Così, Carlo Dossi, a richiamo de' suoi fratelli d'oltr'Alpe ed Oceano, popola la sua biblioteca; voi ne vedrete i suoi più cari volumi dentro li scaffali e si chiamano: Saggi d'Emerson, Opere di Carlyle, quelle di Shelley, le altre di Gian Paolo Richter, a costa a costa, con Don Chisciotte, I Promessi Sposi, I Cento Anni, Pantagruel, la Raccolta completa dei nostri poeti meneghini, da Carlo Maria Maggi, al Raiberti, le Tragedie di Shakespeare. Questi formano il perno della sua dottrina e del suo credo estetico. A traverso le pagine de' suoi pari, egli si riconosce meglio; opera in modo che il suo sangue, fondamentalmente latino, ma ringiovanito dalli innesti barbarici, la sua mente italiana moderna, ma in giornaliero contatto colle opinioni, i tentativi, le esperienze e la saggezza straniera, il suo organismo sinceramente costituito di creta patria, ma imbevuto di più sottili ragioni internazionali, si inlievitino al contatto della vita contemporanea e si commuovano simpaticamente, producendo, a somiglianza di quelle letterature straniere, una loro espressione, che non ne deriva, ma le avvicina avendo, per specifico motivo: rendere una personalità in un'epoca di transazione e di aumento fisico e morale. Riconosceva egli discendenza barbarica nella sua famiglia? Se ne sentiva intimamente persuaso? Rosalia de Holly, la figlia del colonnello tedesco, discesa per altro sangue materno dai Beccaria di Montecalvo — per cui s'innestava tenacia lomellina a germanica fantasticheria — la bisnonna biondissima, Rosalia, della cui madre Carlo Dossi adorò «quel[77] fazzoletto dagli stemmi tarmati, che evaporava quasi ancora il profumo acre delle lagrime, piovute dai neri ed alteri occhi della trisavola Maria Lucia, piangenti il fulvo marito trafitto sull'ucciso cavallo nei campi di Slesia, la corazza lucente ai raggi, invano pietosi, della luna»; — Rosalia de Holly moglie a Gelasio Pisani gli aveva legato necessità di rifusione ghibellina, nordica, metafisica, rinnovatrice, per estetica, in un bisogno passionale di specificarsi. Certo è che, biologicamente, l'arte sua veniva secreta, spontanea e limpida in modo tale da riempire la lacuna, a lungo rimasta aperta, delle lettere nostre; che produde, sullo stesso suolo della valle padana, di sulle colline orobiche, sulle balze prealpine, genialità di mista composizione, come Parini, Manzoni, Rovani, Carlo Dossi: i quali orientano diversamente l'indirizzo della letteratura, ne rivoluzionano la forma, ne rimutano l'espressione.
Perchè egli ci ha dato una novissima, e, prima di lui, inedita presentazione dell'humorismo, nel senso in cui noi oggi lo accettiamo, come nessuna opera classica l'accolse, per quanto vanti, e li ripeto, i nomi di Aristofane, Petronio, Luciano, l'Ariosto ed il Berni, Voltaire compreso, che pur esclamava: «Chi ci libera dai Greci e dai Romani», mentre rimase uno degli assertori più costanti della formola tradizionale, paziente osservatore dei costumi e delle bizzarrie del suo secolo. Se, nel caso dossiano, ancora l'ordine e la disciplina romanica gli fanno evitare l'eccesso della abbondanza delle risa e delle lagrime, non per ciò cessa l'acutezza del suo humour, anzi se ne avvantaggia.
L'humour sia dunque lo stato costante dell'animo suo: uscire con uno slancio, dal lettore non preveduto, nel meraviglioso, dopo la calma descrizione delle attualità: esagerare, nel rendere la sensazione e il sentimento: assumere, da una funambolica associazione di idee passionali, una sintesi; dall'uso concomitante della scienza e dell'ascetismo, una verità. L'humorista ritrova, nella sequenza della vita cotidiana, nella nenia odiosa della pratica, il fiore strano di una bellezza d'antinomia; lo coglie e se lo appunta alla bottoniera, ve lo conserva anche appassito. L'humorista ride e non vorrebbe; piange e nasconde le proprie lagrime quasi se ne vergogni; è un faceto che ricasca nella filosofia trascendentale; è un sentimentale che vuol essere logico; un espositore di paradossi, di imagini, di similitudini eccezionali freddo e metodico come un professore d'algebra; dalle premesse vere conduce il ragionamento ad una pazza deduzione, in apparenza, concordante; da un fatto singolo, si inalza ad una universalità dubia; col gioco del sillogismo e colle dichiarazioni sofistiche, mette da parte la realtà e vi sostituisce la verità. L'humorista è un realista che nota i fatti, col rammarico di non poterli descrivere com'egli vorrebbe che fossero, ma come pur troppo sono; vive di osservazione diretta e minuziosa ed inneggia commosso: ama la contradictio in terminis. Perchè sta nella vita corrente e la conosce a fondo, sa che questa è una continua contradizione, che il miglior modo di renderla, coll'arte, è foggiarne una di contrasti, di subite apparizioni, di impreveduti fenomeni, di lagrime e di risa insieme; già che singhiozzi di pianto e di riso provengono dalla stessa vibrazione del diaframma. Al qual proposito, preponendo una Avvertenza ai quattordici calepini delle Note, azzurri ed inediti, dove Carlo Dossi ha riposto il sale secretissimo e l'essenza delle essenze della sua mente e de' suoi ricordi, entro i quali più scavi e frughi e più il piccone e la pala ti estraggono fuori ricchezze insospettate e qui sepolte generosamente; egli si rivolge al letterato che andrà leggendoli per renderne conto ad altrui, e gli dice: «Se vuoi avere la giusta idea d'un concetto, cerca questo sotto la parola naturale e comune che lo determina; ma cercalo pure nella sua opposta, e nella sua inversa. Per esempio; se vuoi sapere sulla gioja, qui guarda ed anche quanto si enumera sotto dolore: sulla luce, va a vedere sotto ombra; intorno a sottigliezze filosofiche, riscontra con filosofiche sottigliezze». Ultimo motto a rischiarare tutto l'anfigorigo avvolgimento del suo paradosso.
Donde, noi veniamo a sapere come i fatti ch'egli racconta sono, propriamente, i gesti della sua mente che vuol conoscersi in azione; così operò, alcune volte, il misticismo esasperato di Villiers de l'Isle-Adam, se si trovò in contatto colle platealità borghese — e ne riesce il Bonhomet cacciatore di cigni; — così predilesse Novalis; così perfece Gian Paolo Richter. Sembra a noi ch'egli apra una parentesi, per nascondervisi, quando sospende il racconto, vi immette, a tarsia ed a mosaico, le mirabili novelle come una minuta e scintillante gioielleria di pensieri e di rappresentazioni. L'azione, sotto via, si svolge meglio, sostenuta appunto da queste interruttive apparizioni; i cardini principiali, il leit-motiv vi continuano, direi, ipogei; li Apologhi, le Parabole sono le prove provate della attività delle sue emozioni, la dramatica dei suoi sentimenti figurati e messi ad agire, in sulla ribalta della sua letteraria sincerità. Perchè Carlo Dossi parla ad una turba di non iniziati i suoi lettori di ventura; come Cristo ha predicato ai Gentili; e tutti e due si fanno parabolani per esporre, in fatto, l'idea. Se viene interrogato può rispondere con Rimbaud, un altro Cristo di terrene passioni rosso fiammante: «Io[78] divenni un melodramma». Melodramma di entità psicologiche, di sottili astruserie, di legami più intimi, ch'egli ha scoperto e che, invano — si tentò celare nel nesso, tra la natura ambiente, così detta[79] «morta», — da chi non ha fino intuito, colla storia, il carattere il «momento» degli attori, che ne sono circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di Hogarth comprenderà le mie scritte pitture. Il mobile la tappezzeria la pianta, vi acquistano un valore psichico, vi completano l'uomo, e, da semplici attrezzi teatrali, vengono a far parte integrante nel ruolo dei personaggi. Gli è il coro della antica tragedia ridotto a forma moderna».
Con lui e per lui li oggetti, i mobili, le piante, i fiori, li animali, i fenomeni, tutti parlano e sentono, odono e rispondono. Egli adora le cose, perchè queste nascono e vivono e muojono con noi, come noi, e sono il prolungamento di noi stessi. Noi, colla nostra vicinanza, le influenziamo ed esse ricevono da noi: un certo animismo per simpatia, già che il nostro linguaggio, per necessità logica ed umana, le regala di un antropomorfismo, donde piangono e ridono con noi. — Egli, forse, abusò di questa proprietà di esteriorizzazione; ma la sua abbondanza animica sta bene coi fenomeni della materia che inzuffla di spirito. Grande dote questa di non potersi mai credere in solitudine: chè la solitudine sua, subito, si popola: le cose gli si rivelano, gli si confidano: sarebbero così inerti di non comprenderlo, di non confessarglisi?
Tutte le cose vivono ed hanno anima. Il ferro vibra di movimenti molecolari, nasce, invecchia, ha un destino. Le pietre preziose si allevano da sè, lentamente, per germini astrusi: il topazio e lo zaffiro s'ammalano e smuntano. La calamita attrae, obbliga a sè, invita: il ferro percorre uno spazio per raggiungerla: la elettro-chimica ci spiega a sufficienza la reazione del ferro-magnete indotto? Il radio, che è sempre identico a sè, non trasforma il suo ambiente?
Per Carlo Dossi, come per qualunque altro grande poeta di pensiero o di forma personale, tutte queste domande hanno una risposta affermativa dalla passione. Le cose inanimate rivaleggiano, nel suo amore, colle animate personalmente, le quali pretestano una loro individualità forse appena di superficie, mentre le altre attestano leggi indefinite, mecaniche, fisiche, chimiche. Ma, per Carlo Dossi, come per ogni altro poeta originale, non servono le apparenze; egli non si illude sul valore dei movimenti che si chiamano volontari: sa che è un modo di dire e di pensare comune, ma che, del resto, la nostra umana volontà non ha presa a determinare le oscillazioni del nostro pensiero più che non possa il nostro vivere sopra il Sole, sopra la temperatura di Sirio. Così, è questa stessa convinzione, fatta da appositi no, da razionali impotenze, che lo rende compreso della corrispondenza tra l'animo suo e l'animo fraterno delle cose, che lo fa centro di un giuoco curioso ed involontario per cui deve, nelli Amori, manifestare sè stesso a traverso le cose, specialmente nel Primo Cielo.
Così, egli vive di più, perchè a ciascun oggetto suggestivo presta parte della sua propria vita. Vivere, in fatti, significa conoscere le apparenze e le sostanze secondo le loro differenze; significa essere sopra a tutto sensibile. Più si è sensibile, meglio si vive; meglio si è poeta, cioè si crea quanto maggiormente si sente con sensibilità attuale ed in azione che reciprocamente si determinano autenticandosi. La riflessione su questo punto d'incidente metafisica (è davvero metafisica?) se va cogliendone il nocciolo di sotto le rifuse contradizioni, si chiama anche humorismo; e Carlo Dossi riflette spesso in questo modo profondo ed originale.
L'opera che riesce assomiglia al mobiglietto industriato dalla pazienza giapponese, stipo da rinchiudervi meraviglie di giada, oro, avorio e porcellana. Schiudetene i brevi battenti; ecco una cassettina di ferro, incisa a grandi volute, a mascheroni, a trifogli, a bruchi ed a serpenti lunghi ed aggrovigliati, fatica perfezione di aggemmina e di variopinta ferruminazio: alzatene il coperchio, che scivola sulla cerniera, sericamente; due uccelli si volano incontro tra due rame di fiori fantastici; eccone un'altra più piccola di lacca, aspra d'oro in rilievo; ma, una terza, quindi, una quarta; l'ultima d'argento tutta con quattro rubini, quattro macchie di sangue alli angoli. Dentro, la preziosità riposa sopra un letto di velluto, riparato da una guaina di seta ricamata. Toglietele l'ultima veste; mostrate nuda la bellezza; un idolo: se svitate la mano destra, erta in segno di benedire; vi ritrovate, nel cavo, un anello massiccio d'oro scolpito; porta un corpo di donna straziato dall'amore di una piovra, divinità del mare; nasconde, in una voluta della figura, una impercettibile fialetta di vetro, la quale conserva la morte sotto forma di una goccia di curaro: la difesa, l'offesa, la liberazione.
Sovente udii da Carlo Dossi magnificare i libri che apprestano, ad ogni nuova e ripetuta lettura, un motivo non prima scoperto a tutto profitto delle nostre insistenze. Arte psicologica, in cui egli eccelle; che mi si rappresenta in uno schema eguale alle circonvoluzioni del cervello, anfratti, in dedalee insenature, in meandri sinuosi della materia grigia; pura arte cerebrale. Magnificenza della energia dell'anima, un quid inispiegato ancora, come la scintilla elettrica; immensa potestà, chiusa nel breve e piccolo corpo fragile, ma che ascende l'infinito, rimanendo pacifica e perscrutando, in sè stessa, l'altitudine e la profondità della materia e della forza: pensiero divino. — In fine, la facoltà di vedere e di giudicare la vita, da un punto personale di vista e dal suo opposto, nello stesso tempo, è l'humorismo, pel quale Carlo Dossi ha l'acuto potere di scrivere Ritratti umani; che sono l'espressione della sua utile cattiveria e mattia.