In tutti quei giorni di lotta che seguirono dal 13 al 22, Garibaldi fu visto dì e notte continuamente nei luoghi ove più ferveva la battaglia, ed era più evidente il pericolo: la gente non sapeva com'egli potesse tanto assiduamente mostrarsi dovunque le emergenze di que' fortunosi momenti richiedessero la presenza d'un uomo che valesse col consiglio e l'audacia a debitamente provvedervi. Egli pareva non sentir mai il bisogno del riposo o quello del cibo: sarebbesi detto che nel fuoco e nelle aspre fatiche della guerra prendessero le di lui membra ristoro e forze novelle.

Occasione di nuovi ingenti sforzi e di valore disperato diede a Garibaldi la notte in cui i nemici per la lenta ma sicura via delle opere d'assedio, apparvero dentro i muri della città. Trovavasi egli in quel momento in un posto di riserva e non appena giungevagli l'infausta notizia, che in un colle truppe accorreva ad assalire colla baionetta calata il nemico, che in fortissimo numero già s'era trincerato nelle prese posizioni. Tornata vana tanta virtù, egli non si perdeva d'animo per questo; chè all'alba con nuovo furore avventavasi risolutamente un'altra volta all'ardimentoso cimento. Spinse i soldati a metter piede perfin sui lavori del nemico, e con tal impeto e dispregio del pericolo il fece, che erasi condotto tanto innanzi, che i nostri toccavano le punte delle carabine ai soldati nemici, le quali sopravanzavano dalle paralelle. Pure anco questo secondo tentativo rimaneva pur troppo senza frutto dinanzi all'ostacolo dei trinceramenti, senza di cui il nemico avrebbe dovuto come già altre volte ritirarsi sanguinoso e disfatto. Erano quelli momenti supremi, e la posizione tristissima; e nonostante il coraggio e il desiderio di nuovi paragoni col nemico in tutti raddoppiavansi allo spettacolo sublime di Garibaldi e de' suoi. — Roma riviveva ai tempi antichi.

Dalla nuova posizione in cui s'erano fortificati, i Francesi bombardarono senza posa per molti giorni la città, e gravissimi danni arrecarono agli antichi monumenti, che altri barbari e in più barbari tempi avevano rispettato. E la ferocia di codesti stranieri che non offesi, nè provocati eran calati in Italia senz'altra ragione che il numero[12], senz'altro diritto che il sangue, veniva spinta a tal grado, che i consoli delle estere nazioni, indignati a tanto strazio diressero al generale francese una nota nella quale protestando contro «quel modo d'attaccare che non solo minacciava le proprietà e le vite dei neutri abitanti, ma anche quelle delle donne e dei fanciulli, chiedevano in nome dell'umanità e delle nazioni civili che desistesse dal bombardare più oltre, per salvare dalla distruzione la città monumentale che è considerata come sotto la protezione morale di tutti i paesi inciviliti del mondo.»

In onta alla voce che il mondo cristiano sollevava per bocca de' suoi rappresentanti in Roma contro il vandalismo de' soldati di Francia, le bombe continuarono senza ristarsi un momento a cadere sull'eroica capitale d'Italia, e quanto più codesti pretesi liberatori dei popoli vedevansi da un piccol numero d'uomini, nuovi quasi tutti alle armi e privi dei potenti mezzi di guerra, di cui essi potevano disporre, contrastato il trionfo e sovente ancora battuti, tanto maggiormente s'imbestialivano, e il concetto furore con atti crudelissimi disfogavano. Poco pareva a costoro il fulminare notte e giorno la città coi mortai e co' cannoni, che anche spingevano all'assalto i soverchianti battaglioni; ma a traverso le tenebre, colla mira d'introdursi non visti e per sorpresa, dacchè l'approssimarsi di giorno e venire a far prova faccia a faccia del proprio valore coi nostri avevano vedute tornar loro sempre a danno e a vergogna. E tale esito ebbe il colpo tentato la notte del 25, in cui da tutti i punti assaliti vennero coraggiosamente respinti. Ripeterono l'assalto la notte del 27 giovandosi d'una fitta nebbia e attaccando colla baionetta; ma non valse loro nè la sorpresa nè la risolutezza dell'assalto, chè un muro insuperabile di petti cittadini s'oppose a contrastarli il passo. Ivi s'accese una mischia talmente accanita da ambe le parti, che durante tutta la notte si continuò a combattere, il micidiale incontro protraendosi fino a tardi nel giorno seguente. Garibaldi sempre in mezzo al fuoco aizzava i compagni in quel furore e gli esortava a non cedere, a tener fermo per l'onore italiano, e accorrendo dovunque accresceva l'animo e la rabbia nei combattenti. «Voi pugnate per la libertà e per l'onore d'Italia!» era il suo grido prediletto di guerra, e a quel grido raddoppiavansi come per incanto i colpi, sotto i quali cadevano i Francesi a mordere quel mal tocco terreno. L'orribile pioggia di bombe e di granate accompagnava incessantemente quegli attacchi alle fortificazioni, protetti pur anco dalle artiglierie che avevano già grandemente dilatato la breccia. Sulla quale avendo finalmente i nemici lanciato il dì 30 un numero sterminato d'uomini, poterono collocare una batteria che rendeva quasi del tutto vana ogni ulteriore resistenza. Nonostante male sapendo Garibaldi comportare quel trionfo del nemico, che oramai non era più in poter d'uomo contrastare lungamente, egli volle far prova di scacciarlo dalle occupate posizioni, e riuscivagli il colpo; senonchè rivennero poco dopo i Francesi alla pugna, e dovè Garibaldi ritirarsi non senza però ritentare la fortuna che sorridevagli per l'ultima volta, poichè avendo nuovamente respinto il nemico, quando tutto già pareva perduto, questi rinforzatosi con nuove truppe, rese impossibile ad umana forza ogni altro tentativo.

Questi rovesci ben lungi dal far desistere Garibaldi da ogni idea d'ulteriore resistenza avevanlo sempre più confermato nel pensiero di continuarsi ad opporre al Francese nella terza cinta protetta dalle barricate al di qua del Tevere, e dopo aver fatto rovinare il ponte di S. Angelo e quello di Sisto. Se il magnanimo proposito non fu mandato ad effetto, debbesi attribuire a cause che da lui non dipesero, e le quali la storia, fedele custode delle umane azioni, farà note più tardi.

Non patendo a Garibaldi l'animo di cedere le gloriose armi allo straniero invasore, risolveva uscire da Roma, ed avventurarsi a nuovi pericoli; e fatto appello ai compagni con queste parole che riportiamo fedelmente:

Soldati,

Ciò che io offro a quanti vogliono seguitarmi, eccolo: fame, freddo, sole. Non paga, non caserme, non munizioni, ma avvisaglie continue, marce forzate e fazioni alla baionetta. — Chi ama la patria e la gloria mi seguiti.

Garibaldi.

radunò circa 3,000 uomini coi quali s'avviò alla volta di Tivoli, non lontano forse dal credere che mantenendosi per qualche tempo nella campagna, avrebbe potuto riunire a sè maggiori e considerevoli elementi onde organizzare una lunga resistenza contro gli stranieri, che da due parti diverse aveano invaso l'Italia, e i quali ad un tempo s'affaccendavano ad inseguirlo, ben mostrando come degli Austriaci chiamati barbari non fossero punto dissimili codesti altri calati di Francia bestemmiando parole di libertà.