Non venne per ciò e d'un subito compreso; anche oggi lo comprendono poco. Allora minimamente, quando la pudibonda gesuiteria era venuta all'arme, quando il Carducci denunciava i cuoricini stillanti lagrime e sangue, esulcerati dal nulla de-amicisiano, le marionette di carta pesta e di filo di ferro del Giacosa, ed incominciava a genuflettersi il Fogazzaro, e deliberava, tra il boja e l'esorcista, quell'altro Imbriani dei Dio ne scampi dagli Orsenigo, e s'inteneriva liricamente La Contessa Lara, promessa al coltello assassino del suo ganzo, povera vittima di letteratura e d'amore, e s'incarnava, a doppio aculeo, la Nuova Polemica, suscitando reazioni.

Ultima questa era venuta a definire ed a stravincere: ribatteva nel Prologo le lamentose ed aggressive fandonie del feminismo arrabbiato, corso a mordere alle calcagne Stecchetti e compagnia: si faceva a gridare «contro le[107] svenevolezze degli amori poetici passati, che tendevano a fare dell'arte un mare di latte e miele». Donde la donna viva e vera era esclusa, dove si ammetteva una sua copia manierata, aerea fumigosa, dispersiva, ideale che veniva a lagrimare, come un salice piangente, magra lirica, in ogni romanzo. La Silvia, la Nice, l'amica lontana facevan da modelle promiscue; Vittorelli trionfava; il cant della superipocrisia anglicana pontificava dentro le fuori la vita e la letteratura. Era «l'ideale[108] disceso agii uffici del mantello di Noè; voglia il senno italiano che Sem e Jafet, a forza di trascinarlo piamente su tutte le vive libertà del secolo, facciano di te un cencio spregiato anche dai rigattieri e dai preti!».

Ultima determinava, a favore della libertà dell'arte, di cui, per sè stessa, La Desinenza in A aveva già usato vittoriosamente; evitando l'eccesso ed il contagio del francesismo allettato a visitarci, col favore de' pronubi avvisatori innamorati dello Zola, e conservando tono, nerbo proposta e risultato nazionale. La Giacinta del Capuana, i classici e massicci Malavoglia del Verga, sicuro attestato di potestà siciliana, sarebbero venuti dopo. Madri per... ridere, — Commedie di Venere stavano per uscire, sollecitate dall'esempio dossiano.

Nel folto della mischia, corpo ed anima, alla bersagliera, era infatti venuto a sciabolare, ad amministrar manrovesci e stoccate, Cesare Tronconi; aveva raccolto un buon libro di altre e saporitissime Confessioni e battaglie — che hanno il merito di precedere quelle carducciane — e lo inviava «Alla Gioventù italiana (maschi e femmine) affinchè non si lasci imbecillire». Vi si leggeva, come «il realismo non è che l'uso, in arte, della ragione pura, — che l'immoralità vera, in arte, consiste nello scrivere i libri così detti morali, — che il realismo, come lo intendo io, è un continuo inno al bene ed alla virtù, — che la morale, la morale, la morale per l'uomo è... la donna e il denaro». Vi difendeva sè stesso, Praga, li amici; si schivava dall'essere un imitatore di Zola, «perchè l'arte non si impara a scuola — l'arte deve essere nell'anima — l'arte è l'anima stessa». Per ciò rivendicava il diritto del tempo ed il tono morale di quella speciale atmosfera, se, contemporanee, Nana e Commedie di Venere erano pur uscite, ignorandosi. Per le piccinerie della ineffabile Rivista Europea e dell'altra, con licenza, Nuova Antologia aveva un motto che Carducci non lasciò senza parafrasare, nel secoletto vil che cristianeggia: qui più completo: «Cari fratellini Italianini, piccinini, Cristianini ed... Ebreini.» E con ciò Delitti avevano respiro.

Perchè non vorrò lasciar da parte Cesare Tronconi, dimenticato, o spregiato, dai saputelli euforetici del corrierismo, dove accorsero dalla anarchia e dal iperdannunzianesimo, sapendo che tutto potevano conservare, rivoluzione ed Arcadia in quel luogo refrattario alla sincerità, aperto a tutti i retori barzineggianti d'Italia. E lo rammenterò, come mi apparve nelli ultimi anni in cui lo conobbi, assorbito dalla morte troppo presto, mestissimo e sfiduciato dall'arte, cui aveva volte le spalle per più sicura esistenza, e nei giorni gagliardi, ne' quali la repubblicana amicizia di Perrussia e di Quadrio, editori per gusto e per amore delle lettere, gli apriva la Casa editrice sociale e ne accoglieva i romanzi. — Dalle loro pagine donna Venere-Tisbe-Clementina-Salieri-Arditi-Miller, può dire, a conforto della Desinenza in A... e del misoginismo del tempo: «Se sapessero[109], quanti sguardi non significano altro che: Sei tu il mio cinque franchi? — oppure: Vuoi tu essere il mio due-franchi?» Per lo che Tronconi istesso interviene e riflette: «Ogni[110] donna è un caso nuovo. Dobbiamo quindi regolarci secondo i casi. Certo, bisogna capire... e qualche volta si capisce... quando non si è innamorati — perchè è la femmina che rende ciechi noi altri. — Ora, la femmina è fuori e la donna è dentro. Bisogna trovar la chiave». Egli tornava a distinguere, a far due parti di un tutto: e bene, la sua dedica non rifuse, come la Palingenesi dossiana? «A Lei[111] che ricorderà questi versi giusti... ma ingiusti:

So che. . . . . . . . . amore

In. . . . . . . . . . . uccidi

So che. . . . . . . . . core

So che. . . . . . . . . irridi.

Pur. . . . . . . . . . . . .