«Arte dell'avvenire?!»[59]
Fino a quando? Trapassati Praga e Boito e Camerana, la critica di Cameroni insediata in un momento storico, la scultura del Magni dimenticata con tutti quelli che non hanno potuto dire tutta la loro verità; in funzione, Cremona, il grande, Dossi, Rovani, perchè non hanno avuto paura di essere disconosciuti anche dai loro contemporanei, non si dispersero, quindi non vennero sommersi dalla evoluzione, ma l'ajutarono. Questa continuità rispetta la costanza ed ha ragione sopra tutto che temendo il futuro, dimostra la propria debolezza. Dai cofanetti de' ricordi, leviamo viole essicate e suscitiamo anime di profumi trapassati colle ciarpe e le sete di un tempo. Scioriniamo queste ricchezze al sole. Il sole, oh, come accarezza i cimelii smunti e flosci teneramente, oh, come ci ride in faccia; e, sulla via rumorosa di opere e di passanti, ecco, romba e rulla e stride e scampanella il giallo carrozzone elettrico, meteora, tra la modernità dei palazzi. Non tutto il nuovo è bello; ma non sempre Mefistofele, innamorato del passato, ha ragione di ghignare la sua negazione; sopra queste assisi è il processo estetico di Carlo Dossi; dond'egli è rimasto, senza aver stretto il patto col Dimonio, anzi a suo marcio dispetto, tuttora giovane.
V. L'HUMORISMO LO VENDICA
Allora, riuscito dolorosamente dalla tempesta, per fortuna sua, ferito ma non sconciato, mentre altri coetanei, troppo ammalati del morbo del secolo, si erano lasciati sommergere dai flutti, o vi si erano abbandonati, mal vivi, alla deriva; Carlo Dossi riguarda a torno; ripensa e commemora il suo menegmo Alberto Pisani scomparso; numera ed appostilla quanto si trova vicino, volti d'uomini, aspetti d'animali, presenze di cose, avvicendarsi di gesti e di fenomeni, la cronaca morale del paesaggio cotidiano, la pratica utilitaria condecorata dal titolo di virtù cui la società ne richiede per il comodo della ipocrisia, pel vantaggio dei privilegi, per la facilità di sopportarci a vicenda, in bilancia, sull'odio e la paura reciproca, con urbanità, verso il nostro prossimo.
Sì, egli è salvo; ma tutte le sue illusioni erano naufragate, asfissiandosi nell'acque salse e putride, miste di lagrime, di sangue, nel pantano termale e solfureo della comunione umana, chiamata società. Alla prima tappa, lasciata a pena la mano preveggente e consolatrice della madre e la protezione della malinconia, che lo fa schivo e selvaggio, s'imbatte nell'Amore, e in un altro amore che non fu mai quello per cui Alberto si era sacrificato. Egli lo aveva già chiesto come una necessità di estetica: «Non vi ha poeta senza amore»; e, se non aveva composto versi, aveva pianto delle elegie in prosa. L'amore dozzinale l'avevano cantato tutti, dai petrarchisti ai manzoniani; e tutti avevano dimenticato di dipingerlo doppio, Eros ed Anteros, a mo' de' Greci, ed a loro non erano giunte, per la strada lunghissima del tempo, le parole sane e naturali di Dafni e Cloe, perchè intiero potessero rievocarlo. Angiolo di crudeltà, le ali rosse, e non bendato ma reggente, crudele, esasperato, le freccie incoccate alla corda dell'arco, divinità aggressiva e deliberata, di lui, Carlo Dossi, rinnova il vero ritratto, senza pudori. Chi per eccesso di idealismo, si applicò a descrivere non l'Amore ma questo attuale amore, come un padre riformatore di costumi per la sincerità, può come Rops formar col disegno le lussurie, non il piacere, per flagellare il Bastardo nato dal Satiro e dalla Ipocrisia, nuda pandemia, le natiche ricoperte a scherno da una maschera di velluto nero.
Ed eccone i fiori di bragia e di cenere; i fiori che sono in mostra sopra di un cestello di vimini intrecciati e politi e coprono un groviglio verminoso ed avvelenato di ceraste e di aspidi africani: ecco, le bende intessute di seta e d'oro, che fasciano lo piaghe purulente; i veli candidi, che vestono una sposa non più intatta. Le venerabili, sacrosante e formidabili apparenze non lo arrestano col loro parere, che sembra, a tutti una realtà; egli immette le mani deliberate nella millantata lussuosità dell'apparato di grazia, di ricchezza, di verginità. Il dolore gli ha fatto svellere le zone proteggenti e menzognere, considerare l'abito e l'apparecchio come la più grande menzogna; anzi, le foglie provvidenziali di fico, posticcie sopra le così dette vergogne delle statue, reputò ingombrante ruffianesimo, perchè alla santità della natura si innestano come un riparo, che meglio richiama a supporre la perversità della cerebrazione, donde il Vizio.
La delicatezza squisitissima, feminea, quasi permalosa della estetica di Carlo Dossi non era disposta a resistere in armonia colla grossolana bestialità di quelle soddisfazioni; non ne sopporta l'atmosfera lutolenta e soffocante; come Baudelaire, al quale per un lato assomiglia, l'autore di Desinenza in A ha bisogno di convalidarsi nella amara ironia della necessità. L'altro aveva pur composto Les Fleurs du Mal, che la sciocchezza comune del secondo impero pretese pornografia, mentre lasciò sfoggiare, per Compiègne, le caccie imperiali alle nude dame di Francia, alla Montijo facili adulterii ed il figurino delle mode accreditate presso una Cora Pearl e Nana. Identica fortuna: il ribrezzo ed il disgusto, in Italia ed in Francia, presero il nome di turpitudine letteraria; così, per Carducci, perchè tornò a chiamare «barba la barba e non l'onor del mento»; così per chi disse: «J'appelle chat un chat!»; così, nella pudibonda e presbiterana Inghilterra, contro Swinburne, che veniva dannato come l'introduttore, nella moralissima isola di Regina Vittoria, della scuola spumante della carnalità.
Carlo Dossi, innamorato delle pure e naturali grazie d'amore, trovò la femina; — innamorato della gloria, cui sente aver diritto, s'imbatte nella indifferenza, quando non sia l'astio; — innamorato della vita sana e gagliarda, ha con sè la malattia, coi tormenti della carne, coi dubi angosciosi della mente, colla rivolta dello spirito superiore e vittorioso della fralezza del corpo: — innamorato della bellezza d'arte incontra i truffatori delle arti ben rimunerati e vantati dalla terza Italia ufficiale, mentre li artisti geniali stentano il frusto di pane giornaliero e sono derisi; — innamorato di tutto l'ideale bellissimo e dominatore, lo vede, così, in mente; lo sente schiavo, nel mondo. — È egli veramente ammalato e debole? «egli, la cui[60] vita intellettuale è uno sforzo, e la materiate uno stento!» Non può? Che gli dice lo specchio, l'arte sua? Riproponiti in una serie di imagini; popola il mondo di te stesso; giudica da queste tue imagini: Hegel gli aveva passato la definizione: «L'humorismo è attitudine speciale dell'intelletto e del carattere, per cui l'artista pone sè stesso al posto delle cose». Sostituire il fatto reale, col fatto vero, sino a quando? ridere riconfortarsi nella propria onestà; dileggiare altrui, manifestarsi lieto, non concedere al mondo la trista gioja d'esporgli le proprie sofferenze, che appunto il mondo gl'impone? Certo, quel modo di vivere, secondo le leggi artefatte sulla natura, secondo l'abnorme golosità dei sensi e dei sessi, che trovan pretesto di farsi chiamare piaceri onesti e civili, secondo le prove quotidiane dell'egoismo, che passano per utili e progressivi aumenti sociali, non lo compiace, se ne scansa, lo rifiuta, si mette in grado di non subirne i contatti; e, — quando lo attenta, — lo rimuta, lo foggia come vuole. Desidera che, intorno a lui, lo scenario sia completo, lo incornici bene; doni al suo volto ed al porgere della sua persona: non altrimenti l'anima estremo-orientale dei Nipponici, prima che la civiltà europea l'avesse violentata colle necessità commerciali, politiche ed imperialiste dello «struggle for life», si comportava nell'arte di fabricarsi i proprî oggetti ed i proprî paesaggi, intonandoli al loro stato morale.
Questo è difendersi; questo è opporre violenza a violenza, volontà testarda a volontà incosciente; quali armi, il ridicolo, la satira, la falsa commiserazione, l'elogio a doppio taglio, come una bipenne, l'incenso affatturato da suffumigi d'ospedale, il ghigno, che sembra sorriso, la risata del disprezzo irrefrenato e convulsa, come una bestemia!
L'arte personalissima di Carlo Dossi ha assunto per carattere specifico, l'humour: l'istrumentista, che intonò, in sordina, l'orchestra delli archi e dei legni, che amò i passaggi bemolizzati, pastosi e caldi di velluto e di ciniglia, la patetica lenta e sognatrice, rialza la gamma alli acuti, assume il crescendo rossiniano, il fragore wagneriano. Dalla psicologia garbata, a tenerezze degradanti e tenue a sfumature iridate, a compatimenti misericordiosi, di Goccie d'inchiostro — che sono meno nere di quanto non appajano a prima vista — alli schizzi, tra la caricatura ed il grottesco, — così li usò il Callot, il Goya, il Sattler, dai quali la vita si sforma in una gajezza macabra — dai segni impressionisti di matita — Odilon Redon li prescelse per le pagine martoriate delle sue acqueforti — dal bozzetto chiazzato di ombre e luci, tra il giallo ed il violaceo — così procede il Conconi; — erano riuscite le figure di Madama Ciriminaghi e della sua amica, le macchiette avvisatrici della signora Isar e del suo degno figliuolo, il professore Proverbi, quella povera vittima del maestro Ghioldi, i musini bianchi e rosei, come mele appiole de' condiscepoli di L'Altrieri. Ma altra torna ad essere qui l'appostazione; qui, doveva rovesciarsi, tumido e violento, nell'esercizio incondizionato delle sue facoltà intellettuali, il suo modo; fortuna a pochissimi accordata. L'iniziale romanticismo si travolge, in una specie di rammarico, di rancore, contro la vita che deve sofrire e questa accusa di non essere stata per lui perfettissima; se ne ribella: scatta l'humour. — Poco dopo, può dire di sè stesso: «Vi è un Dossi buono ed un Dossi cattivo; donde due opere: il romanzo della bontà il romanzo della malvagità». Poteva dire invece: «Vi è un Dossi che vede le cose buone ed un Dossi che avverte e addolora per quelle cattive. Verso le prime, accorre, si compiace, concorda, continua l'armonia; colle seconde si irrita, discorda, interrompe i rapporti. Con quelle, la placida comunione si distende in bellezza, sorride, determina il piacere; per queste spasima, combatte, deforma e l'humorismo ghigna stridulo e beffardo, altro sforzo e migliore, per i caratteri idealisti, con cui tentano di ristabilire l'equilibrio. — Corre, in fatti, ai ripari, si prova a colmare le soluzioni di continuità apertesi nell'ordine e nel ritmo. Le lagrime ne approfondirebbero le ferite sanguinose; il sorriso accoglie una benda leggiera e profumata di balsami sopra le labra aperte e gementi di quella carne intagliata, che piange. Ed, intanto, l'operatore vedesi in uno specchio colle sue smorfie comicamente dolorose; sogghigna e singhiozza, perchè l'interruzione del riposo, della compostezza della fresca attitudine serena è caratteristicamente brutta, esteticamente suggestiva. Egli, che tenta guarire ed evadere dalla malattia non può: l'humorismo, in eccesso, dà dei risultati identici all'eccesso di amare: odia. — Carlo Dossi, che odia il deforme, lo pratica per ragion d'arte e per suggerirvi l'opposto: donde i suoi Saggi di critica nuova, — I Mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Re Vittorio Emanuele.