Bologna già da vari giorni sosteneva a quell'epoca una lotta accanita contro l'esercito austriaco. Tuttochè priva di artiglieria, e in gran parte anche della sua armigera gioventù accorsa alla difesa di Roma, trovò nell'antica sua fierezza tanto e tale valore da resistere per otto intieri giorni al bombardamento e agli attacchi della preponderante forza, facendole costar cara la vittoria. Accompagnava l'orda barbarica il prete Bedini in nome di Pio IX.
In onta a questi rovesci ed ai pericoli che la stringevano, la repubblica mantenevasi ferma e lungi dall'affievolirsi nell'animo, spediva 12,000 uomini con 12 bocche da fuoco ad incontrare il Borbone. Comandava l'avanguardia il colonnello Giuseppe Marocchetti, il corpo di battaglia Garibaldi, il comando supremo commesso al generale in capo. Era sull'aggiornare del 19 maggio allorchè Garibaldi avanzatosi verso Velletri incontrava alla distanza di alcune miglia il nemico in grosso numero, ch'egli non esitò di attaccare con 100 uomini di cavalleria, seguendo il suo stile di mostrare in certi casi estrema audacia e risolutezza, affine di sorprendere la fortuna: ebbe in quello scontro la peggio, e negli avviluppamenti della ritirata gli cadde a terra il cavallo, che lui pure trascinò al suolo, lasciandogli contuso il volto e ferita una mano: ma risalito celeremente in groppa e postosi alla testa di 500 uomini di fanteria ritornava alla carica colle baionette calate, dinanzi alle quali il nemico cedeva il terreno, e finiva per andarsi a rifuggire sotto le mura di Velletri, da dove continuò ad opporre accanita resistenza, in onta alla quale Garibaldi proseguì a combattere, tuttochè inferiore di forze, non essendo ancora il grosso della spedizione romana ripervenuto al luogo della battaglia. Caricò a più altre prese il nemico alla baionetta, e sarebbe forse anche riuscito colle poche truppe sotto i suoi ordini a dare un colpo decisivo che avrebbelo fatto padrone d'una parte della città, se la poderosa artiglieria dei borbonici collocata nell'altura dei Cappuccini non lo avesse con vivo e continuo fuoco tenuto lontano. Ravvolgeva in animo Garibaldi il progetto di precludere la via di fuggire a re Ferdinando e farlo prigione, lo che forse temendo, erasi questi quasi sul principiare della battaglia messo in salvo, con ordine a' suoi soldati di seguirlo nella notte. Tutto il giorno 19 si durò a combattere vigorosamente da ambe le parti, e soltanto a sera avanzata si pose fine alla strage fraterna, che s'è fatta maggiore per l'arrivo durante il giorno delle altre forze repubblicane sotto le mura di Velletri, che tacitamente abbandonata dai borbonici accorsi a raggiungere il re fuggitivo, venne dai Romani, già preparati ad attaccarla, occupata nel giorno seguente 20 di maggio. Fu quello scontro doloroso e rimarchevole pel numero dei fratelli nel campo nemico rimasti fuori di combattimento, e che si fece ascendere a 1,200.
Avendo parte di quella spedizione contro Velletri, ripresa la via di Roma, Garibaldi si rivolse due giorni dopo con 8000 uomini verso il regno di Napoli, non senza speranza di raggiungere quei fuggenti accelerando le marcie, nè senza la lusinga che entrando nel regno sorgesse qualche moto favorevole alla causa della libertà. E questa lusinga appare evidente dal proclama che usciva in quei giorni diretto ai napoletani «Fratelli, diceva, noi non veniamo ad imporvi alcuna legge, veniamo per dirvi una parola libera, motrice di magnanimi affetti, per innalzare in mezzo a voi il vessillo della patria comune.» E se i Francesi non erano, forse l'Europa vedeva da quel canto d'Italia sorgere una potente favilla, che l'incendio avrebbe più fieramente ridestato. Non appena toccava Garibaldi Rocca d'Arci, che riceveva ordine dal governo di sforzare le marcie verso la capitale, disponendosi i Francesi a nuovamente attaccarla. Rifece adunque il cammino non riposando nè giorno nè notte, in tal guisa che il 2 giugno entrava colla sua colonna in Roma.
Il generale francese avea fissato il giorno 4 per riprendere le ostilità, siccome è provato dalla lettera ch'egli stesso inviò al generale Roselli: poi contro la data parola cominciò invece il fuoco nella notte del 2 al 3, con intento di sorprendere i difensori, e terminare con un colpo di mano l'impresa, che prevedeva difficile, tuttochè avessero affermato che gli Italiani non si battono.
A un'ora dopo mezzanotte i Francesi avanzaronsi alla villa Pamfili, rispondendo in italiano, colla mira di meglio nascondersi al grido d'allarme delle scolte, viva la Repubblica Romana; e in questa guisa riescirono in numero di 6000 a sopraffare il presidio che vegliava alla difesa di quel punto; ma pervenuta la notizia di tanta slealtà agli altri corpi, tutti accorsero indignati al loro posto preparati a qualunque evento. Il nemico avendo continuato a venire innanzi e a trarre colle artiglierie, il combattimento divenne ben presto generale. Fin dai primi rumori Garibaldi era accorso al quartiere delle sue truppe, che già in pronto non attendevano che i di lui ordini. — Dette poche parole raccomandando severa disciplina e di rammentarsi dell'onore italiano, guidavale a passo di carica a porta S. Pancrazio. Il nemico aveva già occupato oltre villa Pamfili quella di Valentini e l'altra dei Quattro Venti; l'energica resistenza opposta dalle truppe già accorse era stata superata dal numero, gli sforzi con cui eransi adoperate a sloggiarlo erano tornati vani. Garibaldi arrivava in quel punto, e postosi senza più alla testa dei battaglioni li rincorava coll'esempio; e col solito impeto li conduceva ad assaltare il nemico colle baionette: lì s'impegnò furiosissima la tenzone, che durò senza mai ristarsi per quattro intiere ore. Alla fine i Francesi non potendo tenere più fermo cedettero il campo già occupato, rimanendo però nella villa Pamfili. — Rinforzato di nuove truppe, il nemico tornò all'assalto, e dopo alcune ore di lotta disperata riprese le abbandonate posizioni. Verso mezzogiorno Garibaldi riordinata la sua gente, ed era sempre la stessa, conducevala per la seconda volta contro i Francesi, i quali con doppio numero di forze contrastarono ferocemente il terreno, che più tardi dovettero sgombrare. Ma il nemico potendo disporre di truppe fresche e di numerosi battaglioni, cacciava innanzi sempre nuove colonne, contro le quali non reggendo più il numero, Garibaldi dopo avere sostenuto per più volte e sempre colla stessa virtù lo scontro col nemico, ordinò la ritirata e si ridusse al casino detto il Vascello, da dove continuò a combattere sino alla sera. Ebbero i Francesi una perdita quattro volte maggiore de' nostri, e confessarono che quella era stata una lotta da giganti. Garibaldi dovunque appariva seminava il terrore e la morte[11]. Il combattimento durò 17 ore, la mischia fu più che tutt'altrove sanguinosa e feroce presso alla villa Pamfili, ove Garibaldi fece quasi sempre combattere corpo a corpo, all'arma bianca. Rendendo conto al Triumvirato di quanto erasi fatto in quel giorno egli scriveva, parlando dei suoi commilitoni «io non saprei distinguere alcuno, perchè tutti si sono egualmente distinti». Garibaldi perdè in quel giorno due degli uffiziali ch'eran venuti con lui d'America, i maggiori Ramorino e Peralta, degni d'onorata memoria. Il nostro valoroso amico Giacomo Medici, colonnello della legione portante il di lui nome, diede in quel giorno una solenne prova di quanto può aspettarsi da lui l'Italia nella futura guerra nazionale.
È impossibile, e riescirebbe d'altronde troppo lungo il tener dietro ad uno ad uno de' numerosi fatti in cui Garibaldi si fece rimarcare per valore e per accortezza sia nel respingere il nemico, sia guidando le sue truppe ad attaccarlo nelle proprie trincee. Nei giorni 5 e 6 di giugno furono rinnovate le offese dagli assedianti, i quali sempre ricacciati, resero quei giorni memorandi per le grandissime loro perdite e per nuove vittorie delle armi italiane. Garibaldi diè loro tali fierissime percosse, che li lasciarono sovente atterriti e sanguinosi. Le lotte dei tempi omerici furono in quei giorni rinnovate con lode somma dei nostri, coll'onta e col danno dei nemici. La luce diurna non bastando agli animi inaspriti, Garibaldi usciva di notte tempo ad attaccare i Francesi che certo non s'aspettavano a tanto ardimento. Era tale l'ardore, l'attività e l'indomabile coraggio di lui in quelle arditissime fazioni, che i Romani chiamavanlo il leone della serra. Memorabile tra tutti gli altri per individuale coraggio, si è il fatto in cui con solo 8 uomini di cavalleria cacciò da un palazzo fuori porta S. Pancrazio i famosi Chasseurs de Vincennes, che non seppero lungamente resistere a quell'impeto, e cercarono scampo fuggendo per le finestre.
Avendo i Francesi piantato delle batterie, i di cui fuochi riescivano oltremodo funesti ai Romani, Garibaldi mise mano a una via sotterranea, che li conducesse a quella volta con animo di farle colle mine saltare in aria, lo che impedivagli il nemico di mandare ad effetto, col rivolgere le acque dentro i lavori già avanzati, e de' quali egli s'era avveduto.
La sera del 10 meditando un audacissimo colpo, Garibaldi riuniva buon nerbo di truppe nella piazza di s. Pietro, e fattele disporre per una incamiciata, le conduceva fuori dei muri con ordine di avanzarsi in silenzio e di scagliarsi al convenuto segnale sull'accampamento nemico, colla baionetta alla mano. Un inaspettato contrattempo faceva sì che l'avanguardia sparato qualche tiro prima di giungere al luogo, rendesse avvertiti i Francesi dell'imminente pericolo e non più eseguibile il preparato assalto.
Tale stizza i Francesi aveano concepito contro Garibaldi, che allorquando appresero com'egli soleva dall'alto del palazzo nella villa Corsini osservar le loro operazioni e dirigere i movimenti delle truppe romane, cominciarono a far piovere sulla malaugurata casa e cannonate e bombe in tal copia, che non molto dopo dovette Garibaldi abbandonarla perchè interamente guasta e prossima a crollare. Di là egli trasportò il suo quartiere nella villa Spada, egualmente esposta ai tiri del nemico.
Spuntava frattanto il giorno 12, in cui il generale Oudinot, terminati i lavori d'approccio, trovavasi in posizione di poter bombardare Roma; per cui rivolgendosi alle autorità scriveva: che ove dopo 12 ore dall'intimazione la città non si fosse arresa, avrebbela attaccata di viva forza: al che il Triumvirato fermo nell'onorevole proposito: «Non tradiamo mai le nostre promesse, rispondeva: abbiamo promesso difendere l'onore del paese e la bandiera della Repubblica: manterremo la nostra promessa.» E dodici ore dopo ricominciava più che mai furiosa la pugna. Videro in quel giorno i Francesi tali prove di audacia, di valore e di militare scienza, che ne maravigliarono spaventati. Garibaldi dà di quella tremenda giornata, ch'egli dirigeva in persona, un saggio nella relazione che trasmise al governo; ivi è detto: «Il furore de' nostri era al colmo, poichè mancando di munizioni, questi prodi colsero le pietre, e con esse sconfissero il nemico, gli tolsero le baionette dai fucili, e se ne servirono come d'un arma terribile.»