Il romanticismo fu una prolifica foresta fiorita; si abbarbicò, si espanse, si riprodusse vicino le nostre città. La sua insistenza è meravigliosa; ha immesso barbette e radici, muffe, virgulti, pennacchi di corolle anche sui prossimi muri delle fabriche de' prodotti chimici, delle facciate di legno e di mota delle Esposizioni Universali, in sul frontispizio dei libri, nelle librerie della réclame. Il romanticismo, bosco vergine di miracolose proprietà, viaggia viridamente come la fascinata shakespeariana, che mosse alla conquista del castello di MacBeth, profezia di streghe ed inganno di guerra di Malcom, vendicatore di suo padre, Duncan, spodestato re di Scozia.
Passeggiamoci dentro, adunque, per viali, sentieri, spianate, prati a pendio, colonnati d'abbazie gotiche, basse navate frondeggianti romaniche e massiccie; dimentichiamoci a raccorre ghiande, castagne, noci, ranuncoli, eriche, ellere, licheni, sopra i massi sporgenti a fior di muschio, aconiti, digitali, margherite, pamporcini e sassifraghe: poi, tra i fiori noti, le erbe conosciute, i virgulti comuni, troveremo il raro, l'inedito, il non saputo prima, la meraviglia. Così usa Gautier pe' suoi Grottesques; egli è buon maestro botanico e dobbiamo imitarlo.
V'imbatterete, per ragion logica, in Carlo Dossi. — Lucido, poderoso, solenne, aveva frondeggiato un abete di perennità fruttuosa, che sorpassava dalle cime le betulle e le quercie, per quanto rigogliose, più basse e non sempre verdi: Giuseppe Rovani. Raccolta all'ombra sua, nutrita dello stesso suolo, un'altra pianta, specialissima, privilegiata di fiori e di frutti profumati e saporosi in modo insolito, dipinti di novissimi colori: Carlo Dossi. Verzicò, si espanse; oltrepassò erbe, virgulti, alberi, distese le sue rame, ne coperse la foresta e sott'intristirono per vecchiaia e per caducità betulle e quercie; morirono, tornarono in polvere vegetale a confondersi colla terra, spore per altre vegetazioni: la pianta rara, snella, schietta, a canto dell'abete, a suo paragone, ecco, a resister per altro e più acuto clima d'arte; anzi, per sua virtù, a rimutarsi intorno atmosfera, per ricomporre alle sue radici, humus adatto alla propria coltura e propagazione. — Dond'egli, che non lo ignora, instituisce la sua trimurti: Manzoni, Rovani, Dossi.
Se la sua ammirazione è per il primo, il suo grande amore per l'altro: anzi il suo affetto, qualche volta, lo sostituisce nella preeminenza e può dirci che fu più grande perchè più infelice, più schietto perchè meno sospettoso e più deliberato; «Rovani[158] portò, in vita, la pena della sua troppa sincerità; Manzoni, invece, dando sempre ragione al lettore, finì col convincerlo del proprio torto: e, se Manzoni riuscì a farsi applaudire, facendo diversamente del comune, parve facesse lo stesso; mentre Dossi si fece odiare, perchè, parlando come la folla, parve esprimersi diverso. — Manzoni dice le cose sue come il lettore vuole; Rovani come non vuole il lettore; Dossi parla per proprio conto. — Manzoni dissimula il non credere; Rovani simula di credere; Dossi, credendo, non crede. Manzoni cambia le carte in mano al lettore; Rovani gliele strappa; Dossi confonde il giuoco. — Manzoni vuole che il bene si faccia per paura di un male; Rovani per necessità; Dossi per utilità. Donde Manzoni par credere all'altra vita; Rovani non crede nè in questa nè in quella; Dossi pur crede in codesta. — Il noi di Manzoni vale io e il lettore; il noi di Rovani io e non io (che vi stanno per due) — l'io del Dossi vale l'io solo. In altre parole: il primo si industria ad insinuare in altrui la propria opinione; il secondo la impone; il terzo la tiene per