Haec tria nil recte faciunt si verbera cessent»;
ed a che pro?
«Quid levius fumo? Flamen. Quid Flamine? Ventus.
Quid vento? Mulier. Quid muliere? Nihil».
Dove potrà rifugiarsi col proprio amore? Dove imbattersi nella bellezza fresca, nell'innocenza generosa della Sulamite? Chi gli ripeterà il versetto del Cantico dei Cantici? «Mane surgamus ad vineas, videamus si floret vinea, si flores fructus partorient, si flomerunt mala punica; ibi, dabo tibi ubera mea». O fecondità della campagna, a maggio, ed in quell'incenso di corolle sbocciate, in quelle sicure promesse, prossime a fruttificare, la munificenza lieta e serena delle grazie di sposa! Si? Cinque lire d'amore costa. Costei della sfacciata fornicazione è la più pura, perchè la più sincera: s'ella proclama le sue doti, sfoggia un inno maraviglioso alla Pandemia, al suo valore sociale di valvola di sicurezza per la pudicizia borghese, al suo merito profilattico ed igienico contro i pericoli e le degenerazioni dell'onanismo, alla sua divina compassione che nulla e nessuno rifiuta: e la lirica inchina alla prosa dossiana le più alte vette musicali, la satira si fa poema battuto nell'oro.
Perciò la natura trionfa: il Magoboja operatore della Palingenesi, fabrica la femina integrale; sorge Venere, «Un biondissimo[95] fumo dalla fragranza di muschio vela la tremolante figura e si direbbe una chioma che già s'innanelli a larghe onde, e, fra l'aureola di essa e del fumo, va la figura accentuandosi a femminili curve e turgenze. Una bollicina di azzurro (vitriolum coeruleum) le scoppia nel mezzo, ed ecco a fremerle a pelle il reticolato venoso; una striscia di minio (cinnabaris mercurialis) vi guizza, ed ecco guance soffuse di pudico rossore, con una bocca che è un bacio; due faville vi scattano, ed ecco due occhi lucidi di desiderio e di lagrime che intensamente mi fissano». Non altrimenti vivono, sotto il bulino di Rops, le sue donne — simboli, per quanto si sformino in piedi caprini, in zampe unghiate, Sirene dell'asfalto parigino: «nuda sino alle coscie[96], erge una testa laida e pure simpatica; sorride la provocazione, con grazia ebra e stanca; bestemia parole grasse di suburra, mentre di un gesto crapuloso, in un colpo di gomito, si fruga nell'edificio della capigliatura. Odora il marciapiede e l'acqua profumata del bagno recente; evoca canagliescamente la quadrantaria all'agguato ed in caccia del cliente; sa tirar di coltello». Esse sono che loscheggiano, cachinneggiando con insolenza, espongono le loro acconciature color zafferano; impiumate, accendono la larga bocca col carmino, li occhi piccoli col bistro; si mettono al mercato su divanetti, sotto camicie succinte e rialzate sui fianchi; esse, le belle ragazze del dicterion elegante, esse, la Bellezza-Peccato verso cui balzando la libidine accorre, come un polledro inuzzolito, nitrendo. «Amore[97] mi tiranneggia. E già le palpito in braccio, e dileguo entro lei ed anche il sogno dilegua».
Il giorno chiaro, l'alba lucente e lucida, le ore dell'uomo che lavora pensa e vuole, non le ore oscure e passive, vincono il succubo, lo annullano, ritornano il sognatore spaventato alla realtà. «Su via, vieni tra i tuoi fratelli, dopo la palingenesi, scrivi il nuovo testamento. L'umanità confessa e l'uno e l'altro documento e ne deriva: ma canta la speranza, la carità, l'amore di nuovo e sorgi, con noi, non più, a soffrine ma a combattere per essere più buoni, più belli, più sinceri».
«La Desinenza in A, fu, nella vita letteraria[98] di Carlo Dossi, quel che si dice un avvenimento. Si era ai bei giorni della guerra tra idealisti e realisti, guerra gioconda, allietata dalla fecondità straordinaria degli spropositi, che i giovinetti — obliosi di Senofonte e di Euclide — allegramente si scaraventano in faccia». Dossi, impropriamente, veniva chiamato realista, accolto con fervore nel campo spumeggiarne della Farfalla: anzi gli allogavano titolo ed onori di capitano, messia di un verbo nuovo in estetica, che, del resto sopravanzava realismo ed idealismo scolastico ed ufficiale, catalogati sui quadri di avanzamento della letteraria burocrazia.
Tanto egli era lontano dal carnalismo rubicondo e rubensiano e dalla effervescenza della gazzosa stecchettiana, quanto non volle, ed in sul bel principio lo dichiarò, confondersi «colli[99] incettatori della nazionale moralità, una compagnia di lamentazione perpetua di cui fanno parte i violacei predicatori, che ventilabran dal pulpito vituperi contro la concupiscenza e le ascoltatrici loro ammiranti, le baldracche, che han messo insieme bastevoli soldi per comperarsi il rossetto della castità»; con quelli «che fanno[100] de' loschi compendii di virtù per il popolo, a dieci centesimi la dispensa, e i gazzettieri, che, colla sifilide cristallina sulle labra, sermonano di pudicizia, e le mamme affannate a difendere le orecchie premaritali delle figliuole da ogni susurro impudico, salvo a lasciarvi precipitar dentro un mondezzaio di roba, non appena quelle figliuole sien giunte al legittimo stato di comporre adulteri». Egli stava col realismo di Omero, dal Porta ripresentato meneghino: ammetteva che «la smania[101] sessuale è in natura ed ha dunque diritto di avere anch'essa la sua sede nell'arte; manchevole quindi sarebbe quella letteratura che si occupasse esclusivamente (perdonate la frase) dei propri inguini non studiandoli che di renderli appariscenti, nè più nè meno dell'altra che si cappona per procurarsi una voce d'angelo».
Urgevano prossime, sull'orizzonte, le aure fiammeggianti, ne' rutili vapori delle quali si sarebbe commossa la funzionale e romantica cavalleria cavallottiana, ed avrebbe spillato, dalla sua lirica, che poco prima aveva commemorato la morte di Manzoni, riepilogando un Cinque Maggio: