colla pena di ognuno.

Tutto consente e ti protende

plurime grazie di compassione[156]».

Dio torna a sorridere dai millenni, dimenticatosi della crudeltà, nel cuore dell'Uomo; s'Egli Lo venera adora logicamente Sè-Stesso nella sua creativa potestà.

L'Iddio filosofico sorride anche a Carlo Dossi; gli apre il regno dei cieli; gli appare, globo d'oro e di fuoco: quello che sembrava assente della sua letteratura avvisò che sempre l'aveva protetta e stava per istaurarne l'autore nuovo poeta di teogonia per l'Inno al Dio venturo. — Nel concetto rientra la reversibilità dogmatica, come si presentano le limitazioni ataviche e naturali testè scoperte dalla scienza. E chi assistè le prove di laboratorio di Paolo Gorini, il quale fu demiurgo di mondi nella pentola officinale e probatoria della chimica; quegli non dimette l'idea della Divinità, Energia del Mondo. Perchè Carlo Dossi è un moralista: già disse Ugo Lazzarini, nella sua Etica razionale: «Non v'ha morale senza Dio»; e si può soggiungere: «Non vi ha artista ateo, nel senso della negazione, perchè dovrebbe annullare sè stesso creatore per eccellenza».

In questo modo venne a riconoscere tutto: il Dio impersonato per sè; la Religione positiva, cioè la procedura della legge morale in arresto per chi teme l'al di là, custode preventiva e sociale, preventivo antiflogistico per le crisi climateriche delle rivoluzioni; la Fede grande, che sa d'ogni cosa e ne suppone le origini ed il fine, la Gnosi scientifica dei filosofi. Così, evidentemente, sfuggì all'errore di Gaetano Negri, professore d'ateismo tra li Academici, leader di salotto applaudito dal clericalume, anarchico sbagliato nelle ricerche razionaliste sopra il fenomeno religioso, reazionario parteggiante di stati d'assedio e di violente repressioni, davanti alla rivolta di piazza, che, con lui, danneggia i suoi consorti; doppia figura d'ibridismo cui il grande ingegno e la più grande abilità non seppero rifondere in un tutto sincero ed unito. — Forse, a Carlo Dossi concorreranno postume abdicazioni e postumi elogi anche da questa parte; ma, se potranno convenire ad Alberto Pisani, col quale non concordo in tutto, non si rivolgeranno mai al suo maggior fratello. Ora, se attenta alla libertà individuale, è pur santo che la pietà muliebre e l'affetto famigliare impetrino suffragi plurimi per lui, già rasserenato dal sicuro stoicismo. E però lo spirito determinista e positivo della sua letteratura, l'anima del suo schietto idealismo filosofico e scientifico non se ne sentiranno menomati: rimarranno pur sempre anticlericali, e ciò è il pregio: hanno raggiunto l'Iddio, fuori ed oltre l'ufficiosità turibolante d'ogni e qualunque pratica di setta, d'ogni e qualunque esorcismo di prete, perchè ebbero da tempo, il concetto completo di fiamma e d'oro della Divinità, eterna Energia del Mondo, quando scrisse: «Il Pensiero[157] è Dio, perchè Lo comprende. Dio pensa Noi, quando Noi Lo pensiamo».

VIII. PERORAZIONE

Quante volte i miei giovani amici di acerba baldanza inuzzoliti, o le mie vecchie pratiche riumiliate dalla grossa, matura, anzi fradicia esperienza, tutti seminatori e mietitori del campo letterario italiano, per sfuggire al tedio piovorno di una giornata ottobrina, in villa, si saranno appressati alla libreria della casa d'affitto, per cercarvi dimenticanza in qualche volume, compagno nella noja, dell'uggia di quella morbida insistenza! — Tomi scompagnati sopra i palchetti del mobile: vengono di lontano e da venture curiose la storia delle quali sarebbe interessante raccontare — non oggi, però. Sono le briciole disperse del manzonianesimo di moda, un dì; quelle, raccolte con ammirazione nelle case pò bene dalle famiglie, che un giorno, laute di palazzi a Milano, di palazzine sul lago, oggi lamentano e li uni e le altre colle ipoteche ad esorbitare la spina del tetto, traendone profitto, quando non abbiano venduto, delli appartamenti, in città, delle delizie, in campagna.

E però vi troveremo alla rinfusa Carcano, Mauri, Bazzoni, Pier Ambrogio Curti, Ignazio Cantù ed il Cesare suo fratel degno, poligrafo ed impudente ricopiatore delli strafalcioni altrui, Bersezio, Guerzoni, Balbiani, la Pezzi, un Visconti-Venosta, il Grossi, che si trova a disagio in quella impropria compagnia, già mai Carlo Dossi. Vedetene la serqua mezzo sudicia, mezzo limpida, mezzo ironica, mezzo storica, mezzo fantastica, mezzo niente; la romanticheria sfiancata de' risciacquatori, delli intruglioni, delli imitatori, di tutta questa gente per noi illeggibile; si che que' giovani e que' vecchi, sospirando e gettando i libri a fascio, vorranno concludere col dire, che, finalmente, anche per le giornate di pioggia di nebbia e di vento in Francia, da Zola e da Leconte de l'Isle venne morto e sepolto il romanticismo come, in Italia, dal Verga e dal Carducci.

Si disingannino: il romanticismo, sotto altri aspetti, sotto il reale aspetto che ha pur assunto la letteratura internazionale, nè Zola, nè Carducci poterono abbattere: si trasformò, ed è difetto di vista corta e di cervelli ingombri da categorie tedesche non vederlo operoso ed operante, sotto altri nomi: si rifugiò testè evidentemente, nel futurismo; il quale ricopia le abberrazioni victorhughiane; e Manzoni, l'essenza non la vernice manzoniana, si agita ancora robusto tra noi, lasciati da parte li scoli, o profumati, o nauseabondi di Edmondo De Amicis e del Fogazzaro.