Dal novissimo testamento della moderna ironia, Taine estrae l'epigrafe imperfetta: «L'Humour è un quid di acre, di amaro, di oscuro, che nasce nei freddi cieli settentrionali». Scherier lo vuole, secondo Leibnitz buon tedesco ripieno di salsiccie, di birra, «wrüst mit salkraut», la gaiezza dell'uomo allegro ed ottimista: — Stapler lo arma cavaliere della trista figura, bel-tenebroso, ritornato da tutte le gioje del mondo e da tutti i dolori, un idealista dissoluto — Lo encomia Teofilo Gautier in sulla contradizione delle stravaganze; e Luigi Pirandello nostro definisce: «Un vero umorista dovrebbe dirsi solamente chi ha il sentimento del contrario, chi ha cioè una filosofica tolleranza spinta fino a tal segno da non saper più da che parte tenere; donde la pietà del contrasto»; sì che Spencer può dire: «Io rido, se nel massimo della mia attività, mi trovo nel vuoto; rido, se aspettandomi moltissimo, ad un tratto, non stringo nel mio pugno che il magnifico nulla». Carlo Dossi dunque ride, fa ridere, sorride e fa pensare, appassionato, se, al saggio del suo pensiero, se davanti al suo sogno entusiasta di bellezza, d'amore, di onestà, ritrova il magnifico nulla della vita moderna, nuda di tutti questi attributi, ricchissimamente vestita di tutte le altre virtù negative delle menzogne; e non usa la satira, la caricatura, la farsa, l'epigramma, ma una vera e propria sua arte di caratteristiche speciali, che si giova di satira, di caricatura, di farsa e di epigramma rifusi in una unità propria per una sequenza sentimentale, genuina e triste e lieta e rissosa e pacifica ad un tempo: arte, che ogni qual volta ci si presenta con opere degne di lei, anche vecchia par nuova, mentre ogni qualunque metodo scientifico, per quanto freschissimo, ci puzza sempre di cadavere quatriduano. Perciò Carlo Dossi non vi definirà l'humorismo, ma praticandolo, ne darà a noi la sensazione e quasi il gusto dolce-amaro di morso e di bacio, incidendo sopra il suo libro più doloroso: «Un'oncia meno di sangue, un libro di più».

Comunque, è dote squisitissima, rara e permalosa, che sfugge la nostra diretta conoscenza; noi la avvisiamo, la sentiamo, non possiamo dettagliarla e catalogarla secondo una norma scientifica: in casa nostra si acclimatizza a stento e nelle più alte figure letterarie. Ama climi poveri, inospiti, aspri, desidera l'inclemenza; è un'altra forma sotto cui si manifestano i dolori innominati; in cui questi stessi tentano di riflettersi, per fotografarvisi, perchè projettati, in fine, ne sappiano la propria fisionomia. Viene dal Nord, viene dal romanticismo; precede ed accenna le ore critiche di patema sociale, di trasformazione psichica. Il serpente della Bibbia, — e Luca di Leida lo raffigura colle zampe di gatto ed unghiato, il volto antropoide, orecchiuto, il resto del corpo peloso, ravvolgendo, a spira, l'albero fatale — determina, grottescamente, l'incoscienza animale che sta per dar luogo alla coscienza umana.

Socrate, che ironeggia nei Memorabili di Senofonte, presente la voce di Thamos pilota egizio, che ridirà, a tutto il mondo pagano, la menzogna: «Il gran Pan è morto!» Se Petronio, tutto riso e cachinno, fa portare a Trimalchio la larvetta d'argento nel triclinio, gliela fa giuocare, disarticolata, nelle mani, e sul marmo della tavola del banchetto, per cui lo scheletro assume ogni più ridicola posatura, mentre canta: «Ahi, ahi, noi miseri, che omiciattolo vile è mai l'uomo!» insegna che la potenza romana sta per annullarsi nella istoria ventura. Luciano, il classico dell'humorismo produce Peregrino, L'Elogio alla Mosca, il Pirgopolinice, la Descrizione di Jerapoli, le inversioni già cristiane sopra le sciocchezze pagane: attesta che si avvicendano i concilii di Nicea e di Alessandria, che lo stato rimuta religione, che li Arabi stanno per conquistare l'Asia-Minore, che il Medio-evo è alle porte; in bilancia, sulla croce, è la mezzaluna.

