosi alle impronte ed insensate questioni di provinciali legalità, con questo ed altri fatti dare un esempio, e segnare francamente la via a chi vorrà un giorno farsi unificatore della smembrata sua patria.
La Svizzera accoglieva finalmente gli onorati avanzi di quella colonna, che, dopo l'italica rovina nota al mondo coll'infausto nome Salasco, aveva ancora contro l'irrompente nemico sostenuto gloriosamente in alto quella bandiera che Dio ha dato all'Italia, e il suo popolo rileverà un giorno vittoriosa in faccia allo straniero.
Appena Garibaldi ebbe abbandonato l'Italia, sviluppossi in lui la febbre, di che aveva attinto i germi in Roverbella, e travagliato da molestia siffatta, passò in Francia, e di là tornò a rivedere in Nizza la famiglia, che poco stante lasciava per recarsi a Genova. Il suo tragitto lungo il littorale della Riviera fu un continuo trionfo; le popolazioni accorrevano da punti remoti in massa sul di lui passaggio per salutarlo, e i circoli inviavano le loro deputazioni a felicitare l'eroe di Montevideo, il combattente di Luino. In onta all'immensa sventura, l'entusiasmo nei popoli durava! e all'apparire dell'uomo che aveva sì nobilmente saputo interpretarne i voti ed i desiderii plaudivano, intendendo con ciò di rendere omaggio al magnanimo ardimento con cui aveva risposto al palpito il più santo del loro cuore.
In Genova ritiravasi in una villa, intento a guarire dalla febbre che avevalo ridotto a deplorabile stato. Fu in quella circostanza che venivagli offerto da parte del Governo del re un posto distinto nell'armata nazionale, che Garibaldi non era più nel caso di poter accettare, avendo già prima aderito ai Siciliani, dai medesimi invitato a recarsi nell'isola a prendere il comando di quelle truppe. Unito ai fidi compagni che non s'allontanarono mai da lui, prendeva posto sul vapore per Livorno onde continuare di là il viaggio per l'isola. La popolazione di questa città festeggiava entusiasmata l'arrivo del generale, e tanta forza fece al di lui cuore, che lo indusse a rinunziare all'impegno contratto colla Sicilia, e rimanere in Toscana, che non molto dopo lasciò, fatto accorto dell'obbliquo procedere di alcuni individui di quel Governo non punto amici a chi non ad una provincia, non a persone, ma all'universa Italia consacrava vita ed affetti. Uscì dalla Toscana verso le romane provincie, dirigendosi alla volta di Bologna; ma giunto alle Filigare sul toscano confine, vedevasi costretto a sostare, avendo il generale Zucchi inviato ad impedirgli il passo, un distaccamento di svizzeri; per lo che egli si decise recarsi in persona a Bologna collo scopo d'indurre quel generale a cambiare di proposito, da cui non gli venne fatto in alcun modo rimuoverlo; e se poco dopo otteneva passando per Ravenna di potersi recare a Venezia, era ciò dovuto soltanto al minaccioso contegno del popolo, che indignato per quell'impolitico procedere obbligava il Zucchi a mutare d'avviso.
A Ravenna trovò Garibaldi di nuovo le truppe svizzere aumentate di numero, ed in attitudine tale da fare in loro supporre ostili intenzioni; la qual cosa fece sì ch'egli tenesse in guardia la sua gente, 250 uomini circa, e preparata ad ogni avvenimento; se non che erano per lui le popolazioni, che in Ravenna, in Faenza ed altrove si sarebbero ad un solo cenno sollevate contro que' prezzolati stranieri. Mentre stavano le cose in quelle incertezze, accadeva in Roma la morte del ministro Rossi; Pio IX fuggiva dallo stato, e il Governo Provvisorio costituivasi nell'eterna città a tutelare le leggi e gl'interessi dei popoli, nell'ora del pericolo abbandonati da chi pur presume affidatogli da Dio quel santissimo dovere. Premuroso Garibaldi di concorrere coll'opera sua in quei momenti di crisi a sostegno del nuovo ordine di cose, da cui sperava un potente appoggio a la causa italiana: recavasi a Roma ov'era dal Governo immantinente ricevuto al servizio dello stato. Al partire da Ravenna aveva Garibaldi avviato la sua gente per Cesena ad Ancona, ed era essa di già pervenuta alla Cattolica allorchè dietro ordine del suo capo rivolgevasi su Roma, da dove partito Garibaldi andava a raggiungerla in Foligno per guidarla alle frontiere verso Napoli, sulle quali non comparve che un mese dopo, avendo la popolazione di Macerata fra cui dovette passare, volutolo a guernigione nella propria città, la quale ne chiese ed ottenne dal governo l'assenso.
