E bene; non è egli tra li uomini invece? Che cos'è questa trasformazione calunniosa, indecente, che qualche volta si giova delle parole scatologiche più vive e più indicative? Già: le imagini passano dallo staccio del cervello dell'operatore singolare; il quale ha la facoltà di depurarle, di naturalizzarle, di ridurle, da apparenti, vere. Quale delitto di lesa umanità avere dei reagenti interni e psichici per cui si scompongono le imitazioni, i fac-simili del vero uomo e vi fanno depositare tutta la pelle, la vernice, il lustro, il falso oro applicatovi non chimicamente, rimandandone nudo il nocciolo osseo, amaro, laido, la pasta fangosa della materia genuina! Vorrete voi incolpare a questa sua virtù il disordine della verità? A questo suo coraggio la scelleraggine di essere sincero? A questa sua sincerità il bisogno di essere sfacciata? A questa questa sua purezza il diritto di mostrarsi com'è cristallina ed intemerata? Chi mai ha osato imputare alla anatomia il logico processo di brancicare tra pezzi di cadaveri per studio? L'abilità di esporvi le proprie e nitide preparazioni? La giusta superbia di farvi ammirare il risultato di una difficile operazione? Ben venga il disegnatore necrofilo, che dettaglia e descrive le rigonfiature dei muscoli, il groviglio delle arterie, le molle in tensione dei tendini, l'armatura schietta delle ossa, i perni, le cerniere, le guaine, le membrane, le scanalature delle articolazioni, la ramificazione filiforme dei nervi e dei vasi motori, i meandri, i grafiti, i nielli damaschini di tutta l'innervatura, di tutta la capillare distribuzione, per cui ogni parte del corpo è nutrita e sente. Se ciò non basta, ajuti il plasmatore dei modelli di cera a ritrarre, dal vero e colli stessi colori, l'ascesso, la pustola, la fistola, il cancro imperiale e magnifico, le spondiliti, il rachitismo, i guasti epiteliari e le ulceri della sifilide, le necrosi dei lupus, le piaghe divoratrici della tabe, le obesità idropiche della elefantiasi, le contorsioni spasmodiche, le revulsioni, le slogature dell'epilessia, del tetano, dell'isterismo. Dipinti, disegni, statue di cera, preparati di carton-pierre, fotografie, cinematografi portino, in copia, i loro prodotti al Gabinetto anatomico.
Questo si annuncia, in sull'entrata, col buttafuori in livrea oscura e bottoni d'oro, cilindro e guanti; scosta cerimoniosamente la cortina dell'entrata, come un usciere ministeriale; si è assunto l'ufficio che le avvertenze e le prefazioni oneste fanno in sulla soglia dei libri. Chi se ne intimidisce, come coloro che hanno soggezione del preposto alla porta, stia fuori. La timidità, in questo caso, non è mai l'espressione rubiconda del pudore e della innocenza, ma il sospetto, ahimè, troppo fondato, di riconoscere, in qualche pezzo esposto, i sintomi, il colore, la deformazione malamente nascosta della propria malattia vergognosa: hanno paura di rivedersi al vero, di dimostrare, col loro imbarazzo, alli altri visitatori, la qualità del morbo, la specie della gangrena di cui sono affetti e vanno accusando giornalmente altrui, che non li ha di patirli cronicamente.
