Essi sanno che non ci ingannano e pure continuano a ripeterci davanti i gesti archetipi della menzogna; impalpebrano li occhi, si nascondono il volto colle mani, arrossano, fuggono gettando grida d'orrore e trepidano, sfoggiano la mimica del bluff della pudicizia, della castità, della verginità della compunzione, veri saltimbanchi della morale pubblica, presbiteriani dalle coscienze sporche, jankees invischiati d'ogni vizio, ma ripoliti al di fuori, lucidi, specchianti, profumati, inganno vano e pretesa ignorante. Chamfort sogghigna ed io con lui: «Più il costume peggiora, ed in eguale misura s'aumentano le delicatezze della decenza. Per ciò, più li uomini si fanno viziosi, meglio applaudono ai quadri virtuosi». Vi risponde il Diavolo innamorato di Cazotte: «Mi avvedo, che da quando hanno incominciato a rispettarmi, e con me, li altri, ciascuno e tutti, io mi sento più infelice d'allora che mi si odiava». perchè il mondo è così: Fra Timoteo e Tartufe sono i più tristi bighelloni e ladri della opinione pubblica: essi leggono di nascosto Desinenza in A, se ne dilettano; interrogati pubblicamente, crocesignandosi, eruttano l'omelia delle virtù teologali, strillando come bimbi sculacciati dalla balia.
E bene, bando ai gufi! Questa è altra musica e orchestra! A me i giovanotti che vivono all'avventata, facendo l'amore sui pianerottoli! A me i prudentissimi vecchi, che han sempre fatto lo zio e i verginoni senza rammarico, e i «non[92] indegni di aver perduto la prima! — Or chi mi dona una rossa matita? Tu Cletto mio? Oh, grazie! — E la rompo. — Mezza è per te, criti-cuccio, cui ogni mio sproposito è seme di mille tuoi — tu giudice inquisitore che non amasti che il male, per poi, se nol trovi, inventarlo. Hai qui casi di maggiore scomunica, eresie da tanaglia e da rogo. Troverai idee nuove, che tali almeno parranno alla tua squisita ignoranza, troverai gagliardi sapori, che a te, assuefatto alle più scempie pappine, abbaglieranno il palato. — Ma che vuoi? A gusti scaltriti (ed io sol cucino per essi) non può l'ingenuo manzo piacere se non a forza di salsa. Anzi anche il sale è talvolta lor dolce, e però ci vuol pepe. Viva il pepe che salva i panni dal tarlo — ed anche i libri». — Ora, se volete ascoltarlo e vedere, venite qui: se no spulezzate in fretta e subito sull'entrata. — «Chi ama le comedie prive di sesso, ha i teatri suoi, ha i suoi burattini, dove, può assistere senza pericolo alcuno, da quello all'infuori di addormentarsi. Per i poveri d'intelligenza provvede la caldaja dei frati, c'è una letteratura estesissima, nientemeno che il novantanove per cento di ogni biblioteca. Ne profittino, dunque. L'acqua non costa nulla e rinfresca. Questo libro contiene, certo, veleni, ma anche i veleni sono utili, basta sapere dosarseli; così che l'arte della salute — intendi per burla la medicina — fonda in gran parte su di essi. Non succhia il midollo di un libro se non il lettore, il quale si trovi in una disposizione di nervi consimile a quella in cui era, scrivendo, l'autore. Il gran Milton è da leggersi la domenica, quando si accumula nell'atmosfera il religioso uragano fatto di nubi d'incenso, di cerei lampi, di armonioso tuono di organi; Leopardi in una giornata piovosa, colla disgrazia ai calcagni e la dispepsia allo stomaco; Cattaneo in un'aula parlamentare, assente lo sfibratore Depretis; Carducci, sotto un arco romano, non medicato dal dottor Baccelli; Correnti, fra le stoffe preziose e le rarità antiquarie; Hugo al mare. Così è nell'epoca del malinconico e verginale erotismo dell'adolescenza che più si comprende la Vita nuova del giovinetto Allighieri, ed è nell'ora del disinganno amoroso che il presente volume sembrerà facile e piano.
Il Daimon greco di Carlo Dossi si è tramutato nel Dimonio gotico: gli imporrà tutte le birichinerie del caso; lo doterà d'ogni e più secreto strumento, doppia vista, invisibilità, volar per l'aria, sprofondarsi sotto terra, penetrare nelle camere chiuse e sotto le lenzuola del letto, essere ovunque: l'ubiquità lo franca d'ogni alibi e d'ogni presenza, nello stesso momento. Altro che l'Asmodeo di Le Sage, il Shallaballah della puppets-woman londinese! Egli è il Belfegor di Machiavello, il Mephisto di Göthe, è il Diavolo margravio di Von Grabbe; per di più ha in dito, a talismano, l'anello di Gige.
Scoperchia tetti seziona case, divarica cortine... e coscie, spalanca imposte, abbatte usci e tramezze; segna e segue chiunque incontra sulla via pubblica; ne pesa il cervelletto dalla cuticagna; penetra nell'occipite e s'aggira nelle circonvoluzioni cerebrali; discende pel midollo spinale; si sofferma ad analizzare il succo che ne spremono le ghiandole: divide la vita feminile in tre parti; le dice tre atti di una tragedia comica di dieci scene ciascuna, in cui dramatizzano e farseggiano personaggi esemplari; precede ogni atto un Ouverture, come una sinfonia, che riassume, leit-motiv e spunti, accenni musicali e variazioni, tutta la tematica della orchestra e del canto; Intermezzi e Finale, che si presentano, come il coro della tragedia eschilea e della comedia aristofanesca, e, se non danno il giudizio della folla, pure come il personaggio che canta e il genio muto della scena chinese, come il Gracioso di Garcilaso e di Lope de Vega, esprimono il sentimento e l'intervento dell'autore.
Pupe di carne innervate a capricci ed a cattiverie, pupe di cenci, di cera, di mecanismo, si rispondono, nel giuoco, appena uscite dalla culla, in sulle prime pagine; si destreggiano, nella scuola redibitoria della guardaroba, del lavandino, della scuderia, nella normale educazione del servidorame; incominciano a vivere a paragone per la civetteria, l'inganno, l'intrigo, l'elegante viziosità.
Carlo Dossi, non ancora padre, non ancora chino a scoprire ed a scifrare l'intimo fiorire della intelligenza e del sentimento sopra figli suoi, ebbe delle intuizioni esatte, delle rivelazioni istintive e naturali, quando dettaglia il piccolo tenace ed egoista organismo della feminilità bamboleggiante; prescrive anche una norma a' suoi per il futuro.
Poi il Collegio; un collegio tipico di ricchi, dove incontrate le bimbe di Rimbaud e di Tarchetti ad erudirsi; dove si risvegliano le prime prurigini; dove, le angiolette meditano, col palato, il terzo dei sacramenti ed altre si preparano al settimo»; mentre si disputano «a gara il Millo del portinajo, un gongolino di un anno e se lo serrano al seno, e gli fanno il linguino, e il pizzicorino, e lo mangiucchian di baci e carezze — baci che han denti, carezze che hanno unghie — palleggiandolo, soppesandolo, mirandolo e di sopra e di sotto e all'indrizzo e al rovescio, per imparare forse, come i bimbi si fanno». E le malignità, e le insinuazioni: si determinano i caratteri.
Vi son dipinti i balli e le ragunate: casa Polonia espone le proprie magrezze, ricoperte per pudicizia, colle figliuole da marito; le mamme decantano le palesi e nascoste virtù delle loro bimbe all'incanto. — E l'amor di sorella risponde colla gelosia, colla diffamazione; e l'amicizia è impastata sul livore e l'invidia, che traboccano in cortesi scortesie, in aggraziati dispettucci, in umili vanaglorie, dove le linguettine fesse impastojate tra l'r ed il v, lubriche di francese, unte di pittoresco gergo, lutolenti di domande indiscrete, schiumeggiano, dimostrano l'arte maravigliosa e feminile del Flos duellatorum, inchiovata, un'altra volta di più, in un odio sincero d'amicizia formale.
Noi sapremo come ami una madre la propria figlia; come, nelle gioie del matrimonio, si amino li sposi; noi vedremo morire la marquise Iza Millerose di Garza, maravigliosa maschera indimenticabile, erotta diritta a sfida per Les Diaboliques di Barbey d'Aurevilly; se chiede alla infermiera lo specchietto, al sacerdote il viatico, al vasetto cinabro e cerussa per comparire, dipinto cadavere, in sulle soglie della eternità, mormorando le antitesi di sua vita, tra il sonno e la veglia: «Suis-je en ordre pour le bal? où êtes-vous, mes amis? Dio, non rapitemi il sole! Il bujo soffoca — e lo specchietto le fuggì di mano. — Perdo il chignon!... Mamma, il chignon!... e con un profondo sospiro, Iza piegò sulla spalla il capo, torta la bocca». Fissa la statua perenne, nel marmo della morte, Carlo Dossi.
Escano a stuolo le bergamine serotine, le lussuriose rondinelle del crepuscolo e della notte; portino la pregustata golosità, il piacere alla caccia del vizio; ridestino le memorie del lavoro di Venere, la rinomea delle manipolazioni erotiche e strane.