già che questa usciva, saltuariamente, in appendice, sulla Gazzetta di Milano: el sô prâa de marscida, la sua coltivazione reddituaria, però che la letteratura pura lo mandava in rovina ed il giornalismo lo faceva vivere, senza lasciargli possibilità di pagare i molti debiti. «Io nacqui indebitato; se la bolletta fosse un violino, io sarei un Paganini», soleva ripetere: e pur morì in Milano, la patria de' suoi creditori, il 26 gennaio del 1874, nella Casa di Salute di Porta Nuova, trasportatovi dall'Albergo del Gallo il dì di Natale dell'anno prima: e morì creditore esigentissimo di gloria, che tuttora cercano negargli, lasciando alla moglie dispensiere otto capi di vestiario e due fazzoletti bianchi da naso.

Ma, in sulla porta dell'Hagy, conveniva udirlo negli anni fecondi e gagliardi. Martellava una inesauribile zecca di epigrammi a battuta sonante d'arguzia. Corruscavano monete d'oro e d'argento, già mai di rame, al sole artificiale e ringiovanito dai vapori dell'alcool — el so giovin de studi —; insospettati modi di dire svuotavano le viscere scoperte di ipogee miniere ricchissime di storia, d'arte, d'indiscrezioni. — La vista di una passante, di una conoscenza, di un nemico, di un amico eccitava in lui la piacevolezza alla ventura.

Diceva del Sacchi bibliotecario, che camminava col muso per aria mezzo assonnato, muovendo le labra come biascicasse castagne. «El par un baco ch'el tenta de fa la galetta, ma la ghe reussis no». Della moglie di Cletto Arrighi, che poverina, non si sgravava che di cadaverini: «Ona Mojascia ambulante». — Ad un vedovo che si era riammogliato: «indegno d'aver perduta la prima». — Chiamava una cantante enormemente grassa, ma bella: «il naufragio dell'estetica». Espettorava la quintessenza delli insulti contro il Filippi, che fu tra i primi, critico della Perseveranza, a bandire l'opera di Wagner contro i rossiniani, dei quali Rovani era il massimo sostenitore; e fulminava Pezzini, comproprietario della Gazzetta di Milano, deforme e libidinoso, assicurandogli che «lo avrebbe migliorato con un pugno» — Ad un suo sozio attestava: «Molti migliori di te hanno salito la forca: ma tu la disonoreresti».

Se avvisava Giulio Carcano, lo sciapo traduttore di Shakespeare e lo stucchevole manzoniano, claudicante: «In tant temp che l'è a sto mond e con tanta inclinazion ch'el ga in quella gamba lì, l'è sta mai capace de diventà nan». — Ed a Paolo Ferrari, che gli confessava d'aver letto molti libri prima di comporre La Satira e Parini, rispondeva: «Ch'el guarda che l'han mal informàa». — A Cantù faceva sapere: «Aveva egli otto anni ed era già un asino»; appajandosi a Mommsen che lo tacciò di ciarlatano; — a D'Azeglio, venuto in sulle bocche di tutti coll'Ettore Fieramosca: «L'è un gener de Manzon». Se riconosceva un galantuomo a passare, criticamente osservava: «On bon galantomm el dev semper avegh un fond cattivissim»: se ammirava una bellezza giovane e procace: «Speri che la vegnarà bonna per tutti»; se un acuto profumo di muschio gli pungeva le nari e scorgeva la biscia che lo emanava, una cantante ex-cocotte: «Adess la cerca in de l'arte quel che no po dag pu la natura». Eccitava i giovani a gesta erotiche, citando Orazio ed Ovidio, l'esempio turrito ed inalberato pagano che si conserva nel Museo secreto di Napoli, illustrato dalla prolifica divisa «Sator Mundi», seminatore dell'universo, proponendo loro il caso di una famosa editrice di musica, el granatiere di Slesia. Ma, invitato si schivava dal confessare la sua età, desiderando farsi credere più giovane, mentre, spregiudicato e razionalista, aveva conservato la superstizione del Venerdì e del Tredici.

A Garibaldi inchinò, ed incondizionatamente tutta la sua ammirazione: «Un grande uomo; avrebbe potuto essere un altro Cesare, o un altro Napoleone; ma ghe mancaa la vena del loder». Il che, udendo, un giorno, Cremona affermò: «A ogni frase ch'el dis el ghe mett su la sabbia»: la scolpiva, in fatti, nel marmo e la fondeva in bronzo, se, venutogli presso Carlo Dossi, ne preparava una futura Rovaniana. — Artisti letterati, follajuoli gli si affollavano in torno, racimolandogli giudizii sul momento, briciole di conversazioni e di aneddoti pepati sul libro a pena uscito, sul quadro in voga, sulla comedia e sull'opera datesi la sera prima; egli disperdeva le sue ricchezze ai più solleciti, nè si curava di serbarsele; se ne impinzava il Perelli, el me fioeu, cui dedicava un suo volume: «In segno d'amicizia che non si trova in commercio». — Quindici giorni prima di morire, Giuseppe Rovani lamentava: «Gran brutt segn; go voueja de lavorà!».

