Bavio, spadone, d'assalir si vanta

l'arte tua bella e di tenerla sotto

ferma, domata;

e Lesbia, usata a glubere i nepoti

flosci di Remo sotto gli angiporti,

getta il tuo libro e colla lingua infame

turpe lo dice.

Ecco i nemici».

Per intanto, La Desinenza in A aveva ingaggiata la pugna a mezza lama, sotto; aveva preceduto il rosario delle pubblicazioni sommarughiane, che da Roma, riburattate dal fresco ventilabro della unità italiana, spargevano sementa gagliarda e spregiudicata, protette da i nomi grandi di Boccaccio e di Machiavello. Il breve libro denso, schiaffeggiatore, apriva la carica, come un foriero galloppante sopra il miglior cavallo dello squadrone, a Gli Amori bestiali del Valera, a Terra Vergine del D'Annunzio, a la fioritura bolognese della Postuma, della Nuova Polemica; aveva snocciolato non poche avemarie, già nel 1878 prima che in patria si incominciasse ad allungare le orecchie dalla parte di Francia, ascoltando quanto volessero dire di nuovo Zola ed i suoi amici, — «Com'è, La Desinenza in A — libro non certo per monacanda — rappresenta la giovinezza dell'autore, gli errori della poca sua carne, il suo squillo di bicchiere nell'orgia. Ma la giovinezza gli è oggi completamente sfiorita. La penna che segnò quei ritratti donneschi è rotta per sempre. Bene sta. Ogni stagione il suo frutto. Fanciullo, scrissi d'infanzia e vi offersi L'Altrieri; adolescente, di adolescenza e vi diedi, L'Alberto Pisani; giovine, di gioventù ed eccovi La Desinenza in A. Se la vecchiaja non mi sarà, come sembra, contesa, scriverò cos'è da vecchio — metafisici soliloqui, archeologiche dissertazioni; chissà mai! anche ascetica. Letterariamente, almeno, il Dossi non si falsificherà[106] mai».

Già dal 1883 egli aveva ipotecato, logicamente, il suo avvenire, predette le sue tappe, tutte quante sorpassate nel suo vivere: l'ascetica doveva arrestarsi all'Inno al Dio venturo in cui tutte le libertà, tutte le bellezze, tutti i benesseri conquistati avrebbero proclamato la felicità dell'uomo, al cospetto del cielo sereno e rappacificato, sulla paura della divinità, sopra il terrore e l'invidia de' propri fratelli. — Ma pure, cristalline rimasero sempre la prosa e l'anima di Carlo Dossi, a rinfrangere le meraviglie de' suoi sogni, il disgusto della sua onestà, la fiducia costante nella perfezione e nell'umano volere. Per conto suo, in arte, fu e rimase aristocraticissimo: come Frine egli non ambisce che all'omaggio de' sovrani... dell'intelligenza.