Chi vuol impedire a questo sfarzo di scienza, di abilità, di sicurezza il mettersi in vetrina. Quale la mano del veto che protenda un pennello intinto di nero fumo, per dar di frego ai disegni, per annullarli sotto tintura indelebile: «Voi non dovete dire; noi non vogliamo sapere! Vi manderemo la legge a inchiodarvi l'uscio, i gendarmi a rinchiudervi in muda: siete pericoloso». — «Baje! È la società pericolosa a sè stessa!». — Santa insistenza della sincerità! Come i barbari, come li anarchici che vedono rosso, li uomini dell'ordine, della legge, della bibbia, ricorrono al pugno; manu militari, apprestano la sanzione del loro privilegio, della loro povera e spaventata volontà «Silentium!» Sferra l'urto una catapulta contro lo strumento, l'apparecchio, lo specchio perfettissimo e fatato, che vede più di quanto non dovrebbe. Miracolo! Nell'infrangersi argentino e campanellante, sonoro e gajo come una risata di giovanetta, li specchi si moltiplicano; ogni pezzetto porta la sua immagine vergognosa; ogni scheggia riproduce li uomini d'ordine, di legge, di bibbia nelle loro più grottesche ed usuali abitudini; lo scandalo singolare si fa pubblico; tutti debbono rivedersi, messi alla berlina, che attira folla di motteggiatori e pur tra i beffeggiati. Baje! la violenza contro l'Arte aggiunge stipe secche alla bragia: divampa meglio la fiamma intorno, li Artisti cantano e danzano la canzone pirrica della rinnovata purificazione; quest'uomini dell'ordine inconsideratamente incendiarii li divertono, perchè, vedetene la contradizione:
«Quando[80] alcuno, compreso da queste verità, sorge come Parini e Porta a dare la vera poesia civile contemporanea e topica; quando la applica alle tendenze pseudo-filantropiche, agli abusi, alle arti alle istituzioni libere; quando vi adombra alcuno de' vostri piccoli eroi, non quale se lo imagina il volgo, ma qual'è realmente: e tutto ciò con tocchi leggieri di gioconda ironia, colla bonarietà che si addice a questa ricca, grassa ed allegra Lombardia; allora, sapete che cosa succede? Dai più si ride, sì applaude, si vuole che si prosegua; ma nessuno francheggia il poeta di autorità e di protezione; ma tutti si ritirano in circolo a contemplare, sogghignando, l'assurda lotta di una povera penna isolata coi pregiudizii appoggiati alle casse d'oro. Poi si grida all'inquieto, all'accattabrighe, all'uomo pericoloso, all'imprudente che si compromette e si danneggia. In somma la stessa Civiltà s'impenna e si spaventa della troppa civiltà». — Povero Raiberti, del bel numero uno medico-poeta: la sua diagnosi torna attuale, come sulle bocche dei ben pensanti tornano le accuse: «Pericolosi, delinquenti!» Perchè? li Artisti di questa tempra non valgono assai più del borghese fabricatore di coperte di lana, di pezze di sete, di macinini da caffè e di rosarii, (che sono poi la stessa cosa) — di gingilli e di chincaglierie cavalleresche, di abluzionanti bidets e di confessionali, (che lavano il di dentro ed il di fuori meticolosamente bene) — che battono acciajo per sciabole, vanghe, schiumarole, coperchi, catene, chiavi, chiavette inglesi per casse-forti e per cinti di castità? Eh via! È dunque per questo che l'Artista è un farabutto, perchè vi dà come siete e vi ride in faccia, vi ha visto piccoli, deformi, pretenziosi, vili, sudici, lui, oh, quanto puro, oh, quanto bello, oh, quanto nobile, oh, quanto grande al vostro paragone!
S'egli poi discende nelle grotte ipogee, lubriche, che stillicidano, pullulanti di lombrici, viscide di serpentelli ciechi, imbarricate di spesse ragnatele, trascorse dal volo flacido, delle membrane luttuose dei pipistrelli; se si sprofonda nelle miniere inesauste della sessualità, in che modo dovrà chiamare la cameretta verginale della educanda, la camera nuziale, il letto della vedova, il giaciglio della serva, il covo della quadrantaria? Potrà sostituirvi altre parole più determinative, senza esserne indispettito e scontento? Simbolo, ritrova La Desinenza in A.