Ora, non più: Carlo Dossi e Primo Levi non riconoscono il loro paesaggio: «se ancora tutta una interessante[56] fantasmagoria ti assedia il pensiero, e i dolori e le gioie, le speranze, le delusioni dell'arte e dell'amore, la giovanezza fidente e la stanca maturità, la ricchezza e la miseria, la gloria e la oscurità ci passano dinanzi per dirti che questa è la vita». — Via Vivaio, Via Borghetto, Via Rossini, si sono fabricate, si spiegano sulle ortaglie, i giardini; l'Osteria del Polpetta lasciò piazza libera. La città divora; le ombre dei platani centenari, delli ippocastani, che si confondevano con l'altre dei Bastioni, furono racchiuse e limitate in alti muri. L'industria conquistò le strade erbose e suburbane, le cascine, i prati irrigui; ricoperse di cripte i mille rivoli, un dì, protetti dai pioppi capitozzati e dai salici educati per vincigli, fugando l'arte e la natura, sempre più lontano. Stendhal, oggi, a Milano, non sentirebbe più odorare la Felicità, ma il loppo del carbon fossile: il Milanese è a tutto indifferente che non sia machina, scambio, operai, cambiali. — Irrequieta, disperata, esasperata la Scapigliatura volse al suicidio, o si immise nelle comode strade burocratiche, al soldo del governo; perchè dicono i saggi ed i pratici, — ed io lo credo volentieri — la letteratura conduce a tutto —; quand'anche a me, con licenza, poeta, procacci ogni giorno un odio nuovo, chiegga maggiori sacrificii liberamente esercitati, e mi divorerebbe la borsa e la mente se di quella non fossi, per prudentissima necessità, parsimonioso, di questa inutilmente ricchissimo.

Comunque, di là Crispi, saggiatore arguto d'uomini, pescò i migliori suoi amici ed i suoi più sicuri collaboratori. Scapigliatura, Bohème: «vi troverete dentro delli scrittori, dei diplomatici capaci di rovesciare i progetti della Russia, delli amministratori, dei generali, dei giornalisti, delli artisti. Tutti i generi di capacità vi si rappresentano; è un microcosmo!» Ricordate la definizione di Balzac in Un Prince de la Bohème? Di Balzac, buon ospite milanese, che si ora deliziato dell'aria fresca e del bel verde del giardino di Casa Porcìa «sul Corso[57] di Porta Orientale, dieci case più in là della contessa Bolognini», cui dedicò Une fille d'Eve; mentre a Clara Maffei, destinò La Fausse maîtresse, Les Employés alla Sanseverina, al conte Porcìa, Splendeur et misère des Courtisanes, allo scultore Pettinati, La Vengence?

Là, lo aveva trovato Giovanni Raiberti, nell'estate del 1838, a tener conferenze ed esperimenti di magnetismo, vantandosi egli espertissimo in quella pratica e convinto mesmeriano; e, là, un gobbetto, che il medico milanese gli aveva apprestato a burla, «gobbo[58] davanti e di dietro, e bistorto in modo che al suo confronto il francese Mayeux è un Apollo» il sor Gattino astutissimo, gli scroccò parecchi luigi, fingendo il sonno ipnotico e millantando la soperchieria in una scena comicissima, in cui il dialogo francese-meneghino raccontato dal Raiberti, aggiunge alle risa la satira: Balzac furoreggiava: «Il y a quelque chose de maladroit dans ce sacré bossu!». E l'esperienza non gli riusciva; e il nano ghignava ed intascava.

La rete, immessa con larghezza d'intenzioni, nel mare magnum di Scapigliatura, non riuscì mai leggera; triglie e squali accorsero. Insediati, tranquilli, con sicure promesse, e fattive speranze di sinecure pel domani, i ribelli di ieri ci riguardano, additandoci l'ora del prossimo accondiscendere, piegando alla loro esperienza, che sarà, forse, la nostra; ma noi, oggi, squassando un'altra volta le nostre pregiudiziali sopra ogni argomento, tra le voci del volgo, udiamo anche la loro che:

«.... urla a noi, tra le risate pazze: