L'accomanda al patrocinio dell'amico illustre Cesare Lombroso; gli domanda perchè, «nessuno dei critici[61] nostri si occupò del contingente enorme, che il cretinismo e la pazzia hanno dato al primo concorso pel monumento al defunto Sovrano». Se ne imbizzarrisce. «Per quanto non appresi[62] mai scienze mediche, nemmeno insegnai in alcuna Università, nè, a disposizione de' miei sperimenti psichici, tengo alcun manicomio, salvo quello de' libri; — nel silenzio de' dotti è permesso, presumo, ad un ignorante di avventurar la sua voce, il suo «aqua alle corde». Questo strazio della plastica, del disegno, della architettura, questa ingiuria al buon senso, questi «poveri bozzetti[63] fuggiti od avviati al manicomio, dinanzi ai quali, chi prende la vita sul tragico, passa facendo atti di sdegno a chi la prende, come si deve, a giuoco»; questo oltraggio alle buone lettere, che accompagna la prova della demenza artistica colla grafomania delle leggende che la vogliono spiegare, non rappresentano il fior fiore dell'ingegno europeo, balzato fuori alla grida di un concorso per onorare colui che chiamano il Padre della Patria? Italia dà questa ricolta d'arte; essa, la madre autentica e pura delle Arti e delle Grazie? Questa è la espressione più genuina e maggiore della sua potenza creatrice, nel terzo suo risorgimento; con questi aborti, con queste pseudologie, con questi deliri in gesso, con questi incubi segnati a carboncino, a matita, all'acquarello, con tutti i mezzi grafici a disposizione delle due mani, o zampe, dell'uomo? Quale indice di coltura e di buon gusto! «Senonchè, l'imperizia della mano, quando è accoppiata alle incongruenze della mente, o ad altri disordini cerebrali, concorre ad accentuare le caratteristiche della pazzia». Carlo Dossi le raccoglie, le enumera, le distende in rassegna, ne riproduce le parole, i disegni, li atteggiamenti, le ripropone chiare alla scienza: «Voi, insigne Lombroso[64], qual tema più eternamente attuale della follia?» Prorompe in uno scoppio di risa echeggianti: erasmiane.
Nè si accheta; la sua indagine continua serrata; avviluppa in una rete di riprove capziose, tira il cappio al nodo scorsojo della domanda suggestiva. Ne risulta Ona famiglia de Cilapponi; dove, la catastrofe di una stirpe di nobili lombardi è ridicola, tra l'ignoranza e la cattiveria; e vi regnano: la Marchesa Matriggiani-Andegari, di ottant'anni, cialla, superba e tegnonna, marchesa Travasa in diminuzione, collo sfarzo fesso e slabrato della decadenza; suoi figliuoli, el Cavalier Telesfor, maggior general, ciall resios e doppi — Don Eleuteri, deputaa, cial, baloss e che voeur parì foin — el Marches Calocer, ciall, bon e sempi; — e la nidiata implume e piumata dei nipoti vanitosi, bugiardi, sciocchini, falsi e poltroni.
Si svolgono I Bigottoni; dove la satira non è per la religione, ma se la dividono coloro, che, suoi ministri e pinzocchere e praticanti e nonzoletti ortodossi esemplari, vanno giornalmente denigrando, colle loro azioni, ogni e qualunque fede, avvilendone i nomi sacri sulle labra, nomi di scongiuro formidabile, coi quali il sentimento e la passionalità s'ajutano a vivere alla meno peggio. Perchè, se il Dossi ammira ed invidia, alcune volte, il sincero fervore ascetico e mistico di razza — vi prego di non confondere misticismo, che è una sintesi razionalista, con ascetismo, che è una iperestesia di sensualità religiosa; — e può entusiasmare per i fervori e la poesia del delirio di Santa Teresa e di Santa Caterina; odia e dirige l'accusa contro i bigotti — Tartufe, le laïque d'Eglise — che ripullulano assolutisti nelle loro convinzioni più del prete, che cedono e si ripiegano sopra tutti i punti, nella vita, nelle opere, nei bisogni fuorchè sul dogma di cui si sostituiscono gianizzeri e pretoriani. Egli scoperse che Tartufe non è l'ipocrita, ma è lui, categoria: scorse, sotto la sua maschera, preannunciando, un Longinotti legislatore, un Meda rappresentante di seminarii, un Cameroni deputato di varazzini salesiani: questi, i Tartufe sinceri; questi, i bigotti reali e maggiori nella comedia sociale; i Tartufe delle banche agricole, delle deputazioni provinciali bergamasche, dei cinematografi istruttivi e comodamente oscuri al palpeggiare; i politici amanti del Giolitti. Anche il Tartufe gentiluomo e gentildonna; Tartufe di cui l'innata fierezza, o l'atavica spilorceria, si trattengono compunte in sulla buja prescienza di un peccato, in sul timore del castigo; si che cattolici e nobili, o grassi borghesi nobilitati, il che fa lo stesso, stanno in una umiltà che non impedisce l'esercizio de' loro privilegi, per quanto recitino l'Officio pro defunctis e l'altro alla Vergine, rimanendo calmi, tirchi, in albagia, ultimi venuti raillés ai Savoja nel trapasso della monarchia verso il socialismo, — ultima tirannia — per poter ricondurre a Roma li Scioani del Brembo ad instaurarvi, compiacente Enrico Ferri, il Papa-Re, s'egli darà un bajocco di più all'ora alli operai evoluti ed organizzati da' parroci democristi e dalle Camere del Lavoro, dimentiche d'ogni patriottica italianità.
Quindi, troveremo ne' suoi inediti Il libro delle bizzarrie. dove sarà condensato il triplo estratto e la quinta essenza dell'arguzia e del pensiero dossiano, riposta nel barattolo color di cielo sudicio, dall'epigrafe «Filosofia». Preziosissima conserva di esperienza, su cui il paradosso regna sovrano: il male ed il bene vi si innestano a vicenda; si fecondano, aprono la cataratta al vaso di Pandora; partoriscono le cose, li uomini e li avvenimenti; si determinano, dalle categorie, i gradini e nulla appare dannoso «nè dannosa la malattia[65] nè la Farmacia e nemmeno la malattia, che fa pregiata la sanità». Leggendo, voi sapete, che, come Erasmo lodò La Follia, egli inneggerà al Colera; che, come von Grabbe, goticamente, rimise in discussione il Demonio con Dio, egli li riporrà di fronte; che, come Hoxmann fu il demiurgo di pupattole mecaniche ed originalissime, e Gustavo Kahn rivide il Puppen-Fée, a delizia dei bambini grandi; egli, memore di Condorcet, per il ridicolo delli uomini politici, scriverà una petizione al Parlamento Nazionale, di un mecanico, colla quale propone a re costituzionale un suo fantoccio contrafatto, a viti d'orologio ed a vita d'automa, che, ricaricato nelle solenne adunanze, faccia, con maggior compitezza, l'ufficio di quest'altro di carne e vivente.
La piacevolezza stampata lo fece richiamare da un procurator generale, che videsi comparir davanti un alto funzionario decoratissimo della Consulta; donde la meraviglia. Che, se Alberto Pisani ha dovuto servire alla Nazione, passando sotto i lavorini monarchici della uniforme diplomatica, ha pur sempre permesso a Carlo Dossi il piacere della ribellione, quando risponde alla costituzionalità in questo modo:[66] «Il re costituzionale può essere paragonato ad una meretrice, che è, per così dire, proprietà di chi lo paga, ossia del ministro al potere. — Cambia il ministro, ed egli cambia di gusti, di idee, di desideri, fossero pure contrari al programma precedente. Liberale-clericale-socialista, volta a volta, anarchico, se occorra, il re costituzionale è sempre passivo, vigliacco sempre» Ma se questi sceglie, dimostra la sua mentalità: ed allora: «Ogni[67] sovrano scelse sempre presso di sè consiglieri condegni del suo cuore e del suo ingegno. Trajano ebbe Plinio e Nerone Sejano: Napoleone I, una plejade di illustri: Vittorio Emanuele II, Cavour: Vittorio Emanuele III, Giolitti ed altri ejusdem farinae;» sì che data la terribile necessità di uno Stato, di un Governo, dentro cui la libertà di ciascuno è dimezzata, egli sceglie il meglio amministrato. «Io griderò[68] sempre con Napoleone: viva l'Impero! col Senato di Roma: viva la Repubblica!».
Sfoggia, così, una mirabile galleria di contemporanei, verso cui intende la nostra malignità divertita, la malignità sana dell'uomo moralmente costituito, perchè rispetta i termini. Vi ammireremo: La Desinenza in A, che illustra il feminismo eterno, Ritratti umani, che riproducono volti di malati, di medici, di seccatori, d'impertinenti e di canaglie... oneste. «Il colore imperante di questi ritratti è la privazione d'ogni colore, cioè il nero — un gran malumore, contro gli individui di quella razza, alla quale, pur io ho il disonore di appartenere. Del che mi si fa grave carico. I signori uomini e, specialmente, le signore donne, si sarebbero oggi, a quanto contano i turiferari del loro amor proprio, così insaponati, da non serbare più traccia del preistorico cannibalismo e vivrebbero in una idilliaca comunanza pecorelle di candido zucchero, con roseo nastro, sui prati di felpa verde... Sarà benissimo, nel contesto; ma, intanto, la storia, anche contemporanea dell'umanità, è tutto un cibreo di delitti impastato col sangue e tale rimane, benchè l'assassinio sia chiamato eufonicamente valor militare, conquista il furto, colpo di stato il tradimento, esperienza parlamentare la truffa politica[69]». — Uditelo a ghignare: gorgogli e scoppi repressi di risa ben modulate sopra le dieresi ottative della sobbillazione estetica: «Oh, queste, no, non sono delle canaglie autenticate dal codice penale — il quale, del resto, ha rotto molte maglie alla sua rete, donde riescono i più malvagi-ben-vestiti —: oh, questi sono solamente que' malvagi-ben-vestiti, di cui sopra, nella libera circolazione della società, nel libero flusso e riflusso delle passioni». Tutti i giorni ne ha incontrato una dozzina; mentre discorrevano, ne schizzò il profilo intenzionale e saporito, caricatura ingrossata a punta secca di Holbein, acquarello disinvolto e libero di Hogarth.
Inoltre, la sua erudizione, che aveva riburattato il grano, il loglio e la segale cornuta del torbido e pregno secentismo, aveva scoverto, ne' più secreti ripostigli, ne' più salaci cantucci, l'armamentario delle fattuccherie, delle superstizioni, delli scongiuri, de' recipe farmaceutici, di tutta la congerie ridicola, spaventosa, revulsiva delle pratiche e delle opinioni per cui un Mora illustrò di sè stesso La Colonna infame milanese in sulla Piazza della Vetra. Suggerimento manzoniano, diretta osservazione, a Carlo Dossi, avevano persuaso un indagine curiosa ed insistente sulla psiche delle sue macchiette plebee e meneghine, che stanno a fondo mobile delli altri suoi eroi di mista razza. In quelle, scorse corrispondenze ataviche, ritorni di gesti, di credenze, involuzioni di costume, che gli indicavano l'origine spagnolesca inveterata ed incrostata sopra il carattere del popolino; focolari mal spenti di sporadici ed interruttivi contagi presti a fecondare leggende di fantasime, di rumori, a condecorar case, appartamenti, camere, con una fiaba d'intricate avventure tra l'amore, la crudeltà, e di morti che ritornano e si fanno sentire. Quanti elementi per il grottesco, quanti motivi alle risa ed alla commiserazione in tali sciocchezze, cui la plebe si fabrica e dalle quali è suggestionata! Carlo Dossi le saggia colla scienza mirabile della ignoranza fastosa e torbida del seicento: a lui appariva el sur Dianzen benedett del Porta; beffando, in un mistero bigio, appostilla significazioni strane alle cose: ecco, un letto monumentale, per calcare il quale la paura bisogna che gli guardi sotto: ecco, le grinte delle imagini inquadrate, che dicono qualche cosa di più che non voglia il grossolano profilo della stampa: ecco, il canto lento e rituale della bàlia che sembra profetizzare in una oscurità, tra il magico ed il contadinesco: ecco, quell'incoscienza astrusa ed astratta per cui domandano oggetti enormi e foggiano maravigliose filosofie i suoi bambini; ne' capricci de' quali, nelli strilli e nel pretendere de' mimmi s'agita un quid di diavolesco, di involontariamente perverso, di subcosciente, che suggerisce una serie di acute riflessioni, per cui si risale all'origine animale dell'uomo, camuffata nella predestinazione fattucchiera. E le prime pagine dell'Altrieri si svolgono tra la leggenda, le paure reali ed imaginarie; e La Casetta di Gigio è costruita dalla pura fantasia che connette un grande sistema filosofico vissuto; e de' periodi dettagliano le ambiguità senza grazia, le malodorose ovatte sudicie, i gesti lubrici, li attorcimenti tentaculari di molti uffici comuni e schivati, di alcune funzioni di spazzini sociali e comunali; il necroforo, la mammana, la poveretta de la giesa, el giovin de macellar, el perrucchée, il cenciajuolo, la minuta straccioneria urbana. — Sì; egli ama il secentismo, le sue parole biscornute e ravvoltolate, i suoi pensieri doppi e confusi, dentro cui si pescano le doppie e antieretiche verità della vita, ama quella sua scienza polverosa e strana, fatta di metafisica e di speculazione, la sua fisica che è ancora un'alchimia, il suo viaggiare che è sempre una scoperta. Ama lo stipite dell'Humorismo nostro secentesco. Giordano «per quelle sue pagine così genialmente mal scritte, nelle quali chiama la divinità: anima dell'anima». Sente codesto Bruno ben diverso dalla comune de' suoi contemporanei anticlericali; l'avverte come un autore ineffabilmente barocco, irto di angoli ed involuto di cornici, gonfio di panneggi, profondo ed ingannatore: Bruno, che ha ridotto ad idee ed a pensieri le sue emozioni, le sue impressionabilità squisite, la sua vertigine di novità e di indagini eccezionali; Bruno, che è stipite di un complesso e nascente romanticismo ghibellino, il meno costituito per servire di spunto moderno alla democrazia ed all'ateismo militante.
Accorre Carlo Dossi verso codeste grandi qualità mistiche ed al fascino torbido ed ambiguo del suo stile; il nome del valoroso ricorrerà spesso sotto la penna di lui. Un'altra affine genialità discorre quell'opera essenzialmente critica e religiosa, che, prima d'ogni altra, ha saputo svincolare il senso di fede, la sensazione di confidenza, dalle forme canoniche, dai dogmi freddi, terribili, sterili, personalizzandoli nella coscienza dell'Unico a mo' di uno Stirner religioso. Dal Candelajo, dallo Spaccio della Bestia trionfante, dalli altri scritti bruniani, dispillano quell'humorismo che l'autore di Ritratti umani ripropone, i motivi che svolge di nuovo, compiacendosi quasi, in uno stesso stile scomposto, personale, saporitissimo.
Che s'egli va ricercandosi e foggiandosi bizzarre imprese, e l'una descrive: una palla di gomma in rimbalzo dal suolo alla palma della mano tesa ed aperta che ne corregge e ne rinnova l'elasticità, parlando: «Repulsa adsurgo» — e l'altra: un razzo d'oro in un cielo di notte: «Brevis sed splendens»; accoglie, definitivamente, la terza da Giordano Bruno: «In tristia hilaritas, in hilaritate tristis». — «Perchè[70] gli umoristi, in generale, dicono cose fuori della comune sentenza, ma in modo da colpire la intelligenza con un lampo di persuasione, che, spesso, si perpetua in duraturo chiarore: cioè, dicono cose savie vestite di pazzia e pazzie vestite di saviezza: però che ad un discorso fatto di ragione chiunque può opporre: ad uno di cuore nessuno». Infatti, riflettendo sopra sè stesso, si determina a paragone: «Satiricamente, Manzoni corrisponde ad Orazio, Rovani a Giovenale, Dossi ad Ovidio;» — ma definisce: «Il riso[71] di Manzoni era ironia, quello di Rovani sarcasmo; il manzoniano umorismo spira la pace, il rovaniano battaglia»; questo di Carlo Dossi è un singulto che sorride, un desiderio che lacrima, una gioja sciupata, una rosa, che, ancora sullo stelo e non completamente fiorita, vien maculata nel cuore da un verme roditore; è pure una corazza d'acciajo brunita ed oscura, una conchiglia funerea ed infendibile di bronzo, dentro cui la polpa dei nervi e del cervello delicatissimo si rifugiò; donde, dalla difesa combatte e vince. L'humorismo è sempre un'amara vendetta vittoriosa: «e la satira»[72] torna a dirsi «che è la forma letteraria della malvagità, gli è necessaria espulsione per conservargli la morale salute», quando gli basti e non soggiunga: «Nella[73] satira si trova, è vero, una delle fonti dell'umorismo, ma l'umorismo non è tutta satira: essa trae anche la sua origine da quella parte di letteratura semisconosciuta dagli antichi, benché corrispondesse ad un affetto che naturalmente dovevano anch'essi sentire, il pathos:» — per cui, se «il comico[74] è riso, — l'umorismo è sorriso».
È ancora «la malinconia di un'anima superiore che giunge a divertirsi di ciò che lo rattrista», spiega Gian Paolo Richter: «è la perfezione del genio poetico», insiste Carlyle: «chi ne manca, sian pur grandi le sue doti, è un ingegno incompiuto; avrà occhi per vedere all'in su, ma non per vedere intorno a sè e sotto». — Addison desidera darcene la palingenesi, facendolo discendere dal Vero, dal Buonsenso, da cui nacque lo Spirito, che sposò una collaterale di nome Allegria. Fruttarono le nozze l'Humour, il più giovane della illustre famiglia, erede di esseri, di caratteri e di abitudini diverse e multiformi; perciò, era procede «leggiero spigliato, con abito bizzarro e fantastico, ora in veste nera, o togato come un medico od un giudice, ora in giornea pezzata ed a sonagliuzzi d'argento, tintinnabulante come l'Arlecchino, pirotecnica umana di lazzi, risa, sgambetti, scatologie.