Il Medio evo, epoca di crisi ininterrotte, si svolge dal grottesco necessariamente spettacoloso, munificente: la Messa nera, il Sabbato, il dì di San Giovanni, i Misteri, declamati e cantati nelle absidi abbaziali, i tornei, i buffoni, la Fiammetta ariostesca, i nani, la Feudalità. Intanto, all'ombra delle torri gotiche, sui campanili trinari e chiamanti al fuoco, alle tempeste, alla nascita ed alla morte, Quasimodo, campanaro del cielo e dell'inferno si arrampica; Gilles de Rais, il Barba-Bleu del folk-lore indo-europeo, sfoggia la sinfonia satanica e lussuriosa: da Victor Hugo all'Huysmans, la fabrica dei nostri divinatori è meravigliosa: da Nôtre-Dame a Là-Bas. — Impero indiscusso del dualismo, Dio e il Diavolo reggono l'umanità, sulla formola manichea, poichè il cattolicesimo in quell'epoca, fu sicuramente settatore di Manete e ne ha conservato, nel grembo romano, il lievito. Ne riuscì una filosofia volgare per tutti, contadini, monaci, artisti e principi, percossi e doloranti dalla apparente confusione contradittoria del bene e del male, senza saperne le sottili rispondenze; da questa formola inimica la scienza e la fede mistica di Spinoza non avevano ancora estratta l'intima comunione del monismo, che è la maggior vittoria dello spirito moderno illuminato contro le categorie senza rispondenza d'Aristotele. Donde, l'antitesi estetica del grottesco; poichè il senso del bello, tranne nelle precoci figurazioni italiane, in Europa, era capovolto nel concetto medio-evale.

Dissonanze importano lo squilibrio; un'altra volta interviene la callida iunctura; la imprestano dalla formola di Orazio, là dove parla della Sirena; la pupilla stessa della umanità e la sua fantasia eccitata vedono i mostri, che l'uomo romano, nella stasi felice delle sue attribuzioni, aveva relegati nel Hades. Ed il Medio-evo, per distendere i propri nervi, esagitati sino alla pazzia demonologica, stiracchiati tra l'inferno ed il paradiso, doveva cambiar tono ed epoca, chiamarsi Rinascimento; e, dopo aver ritrovati l'Iddii immortali, ricantarli sotto il cido rappacificato ed azzurro.

Nelle patrie del Nord, Chauser, Rabelais, che immerge nelle Eaux de Jouvence Pantagruel, prototipo del Père Ubu e di Roi Bembance; — Shakespeare, che sotto li acanti di Grecia, fa passeggiare Bottom e Flute, borghesi d'Inghilterra, comedianti improvvisati, e, tra te Fate classiche, Fior di Cece, Tela di Ragno, Granellin di Mostarda, e Titania regalar una testa d'asino a Bottom, ed Oberon fa sedere e comandare sul trono d'Eolo; — Villon, ladro e letterato, esprimono la loro fioritura classicheggiante ed humorista.

Un'altra crisi. Un'altra ancora, quando Bergerac si farà condurre alla luna sopra uno stelo di rapa gigante; Le Sage inventerà Asmodeo, diavolo sciancato; Wieland rinnoverà un Aristippo; Goethe risusciterà un'altra e più bionda Elena; Cazotte un Diavolo innamorato in Ispagna; Hoffmann popolerà di ombre le camere, darà vita alle bambole, farà parlare un gatto, Schnürr; — farà sapere ai Tedeschi che Napoleone ha vinto a Jena, fu vinto a Leipsick. — Massimo, Don Quixote, conserverà, sotto la magra e trista figura d'hidalgo spiantato, il cuore di Amadigi di Gaula; avrà per scudiere Sancio Pancia, cavalcator di un asino al suo fianco; assalterà mulini e greggie; distruggerà, di passata, la Cavalleria, per sempre. La sua persona bizzarra segna la fine della grandezza spagnuola; dentro la sua armatura, il monco di Lepanto, Don Miguel Cervantes de Saavedra, enumererà le ore di vita dell'istituto feudale; incomincierà la rivoluzione, che incoronerà la ghigliottina del '93, prevedendo e predicando la nuova istoria.

Il giorno in cui Swift, cappellano di lord Berkeley, torna dal Racconto di una botte, dove se la prende col Papa, Lutero e Calvino, canaglie e bestie ecclesiastiche ed eretiche, per mettersi a viaggiare, sotto l'abito di Gulliver, il paese di Laputa, la sua misantropia satirica, che non risparmia Walpole e il Re, morti e coetanei, indica che l'Inghilterra trabocca sopra i suoi confini d'isola europea, si distende e sta per fondare più grande patria, oltre li oceani, cui riempie delle sue armate, che assorgono il commercio e sostituiscono, al Pariato avventuroso, la Gentry sedentaria delle banche. Ma quando Sterne, col sorriso pallido e doloroso, con accento purgato di arguta proprietà di lingua e di una sottile percezione d'innominate sfumature sentimentali, riavvolto in una urbanità fredda, dignitosa, presbiterana ed ecclesiastica viene tradotto da Foscolo; Napoleone sfolgora in tutta la sua insolenza col blocco continentale contro le colonie dell'India, donde essa soffoca di pletora e necessariamente strema la madre-patria; l'autocrata ostenta la sua potenza in Italia, la suddivide, le impone principati di sua famiglia, ma non sa raffrenare e teme la libera voce del poeta immortale.