Ritratti? Si: sempre Ritratti umani. Vi ricordate ciò che lo scultore Rubeck dice a Maja nella calma e calda mattinata d'estate, sulla riva di un fiord norvegese, stazione balnearia, in mezzo al comfort di un albergo di prim'ordine, ricco di giardini viridissimi e di fontane? Ibsen si sottintende dentro la maschera di Rubeck ultimo nell'Epilogo in tre atti: Quando noi ci ridesteremo di tra i morti: e confessa. «Altro vi ha dietro questi ritratti, a questi busti ch'io plasmo. Vi si trova alcun che di sospetto... qualche cosa vi si nasconde, vi si appiatta, ipocritamente, e che li altri uomini non accorgono. — Io solo lo vedo. E mi diverto secretamente. Già, per li altri, esteriormente, questi busti, queste plachette, questi bassorilievi posseggono quella assomiglianza evidentissima, per cui la folla fa le sue meraviglie, e ne resta intontita; ma là, in fondo, dentro, si dissimula, nel volto ora, un'onesta smorfia di cavallo in riposo, ora il muso di un asino restio, ora, un cranio di cane dalla fronte piatta, dalle orecchie penzoloni, ora un ghigno di porco in grassa, spesso, anche l'aspetto di un toro stupido e brutale. — Già; mia cara Maja, non altro di più, semplicemente lo schema, la caricatura de' nostri buoni animali domestici, quelli che l'uomo ha sfigurato... e che, a loro volta, sfigurano il proprio padrone. Bah! sono appunto quest'opere subdole, sornione, che li ottimi borghesi ricchi vengono a chiedermi e pagano.... oh, ingenuamente, a peso doro. Già, ed io son felice».
Veramente, i grassi borghesi d'Italia non vennero mai in folla a comperare i loro propri Ritratti, che Carlo Dossi aveva loro preso sopra misura: egli è meno prudente dello scultore Rubeck; comunque non se ne duole ed è lieto del pari.
«Ma passiamo[81], per ora nella galleria de' Ritratti umani, dove tutte si accumulano le nubi del cielo mio, dove i colori bui e l'aggrondatura predominano a simiglianza di quelle caliginose imagini di antenati che, nei palazzi patrizi, occhieggiano biechi i loro rachitici successori»; egli ci fa il cicerone delle tele esposte, ci racconta vita, morte e miracoli. Per questa volta essi sono nella categoria delli infusorii e dei parassiti sociali, di cui le lenti dell'interno e nascosto microscopio, han fermato, con sicurezza, il profilo; de' quali li organi di relazione e di digestione furono delimitati esattamente col loro ufficio, pompe aspiranti e lancette tricuspidate di mosche, di zanzare, di vespe, zanche dentate di scarafaggi, di coprobii e di coprofaghi, bisturi flebotomi di pulici, sesso generosamente prolifico di aragnidi capillari.
Eccovi i Lettori in varia categoria; quelli che pur trovano di poter spendere qualche lira, oltre alle cento che sprecano in guanti, in falso Champagne, in baci inverecondi; i lettori quasi analfabeti ma dotati di molte pretese legislative e no. — I Lettori misti spulcia-codici, puristi ed etimologisti, ed altra roba in cisti, umile come la coronata humilitas dei Borromei: Lettori scriventi, pesca grossa e pesca minuta; i Lettori puri, li sciocchi, i salati. — «Se non altro», direte, «questo letterato, ci conosce bene, sin dal principio, ci indispettisce subito e noi di rimando gli saremo scortesissimi».
Scortesissimi, del resto, come la presunzioni de' Dilettanti: seguono, la cantatina di buona famiglia; — l'ammacchiatore di acquarelli; — il cuoco dilettante avvelenatore, secondo i precetti di Brillat-Savarin o le norme di Monsignor Bignami; il dilettante vinicultore, bachicultore, floricoltore; — il dilettante auriga e cavallerizzo; — il dilettante benefattore; — il dilettante amoroso; — il dilettante medico; — Domine a delectantibus libera nos!