Non ignorava Garibaldi l'ardore con che ambedue si sarebbero egualmente lanciati sulle di lui tracce, e perciò affine di meglio celar loro e la propria situazione e le sue mire, aveva diviso in molti piccoli drappelli le sue genti che spinse in direzioni diverse, mostrandosi così nel tempo medesimo in disparatissimi punti. Per lo che i nemici, francesi ed austriaci, quantunque in numero di gran lunga superiore, mal sapendo ove rivolgersi per coglierlo, vedevansi obbligati ad errare alla ventura, e con inutili marcie stancare i propri soldati, che talora quando meno vi s'attendevano, sentivansi improvvisamente colpiti dai tiri d'un nemico, di cui non trovavan più orma. Con questo incessante avvicendarsi di marcie e di inseguimenti erasi condotto in Toscana, coll'intendimento di tentare anche quelle popolazioni e conoscerne l'animo. Apparve perciò nelle vicinanze di Montepulciano verso il 10 di luglio, e sostò per prendervi riposo sull'alpestre monte Fallonico, ove era impossibile al nemico l'avvicinarglisi. Entrò più tardi in quella città, ove da un convento di frati furongli tratti alcuni tiri di fucile; la qual cosa diede luogo a che Garibaldi ritenesse presso di sè e conducesseli fuori, e il sottoprefetto ed alcuni preti di quel paese, i quali rilasciò poi subito, senza ulteriormente occuparsi nè di loro nè dei frati.
Accennando da Montepulciano alla volta d'Arezzo, stavano in quest'ultima città e nella stessa Firenze in allarme gli uomini della ristorazione, e l'italiana Arezzo vide le sue porte chiudersi all'avvicinarsi di Garibaldi, come se uno straniero nemico o un malfattore la minacciasse. Contro la quale condotta protestarono in modo solenne il popolo e gli abitanti di quei dintorni, i quali affrettaronsi numerosi a salutare i fratelli ed a recar loro il bisognevole, onde potessero ristorarsi della fame e della sete patite in que' lunghi travagli.
Erano in que' momenti le condizioni d'Italia tutta, e di Europa, poco o nulla favorevoli alla causa della libertà, perciò i popoli non potendo corrispondere agli eccitamenti di Garibaldi, stavano quieti, oppressi dagli eserciti stranieri, accampati in gran numero nelle nostre provincie. Fattosi persuaso Garibaldi della realtà dolorosa, per cui doveva rimettere ai giorni avvenire il compimento del magnanimo proposito rifaceva i passi, avviandosi verso l'Umbria. Anche durante quella ritirata ebbe sempre ai fianchi l'austriaco, che inseguivalo numeroso e senza prender mai posa. Marcie e contromarcie precipitose e continue, riposi brevi, e conturbati sempre dal pensiero d'un attacco imminente, vigilanza diligentissima, corse per luoghi alpestri e tenuti per impraticabili; talora circondati dal nemico, che stava per serrarli nella vasta cerchia, che facevasi ad ognora più stretta, e con volte e rivolte sfuggirgli dalle mani, che già si stendevano sopra di loro; tal altra lanciarsi arditamente tra mezzo alle schiere nemiche, e transitare al punto bramato senza che azzardassero offenderli. Per siffatte circostanze fu maravigliosa quella ritirata verso gli stati romani, da dove Garibaldi risolveva ricoverarsi finalmente in S. Marino, nella certezza di esservi ben accolto.
La disciplina più rigorosa fu da Garibaldi fatta osservare dalle sue truppe lungo questa escursione; a tale spinse lo scrupolo da quel lato, che per lievi mancanze inflisse i più severi castighi. I luoghi per cui transitò non ebbero che a lodarsi dell'ordine e del rispetto alle persone e alle cose. Allorchè le vettovaglie mancavano, ei ricorreva alle comuni che fornivangli l'occorrente, e giammai si fece lecito di togliere da per se neppure lo strettamente necessario.