Se appare Carlo Dossi, ammonisce che la Terza Italia incomincia; «calano[75] i numerai, nelle cui vene scorre sangue darwiniano di scimmia; men persone che cifre e, delle cifre, zeri». Ingannano la patria colle loro non controllabili celebrità; e si dicono scienziati, insegnano non la scienza, ma l'isterismo scientifico: son tedeschi ed imitano la Germania, che ha, fin qui, mancato di Archimede, di Galilei e di Gorini; vogliono strappare le piante nostrane per allevare le esotiche, dar la stricnina ai nostri figliuoli per, farci adottare i loro. «Unni nuovi! fuori», egli grida; l'impeto suo uguaglia a quello di Carlyle e di Stendhal contro i bottegai, i manifatturieri, i contabili: «O Muse, o, Amori[76] restate!». Ma tutta la grettezza delle fabriche e delle industrie ci assale, il listino di borsa numera, col rialzo ed il ribasso, il palpito dell'innamorato, la tariffa all'amore: ed egli, che di tutto questo sofre, ne rappresenta l'avvento, che rifonde ed incomincia pure riconoscendone la necessità. Ha riconosciuto, nell'ora psicologica in cui l'Italia si rivolgeva alli istituti politici e costituzionali ed al machinismo del nord, quale parte la sua letteratura deve giuocare nel complesso classico, funzionante tuttora sotto la vernice romantico-manzoniana. Egli si sentì invaso da questa corrente di Goulf Stream assiderato, pungente e rovente della ironia, accolse la malattia endemica anglo-sassone, le aperse il passo, nel frangente della crescita politica tra noi, attestando, col suo fatto, un altro sintomo della pubertà, della espansione della gioventù, che sembra decadenza; avvalorando, un'altra volta, il concetto ch'io già esposi della geniale ebefrenia.

Sono, in fatti, li adolescenti, le donne nei travagli catameniali, i casti per regola monastica, le monache continenti per regola deprimente, le epoche ibride ed in isvolgimento, che, nelle inquietudini crepuscolari, pei cieli tenerissimi della primavera incipiente, nel volo delle nuvole marzoline, nell'urto de' venti propagatori di polline, nell'espressione sbocciante del virgulto, che inverdisce, nell'urgere dell'erba sui prati, nei misteri della fecondazione, trovano le figure mistiche, mitiche, sacre, demoniache, le rappresentazioni della Natura. Le Streghe appajono; sono il grottesco delle Ninfe; le Fate caprioleggiano i loro giuochi e discendono, cariche di doni, benigni e maligni; sono l'humorismo vivo delle Grazie. In un punto, nord e sud si trovano, si riabbracciano, oriente ed occidente, Cristo ed Heracles, Jehova ed Odino; Attila, dai Niebelungen, sporge la destra ad Ettore della Illiade; le razze scompajono, rimangono il poema ed il poeta, che le riassumono nella totalità semplice ed umana: ridono e piangono insieme. Allora rigurgita il troppo pieno cerebrale, non utilizzato, non polarizzato dalle epoche basse e grettamente egoiste: si riversa; ghirigori di letteratura, anfratti profondi, preziosità oscure ed intense manifestazioni attestano che molta energia giovane è trascurata, che il governo di un popolo è non tale quale la ragion sociale del popolo stesso richiede; che esiste una soluzione di continuità tra il cittadino e le leggi; che vi è qualche cosa che incomincia e qualche cosa che termina, che tutti sono malcontenti. Nelle giornate epiche, il classicismo impera; la retta è norma; la risposta breve e monosillabica, concione: qui, tutti hanno uno scopo diretto ed evidente, per cui consuonano in bellezza glabra, sommaria e stilizzata il gesto del soldato, la prosa del legislatore, la poesia di vittoria e di orgoglio: la pienezza si risolve in giuste membra alacri e forti. Chi opera e fabrica è asciutto, proporzionato ed elegante; l'obesità marchia il sedentario cabalatore di cifre, di sentimenti, di sofisma, di inquietudini astruse, dentro cui si perde, gioisce e addolora.