Pagina mea sapit hominem, porta, in fronte da Marziale, la copertina di Campionario; sa cioè ha sapor d'uomo, lo ha mangiato, lo ha digerito, se ne è nutrita; lo conosce per il palato e per il ventre; lo ha scomposto, ridotto ai minimi, termini, ai più brevi cristalli, come una esperienza chimica, come in un lavoro biologico e necessario dell'organismo; la pagina mia ha evacuato l'uomo, come è: non quello che vediamo intorno a noi, tutti i giorni, vestito come conviensi, ripassato dalla convenzionalità del galateo; colui che non sa i vantaggi della ineducazione, ma sfoggia le inciviltà della fondamentale ignoranza laureata; la pagina mia è la pietra di paragone; così ha saggiato l'uomo e ne dà il titolo esatto secondo la mia norma.
Pagina eguale ad Arte: l'ironista sa che l'arte, per sè stessa, è serena, è una certezza; non un dubio; non una disputa; ch'essa non si inganna, non si illude, credendo alla assoluta bontà, o cattiveria dell'uomo, senza confonderle; ma lo rivede, nè buono, nè cattivo, come è, a servirla bellamente, come funziona utilmente nella vita. L'ironista sta alla finestra; guarda nella piazza, giù, ove si avvicendano le beghe de' suoi simili; è lo zoologo, che, sul margine di una foresta, si attarda a descrivere i costumi delli animali in libertà, lontano dal pericolo delle zanne e delli artigli. L'ironista è per ciò un moralista della semplice, della pura morale, di quella che ogni organismo ben nato e ben costrutto esercita, coll'istinto e colla ragione, se vuol vivere in modo di non danneggiarsi nel contatto delli altri suoi pari. E l'uno e l'altro adunque si dilettano, quando vogliono divertirsi, a raccogliere le impronte, le orme delli uomini e delli animali, a delinearne le forme e li aspetti, a scriver loro sotto un cartellino mnemonico: «questo mi piace, questo no; questo mi conviene, questo ributto, questo mi è utile, questo dannoso; qui ho la gioja, qui il dolore».
L'humorista, per intanto li accetta in fascio; usa di una sola etichetta complessiva: «Ecco la Vita» — Musei anatomici, Teatri di scimmie, Circoli equestri, Fiere di beneficenze e di egoismo: tutt'uno — Il lupo mangia il montone; la scimmia inganna il cacciatore; la tigre ha mascelle enormi ed i muscoli del corpo ubbidienti, rattratti in tensione della sua volontà, scatta, azzanna, lacera, uccide nel balzo, cacciando: i conigli fuggono; le anatre schiamazzano, i pipistrelli volano in sul crepuscolo; le formiche, come le api, sono socialiste; il fringuello canta meno bene dell'usignuolo, ed il pavone è uno smeraldo tiepido, rutilo, e sfoggiato, stride ingratamente come una giovanetta dilettante cantatrice: l'aquila vola sola incontro al sole e non si abbacina. Vi imbattete, così, anche nelli animali della gloria, Animalia Gloriae di Tertulliano, nelli enormi organismi di preda e di vanità che insanguinano e sconvolgono il mondo, Cesare o Napoleone; quindi nella divinità eroica, come Garibaldi. L'humorista conosce tutte queste varietà di esseri, ne cava la maschera rispettiva; ma per consolarsi meglio, per sentirsi più intima, guancia a guancia, seno a seno, nuda e tiepida ia sua fondamentale onestà, si procaccia — e ne trova dovunque a schiere — dei modelli più brutti di lui, li mette in bacheca, li sciorina ed indica: «Ecco la Società!» Sono i Ritratti umani.
La serie incomincia dal Campionario, per quanto ultimo uscito in ordine cronologico; un'altra e più saporita zoologia. Il suo procedimento è classico, perchè si svolge per prosopopea come nelle satire oraziane, ma il modo di riferimento è modernissimo; vi rientrano la fisiologia e la psicologia sperimentale, il termine netto e schietto anatomico; qui, non si ha vergogna di nulla, nè meno della vergogna, che è un sintomo d'inferiorità ed una espressione di rimorso; non si ha rispetto di nessuno, nè meno della realtà, che è l'apparenza più ovvia e meno vera di vivere. Giù le maschere, uomini cittadini veramente serii ed importanti; o, meglio: «Qui le vostre maschere; ne abbiamo preso il calco di lontano, per miracolo di plastica telepatica, come i maghi moderni di nostra conoscenza. È inutile che vi nascondiate: il nostro obbiettivo, che lavora coi raggi x penetra oltre ogni schermo, cartone, legno, muro, impudente impostura, maestra nel costruire facciate impermeabili, opache, refrattarie ed incombustibili. Noi vediamo il flusso ed il riflusso del vostro sangue, la sistole e la diastole, i moti peristaltici, il giuoco delle articolazioni lubrificato dalle sinovie e tutto il mecanismo del vostro corpo, come dietro un cristallo limpidissimo: così, il vostro pensiero, prodotto dalla batteria elettrica dei gangli e dei nervi; il pensiero che è poi la vostra malvagità. Dipinti, sopra le lastre di vetro della lanterna magica, le lenti, la luce ed il riflettore vi rifrangono all'ingrosso ed al minuto, sopra il bianco e vasto diaframma delle projezioni».
VI. «BASSE-COUR» — «TIERGARTEN» — «GABINETTO ANATOMICO» E.... «GINECEO»
Li occhi, accostumati a vedere le imagini virtuali, riflesse dalli specchi ortogonici ed academicamente levigati, secondo realtà, si atterriscono e riprovano le visioni singolari, che interpretano, dalla apparenza, le intime verità. Le accusano di deformare li aspetti, di non percepirli bene; accennano maligni e deplorevoli difetti nella composizione del cristallo, nella patina mercuriale della lastra. Ciò può essere esatto parlandosi di uno specchio reale, suppellettile domestica e consigliere di civetteria, non metaforicamente, di un cervello d'artista. L'espressione sua d'arte che accentua, aggiunge, scopre, è il risultato del veder meglio, è l'attestazione di una virtù rara, difficilmente conseguibile. Mettere a nudo le tare nascoste dello «istinto di perversità» — come le chiama Pöe — rifugiatesi ed avviluppate nelle pieghe prolisse e sotto la lucida vernice della convenzionale educazione del viver comune e solito; leggere, in lettere majuscole, i vizii appiattati nel profondo dell'animo umano; riproporre l'umanità, ne' suoi tipi esemplari, nella serie di un'altra zoologia, è rendere, colla fisionomia del proprio tempo, l'immutabile caratteristica delle forze umane, passioni, istinti, interessi, virtù; sviluppare, sul tono di una canzone estemporanea, il ritmo archetipo e millennario della razza e della stirpe. Significa, in altre parole, occuparsi di Morale.
L'Arte riguarda la Morale come un attributo dell'individuo; la accetta coefficiente allo studio di un problema, che giornalmente, la vita risolve e la biologia propone. L'Arte varia il suo intenderla, col variare delle epoche, dei costumi, col modificarsi della superficie sociale. Per l'Artista, studiar la Morale, significa divertirsi a mettere in esercizio le sue migliori facoltà, sollecitate a funzionare dalla successione de' fatti, delle persone, delle cose che va, a mano a mano, scoprendo e dettagliando. — Viene egli, in fatti, col suo corredo scientifico e filosofico, nei suoi viaggi per il mondo, a visitar le anime, e spesso trova delli istinti; a riconoscere delle umanità, e, molte volte, trova delle animalità.
Il mondo appare alla sua indagine od un cortiletto insiepato e campestre, dentro cui si rinchiudono, col pollame variopinto, piumato, rostrato, speronato, ancheggiante, gracchiante, stridulo, chicchireggiante, schiamazzante, i conigli timidissimi e lussuriosi, le cavie, soggetti vivi e sperimentali di infezioni e di colture microbiche e bacillari, le capre ed i caproni testardi e salaci, le pecore sudicie, popolate di aragnidi e di assilli, cieche d'imitazione, le vacche prolifiche e lattifere, mugolanti e stupide d'imbambolatura ascetica e fatalista, i porchetti rosei ed azzurrini, intrufolati nella melma del truogolo, divoratori delle proprie immondizie, feroci per golosità, dalli occhietti infossati nell'adipe e dallo sguardo bieco, sospettoso, salesiano.
Il mondo si svolge anche alla sua passeggiata più amenamente; appresta boschetti ed ombrie, piante esotiche, frondeggiar di palme, zagaglie lucide ed erette di banani, infiorescenze delicate e strane, ajuole di orchidee asessuate e mostruose, falliformi e vulvaperte; capanni accomodati per bestie rare: antilopi, muffloni, daini, cerbiatti, pachidermi di costo e d'importanza, elefante bianco o rinoceronte violetto del Nilo; la stragrande varietà più che socievole delle scimmie del Capo, della bertuccie, delle platarrine americane, a coda retrattile, ginnaste per eccellenza e per isfarzo funambolico, Wright delle foreste vergini, se, della appendice delle vertebre dorsali, si fanno propulsori forti e delicati per volare, senz'ale, da una pianta all'altra; uranghi di bell'aspetto civilizzato a salutare, a nascondere la vergogna perpetuamente stillando leucorrea; scimpanzè d'ultimo stile, onanisti in cospetto delle damine che li eccitano, mascherati, in faccia, di rosso e violetto, come il nicchio di un prelato delle camere vaticane e ripieni di dignità e di buon senso come un magistrato italiano. Vi sono anche delle gabbie conteste secondo i dettami dell'ultima igiene, con canaletti d'acqua scorrente, col becchime riposto nelle mangiatoie ad hoc, coi pioli disposti ed orientati secondo l'uso e il costume dei volatili che li abitano; colle leccornie a portata di becco. Qui, i pappagalli d'ogni clima e colore — se ne trovano sotto tutti i paralleli — dove la loro stupidità diventa impostura ed inframettenza, la loro chiacchiera naturale è purolento parlamentarismo, la loro schiamazzante vuotaggine, loquela meetingaia, il loro sgargiare di penne e d'albagia, virtù academica. Qui, anche i fagiani dorati, quelli d'Inghilterra, li altri del Giappone; della China, i galli rossi e neri di montagna e tirolesi; li uccelli, insomma, preziosi; caccia regale ed imbandigione di solito, alle mense meretricie, doni facili e niente costosi per le amanti delli uomini decorati ed impiegati nei mille ed uno offici della venaria, delle stalle, delle cucine, delle anticamere, delle alcove, del water-closet de' principi.
Il passeggiatore solitario e sentimentale tenta invano, di incontrarsi in un'aquila, in un leone: se ne trova le spoglie, vede la carcassa di quella, colle ali aperte, inchiodata a spauracchio in sull'architrave del castelletto di qualche miserabile Don Rodrigo da operetta: se si imbatte nella pelle fulva e riccioluta dell'altro, la sa impagliata, con due occhi di vetro dispajati e loschi colla cartilagine del muso incartapecorita dalli acidi, con l'odor di valonea della concia e di naftalina per proteggerla dalle tarme e dai tarli; la ammira domestico immobile per destinazione, guarda — portone e vedetta di un Museo, baraccone ambulante, di storia naturale per le fiere suburbane e stridule.