Molte volte i suoi uffiziali instarono presso di lui affine di indurlo a battersi col nemico, ed egli consultando la difficile posizione in cui si trovavano, e calcolato con maggior prudenza le cose, rifiutò costantemente di farsi aggressore. Mancavangli i mezzi di trasporto pei feriti, mancavagli un luogo sicuro ove depositarli: come mai avrebbe egli potuto acconsentire in tanto critica condizione, che i di lui compagni s'esponessero alle eventualità di una lotta, dalla quale erasi convinto non poter più ricavare quei benefizi di che si era lusingato dapprima?
Entrava quindi in S. Marino, ove il governo e gli abitanti facevangli tutta quell'onorevole e lieta accoglienza che si doveva a fratelli. Quivi chiamati a sè gli uffiziali, rendeva lor noto essere oramai inutile continuare nell'intrapresa, e necessario quindi lo sciogliersi, e provvedere ciascuno alla propria salute in quella terra amica. Frattanto l'austriaco avea per mezzo del governo di S. Marino fatto proporre a Garibaldi una capitolazione, colla quale era offerto libero il campo per ritirarsi al proprio paese ad ognuno della sua colonna, ed assicurato a lui un passaggio per l'America. Concertato col reggente di S. Marino il modo di salvare i compagni, rifiutò per sè ogni patto dell'austriaco, cui non volle umiliarsi.
Non rimanendo in Italia più altro campo ove si combattesse contro lo straniero, tranne Venezia, ei concepì lo ardito divisamento di recarsi a far le ultime prove nell'eroica città, che oramai sola sosteneva la bandiera italiana colla guerra. Perciò accompagnato dalla moglie che da Roma avevalo voluto seguire ad ogni costo, e da un centinaio d'uomini i quali in onta a tutto non seppero risolversi ad abbandonarlo, scese dalla montagna di S. Marino alle pianure del Cesenatico, ove stavano a vigile guardia numerosi gli austriaci, più che mai bramosi di averlo nelle mani. Mercè la scorta di generosi patriotti di quei dintorni potè la piccola brigata passare non vista in mezzo ai nemici, e giungere alla sponda senza verun ostacolo. Solo non ebbe amica la fortuna quel santo martire, il quale smarritosi nella corsa cadde in potere del nemico, e più tardi spirò in Bologna rotto dai piombi tedeschi stromenti dell'ira clericale. Perdita che lasciò un immenso dolore nell'animo di Garibaldi che nel P. Bassi venerava il vero tipo dell'uomo di Dio.
Era questa la terza volta che egli veniva colpito nella parte più sensibile del suo cuore dacchè aveva riveduto la patria. Fin dai primi giorni del suo approdo in Genova la morte ponendo fine al martirio di una troppo lunga infermità, avevagli rapito l'antico fratello d'armi, il colonnello Anzani, al quale stringevalo stima ed affetto caldissimo. Combattendo sotto le mura di Roma contro i Francesi erasi veduto orbare d'un altro a lui estremamente caro per valore e per senno militare, il colonnello Masina di Bologna. Pareva che un maligno destino salvando a lui la vita da tanti e così fieri pericoli, volesse fargliela misera ed insopportabile, accumulando sul di lui animo dolori sopra dolori, che qui non ebbero ancor fine.
L'austriaco informato del rifiuto di Garibaldi per le condizioni propostegli, emanò severissimi ordini contro chi avesse dato asilo a lui e ai compagni, e come se l'atto già di per sè barbaro non fosse bastante, un altro volle aggiungerne più barbaro ancora. Eragli noto che la indivisibile compagna stavagli a fianco; — ed egli, il tedesco, ricordavalo alle popolazioni, affinchè meglio fosse riconoscibile il marito! e non si vergognava di avvertire inoltre come a più chiaro indizio, che era la donna incinta da vari mesi. Lo stato dell'infelice Anna, che per qualunque altro nemico sarebbe stato un titolo a mitigare i feroci diritti della guerra, doveva servire invece coll'austriaco a fare più desolata e lagrimevole la condizione di lei! Tali sono gli uomini che pesano sulla nostra sventurata patria!
Ma il bando assassino dello straniero non metteva punto sgomento nel cuore di quei generosi abitanti, poichè non solo ebbero i fuggitivi fraterna accoglienza dovunque, ma trovarono sulla riva pronti i pescherecci bragozzi che li accolsero e li condussero lontano.