Premendo finalmente custodire lo stato dalla parte di Napoli, andava Garibaldi a stabilire il suo quartiere generale a Rieti, spingendo le sentinelle avanzate fino alla linea che divide i due territori. Tra le facoltà accordategli dal governo, era pur quella d'arruolare il maggior numero d'uomini che gli fosse stato possibile; ed egli in ciò tanto felicemente riusciva, che in breve ora potè contarne sotto i di lui ordini due mila circa, tutt'ardentissima gioventù, nella quale scorgevansi individui dalle più umili alle più elevate classi, concordi tutti ed affratellati nel santo amore della patria italiana, e pieni di fiducia nell'uomo, sotto il quale erano accorsi volonterosi e colla certezza di essere condotti ad onorifiche imprese.
Noi ci faremo qui a descrivere le feste con cui le popolazioni della nuova repubblica in mezzo alle quali dovette Garibaldi passare colla sua colonna, si affrettavano ad onorarlo; ci basterà il rammemorare per saggio dell'entusiasmo destato dal di lui nome, come da ogni paese escissero le genti ad incontrarlo alla distanza di alcune miglia, accompagnate da musiche e bande militari. Toccata finalmente Rieti, fu prima sua cura di fortificare quel punto con fossi e trincee, e munirle d'artiglieria. Poi rivolgendo intieramente l'animo a ben disciplinare i suoi militi, ei cominciò dal tenerli in continui esercizi, senza mai lasciar trascorrere giorno, che con qualche nuova fatica non li tenesse risvegli; maneggi d'armi, evoluzioni, corse faticose, nulla perdonò; e tra queste ultime è da memorare una perlustrazione che fece imprendere a tutta la sua colonna pei monti Apennini, che durò alcuni giorni, lungo i quali furono continuamente molestati dalle pioggie, ch'egli a paro del soldato, non si risparmiò punto, tuttochè appena allora fosse uscito da non lieve infermità. E tanto per la sua parte ei si mostrò vigile e della disciplina zelante, che una sola notte non si rimase dal montare a cavallo e da Rieti recarsi al confine onde meglio accertarsi dell'esattezza e scrupolosità del servizio. Ammiravano le popolazioni in lui la straordinaria attività, l'amore con che all'ordinamento delle milizie attendeva, ed il modesto vestire che solo distinguevasi per un poncho[10] bianco foderato di rosso, mentre agli ufficiali era stato provveduto con abiti convenienti al loro grado. L'esempio del capo e la condotta dei subalterni, aveva destato negli abitanti dei paesi circonvicini tale ardore e desiderio di ammaestrarsi nelle armi, che da ogni parte facevangli richieste d'istruttori, i quali egli di buon grado accordava, nessun'altra cosa desiderando più che il vedere gl'Italiani addestrarsi nelle militari fatiche e rendersi atti a virilmente combattere.
Frattanto Pio IX rifugiatosi tra le braccia del Borbone a Gaeta, aveva respinto con ira e dispetto gl'inviti del governo di Roma a tornare nella capitale. Evidentemente ogni mezzo per l'accordo era stato esaurito; le provincie stanche per quello stato di incertezza in cui versavano, ed inquiete sul loro avvenire, esigevano dal potere pronti ed efficaci provvedimenti che alle apprensioni dolorose ponessero termine, ed apportassero al paese la stabilità nei suoi destini, e la regolarità nuovamente avviasse negli ordini politici e sociali.
In siffatta emergenza il governo provvisorio convocava un'Assemblea Costituente, nella quale era mandato a sedere Garibaldi dal collegio di Macerata. Nella memoranda seduta del 5 febbraio alzavasi Garibaldi e proponeva si proclamasse il governo repubblicano, oramai fatto desiderio di tutti per la ostile condotta del traviato pontefice. Era la proposta tramandata al 9 dello stesso mese, giorno in cui trovavasi per la prima volta l'Assemblea legalmente costituita; discussa vivamente, non molto dopo, e a quasi unanimità di voti, con applauso dell'astante numeroso popolo veniva approvata.