La risoluzione presa dalla Costituente romana, irritando le passioni avverse alle libertà popolari, aveva sollevato contro la nascente Repubblica gli sdegni d'una gente che ostentando carità di religione, non ha nè credenze, nè fede, e solo all'ombra di quel manto aspira al trionfo dell'impero assoluto da cui ottiene potenza, ricchezze ed onori a danno del popolo che soffre tutte le miserie di questo mondo, e paga lautamente i suoi felici padroni.

Protestando devozione alla chiesa agitavansi Francia, Spagna, Austria e Ferdinando Borbone; il Vicario di Cristo invocava e benediceva le bombe straniere che dovevano riconquistargli l'abbandonato trono, e quattro eserciti rovesciavansi contro Roma. Francia, fedele alle patrie tradizioni veniva prima, Giuda e Caino all'Italia, sicchè il secolo XIX vedeva rinnovato il feroce spettacolo d'un Brenno ancor più violento dell'antico. Tristi erano le condizioni della Repubblica romana e tali da mettere spavento in chiunque non avesse avuto una sovrumana dose di coraggio. Volte in basso le sorti della guerra contro l'Austria per la preparata disfatta di Novara, caduta Toscana in mano degli Austriaci, dominata la Lombardia, Napoli in piena reazione per la vittoria borbonica in Sicilia, occupata Civitavecchia dalle orde galliche, era il territorio della Repubblica circondato da forti e numerosi nemici, ed in più parti già da costoro invaso. I timidi, coloro che ai comodi e alle mezze libertà acquistate senza stenti, nè merito proprio son pronti sempre a sacrificare ogni sentimento di nazionale dignità e l'onore, consigliavano transazione coi soldati venuti da Francia a ristaurare l'assoluto dominio dei preti; ma non fu, viva Dio! il pusillanime e turpe consiglio adottato. Decretava la Repubblica «alla forza s'opponga la forza»; e in pari tempo riuniva le sue truppe nella capitale, e dalla frontiera di Napoli richiamava Garibaldi, il quale trovandosi in Anagni, distante circa 60 miglia da Roma, avviavasi alla Capitale ove giungeva due giorni dopo colla sua gente stanca, per le marcie forzate a traverso un terreno in cui aveva patito perfino penuria di acqua. Il popolo di Roma, in onta alle calunnie colle quali avevano tentato denigrare e fargli prendere in odio Garibaldi ed i suoi, accorreva numeroso e festante a ricevere i nuovi venuti; il ministro Avezzana affrettavasi a stringere fra le sue braccia Garibaldi e a dir parole di lode e d'entusiasmo alla Legione. Colla presenza di Garibaldi eransi i Romani sentito crescere l'animo e ciascuno vi ravvisava un pegno di sicura vittoria. Frattanto, tornate vane tutte le trattative coi capi francesi, Roma erasi parata a sostenere l'attacco, il quale ebbe poi luogo nel 30 aprile del 1849. Alle ore 9 di quel mattino presentavansi i Francesi in numero di 7000 uomini, nella stoltezza del loro insanabile orgoglio persuasi, che gl'Italiani non si sarebbero battuti, e alla vista delle armi loro dispersi. Forse l'esempio di Novara, il cui funesto risultato erroneamente attribuivano a mancanza di coraggio ne' nostri, aveva in loro esagerato quel disprezzo verso gli altri popoli, così radicato in quella vanitosa nazione.

Tentata in primo luogo Porta Cavalleggieri da cui furono virilmente respinti per opera della guardia nazionale, eransi i nemici rivolti alla porta S. Pancrazio, ove stava Garibaldi con 300 uomini vegliando alla difesa. Con questo pugno di prodi egli sostenne l'urto dei battaglioni nemici, e per qualche momento ne contenne la foga: vide in quella gigantesca lotta cadergli morto a fianco il maggiore Montaldi, in freschissima età, e venuto pur esso d'America; vide al Padre Bassi che stavagli accanto ucciso d'un colpo il cavallo; una palla di cannone battendogli poco discosto l'aveva coperto di polvere: la cintura della sua spada era stata lambita da un tiro di moschetto; due altri avevangli bucato il poncho; buona parte dei 300 erano caduti feriti nel petto, e stanche le braccia nel percuotere il nemico; — e questi superiore sempre di numero si avanzava occupando il posto dei caduti non più difeso. Allora Garibaldi si ritrasse in ordine coi superstiti e si ricongiunse alla riserva. — Riordinò celeremente colà le scomposte file, e unito ad altre truppe non entrate ancora in battaglia, si riversò impetuosamente sui nemici che già s'erano inoltrati fin presso le porte; l'urto e il furore dei combattenti furono tali, che i francesi perduto alla fine ogni ordine, cominciarono a retrocedere e a cercare un rifugio nelle case vicine, ove riescirono a trincerarsi, ma per poco; chè Garibaldi con tre sole compagnie si avventò egli stesso a sloggiarli, e con tanto ardore gl'investiva, che dopo un lungo combattere astringevali a ritirarsi facendo loro molti prigioni. — Durò il memorando conflitto fino alle 6 della sera, lasciandovi i Francesi circa 500 morti, e poco meno di 600 prigioni. Diresse Garibaldi quella difesa, e v'acquistò nuova fama pel maraviglioso coraggio, e le opportune disposizioni così energicamente secondate dalle truppe, dalla guardia nazionale e dal popolo.

Dopo alcune ore di riposo, Garibaldi ardente nel desiderio di cacciare d'Italia questi nuovi stranieri venuti a conculcarla, dirigeva nuovamente le sue truppe contro i Francesi ritiratisi a Palo, 10 miglia distante da Roma, con animo deliberato di attaccarli e venire ad un decisivo risultato. Il generale nemico, compreso quale fosse l'intenzione di Garibaldi, spedivagli un messo proponendo un armistizio, cui egli sdegnosamente: «andatelo a fare a Parigi.» Ma la proposta medesima fatta da lui pervenire al triumvirato alle cui determinazioni doveva in ogni caso sottomettersi, era dai supremi regolatori accettata, e Garibaldi rientrava quindi, benchè a malincuore, ne' suoi alloggiamenti in città, che l'accoglieva tra le acclamazioni e gli evviva universali.

Il giorno della battaglia i soldati avevano veduto il loro capo avvicinarsi amorevolmente ai feriti, abbracciarli, e dar loro il conforto di affettuose parole e di lodi: «Consolatevi, diceva, voi cadete in Roma per la libertà e l'onore d'Italia.»

Sublimi parole che rivelano l'altezza dell'animo, la potenza di sacrificio e la tempra dell'amore alla patria in chi le pronunciava, e in chi le udiva confortato! Possano gl'Italiani tutti comprendere, e mostrarsi degni di siffatte consolazioni!

Il dì dopo allorchè avviava le truppe a respingere i Francesi da Palo, ei volle in prima recarsi sul campo, ov'erano caduti i prodi commilitoni, per onorare di sepoltura gli estinti, e assicurarsi meglio se qualche ferito fosse rimasto dimenticato sul luogo. Le quali amorevoli premure osservando i valorosi soldati, sentivano sempre più crescere in loro l'affetto per l'umano e non meno valoroso lor capo.

Dopo questa vittoria riportata contro lo straniero e per la quale Garibaldi esultava contento di aver fatto una volta toccar con mano ai Francesi se veramente gl'Italiani si battono, quella fatalità che da tanti secoli pesa sull'infelice Italia voleva che quelle stesse armi che avevano respinto l'invasore venuto di Francia si appuntassero pochi dì dopo contro petti italiani; poichè essendo in quei giorni invaso il territorio della repubblica da un esercito mandato dal re Borbone, era necessario ricorrere alla forza onde respingere gli aggressori. Per lo che le truppe non ben anco ristorate del lungo faticare in quel giorno 30 d'aprile, dovevano rimettersi in marcia e disporsi a versare sangue fraterno. La qual impresa doveva profondamente affliggere l'italiano animo di Garibaldi, in estremo repugnante ai dissidi ed alle guerre tra noi figli d'una medesima madre. Pure la malignità degli uomini di Gaeta avevalo collocato in tale situazione, che imponevagli, senza via di scampo, anche questo dolorosissimo sacrificio — ed egli accettò. — Uscì da Roma con 4,000 uomini, e corse ad incontrare i fratelli convertiti in nemici, bramoso di torsi dinanzi quanto più presto fosse stato possibile l'amarissimo calice. Avevano i borbonici in numero di 7,000 occupato Valmontone, e Garibaldi ad ora già tarda erasi andato a collocare in Palestrina, posizione vantaggiosissima, nella quale meditava attirare il nemico che intento a riposarsi la notte non sembrava disposto venire alle mani per quel giorno; ma Garibaldi volendolo costringere a scuotere l'inerzia e ad uscire dai suoi alloggiamenti, gli tenne durante le ore notturne quattro compagnie continuamente ai fianchi con ordine di inquietarlo senza posa, e mantenere vivo l'allarme nel di lui campo; nè sopravvenuto il giorno egli faceva cessare quel fuoco, nella speranza che stanco il nemico di essere molestato, sarebbesi finalmente risolto a respingere seriamente gli assalitori; nè male s'appose, chè tratto in inganno dalla ritirata di quelli si lasciò facilmente trascinare ad attaccarne il grosso in Palestrina. Erano le 3 pomeridiane del giorno 8 di maggio allorquando la zuffa cominciò, e non ebbe fine che a tarda sera. L'insegna del dispotismo fu atterrata, la virtù repubblicana prevalse, ma del valore malaugurato dei napolitani fratelli, rimasero, dolorosa testimonianza, 800 uomini fuori di combattimento.

I Francesi che per molti giorni erano rimasti quieti nei presi alloggiamenti, collo scopo di guadagnar tempo, onde avere rinforzi d'armi, d'uomini e di artiglierie d'assedio, covando in petto il perfido disegno di restaurare pienamente l'antico ordine di cose dalla pubblica coscienza condannato, avendo fatto qualche movimento, per cui sembravano minacciare nuovamente Roma Garibaldi fu richiamato subito in città. Respinti da un lato i borbonici, venivansi inoltrando dall'altro su Bologna gli Austriaci. Gli Spagnuoli anch'essi sbarcavano in Fiumicino rivolgendo un proclama nella loro lingua al popolo, di cui s'annunziavano liberatori.

Fu in que' momenti che il triumviro Mazzini dirigendosi al plenipotenziario di Francia facevagli osservare la slealtà e l'ignominia di proseguire oltre gli ostili disegni contro Roma dinanzi alla triplice invasione accennata «Vi sarebbe in ciò, esclamava l'intemerato triumviro, qualche cosa simile all'accordo schifoso del 1772 contro la Polonia.» E l'accordo tra gl'invasori tutti v'era pur troppo, come risulta dai dibattimenti nell'assemblea francese nelle tornate d'ottobre. Ma intavolatesi tra il Lesseps e il triumvirato trattative di sospendere le ostilità, il governo pensò mettere a profitto quel tempo sbarazzandosi dell'esercito borbonico, che era nuovamente venuto ad accamparsi in numero di 16,000, e munito di numerosa artiglieria in Velletri ed in Palestrina, avente a capo lo stesso re Ferdinando, che male sapeva comportare l'onta della prima disfatta ricevuta dalle armi repubblicane.