sè. — La naïveté, l'ingenuità della letteratura antichissima c'ispira quella riverenza che c'ispirano i bimbi; la pauvreté della nuova quel disprezzo che si ha per un uomo che faccia bambinerie. E pure Manzoni ritenne l'apparenza della ingenuità, mentre Rovani se ne spogliò: quindi Manzoni riuscì un malizioso doppio, non volendo parere un semplice. — Manzoni è la vendemmia della nuova letteratura fatta coll'uva di Alfieri, di Parini, di Foscolo; Rovani il torchiatico; Dossi la grappa». — «Lambicchiamone[159], dunque in buon'ora; ci servirà di sole invernata e, riscaldate da essa, le generazioni prepareranno, con impulso gagliardo, il terreno ed i tralci per le vendemmie future». Distilleria della quintessenza! «Delle letterarie stagioni dell'ultimo secolo, Manzoni è la primavera, Rovani l'estate, Dossi l'autunno»; per ciò, «Rovani[160] è il continuatore logico di Manzoni come Dossi è di Rovani. Rovani ha esagerato Manzoni, mentre gli altri lo impicciolirono; Carcano, per esempio, colla cortezza della sua vista, non comprese che la maggior innovazione del Matesuro era custodita nel suo midollo umoristico, e si limitò a copiare le forme esteriori dei caratteri e dell'insieme. Manzoni, umorista, è scettico: in un libro di umorismo il protagonista è sempre l'autore; non lo si può perder mai di vista, essendone il principale interessato». Breve, rapido, Carlo Dossi postilla a maggior chiarezza la sua estetica genealogia; ce la lega e senz'altro, ce la impone. Perchè un'altra volta vi si osserva quella continuità, che le pigre speculazioni dei necrofori letterarii trascurano, e se ne indicano i gradi; le pietre miliari di una letteratura nazionale disponendosi a diverse distanze l'una dall'altra lungo la medesima direttiva della strada maestra, per cui processionano i trionfi e le rogazioni del popolo; il quale si ricorda ed enumera il tempo trascorso e le conquiste assodate, leggendone sopra i maggiori nomi scolpiti.
Tanto, in fatti, nella sostanza della serie estetica, identici riescono ad essere i Miti pagani e stoici del Foscolo, come le Maschere cattoliche del Manzoni, i Personaggi storici del Rovani, come le Allegorie filosofiche del Leopardi, le Divinità gogliardiche e civili del Carducci, come le Creature humoristiche, i Tipi ambigui, le Rappresentazioni satiriche di Carlo Dossi. Nella diversità delle espressioni, si conserva il motivo fondamentale di una necessità nazionale progrediente. Tali figurazioni hanno una medesima origine soggettiva, e per questo si sono esteriorizzate oppostamente: ciascun poeta ha scoperto nel suo mondo nuovo, creatogli dalla sua sensibilità e dalla sua volontà, e nell'uomo foggiato a sua imagine, queste varie espressioni, queste certezze intime, cui rende universali, regalandole di organi, di movimento e di possibilità generativa. Tutte sono verità, nè si negano reciprocamente; quand'anche si contradicano, non si annullano; si inanellano, invece, conseguentemente, determinando, con maggior precisione, or l'una or l'altra delle faccie del poliedro della vita multiforme e segreta, con più delicato disegno, in una luce più propizia e più intensa. Riuscito Carlo Dossi dalla astrusa e dedalea arteria collaterale di Don Alessandro, scaturì in un tipo personale; ha costituito un altro anello della catena genetica letteraria, per cui il dimenticarlo, od il trascurarlo, importa una reale oscurità ed una lacuna nello studio delle lettere nostre.
Pure, la pigrizia, la burbanza, la vanità, le confusioni, attributi d'ogni e qualunque giornalismo affrettato, lo lasciarono da parte. E quando Domenico Gnoli, vecchio bibliotecario, considerava poco fa: «si è staccato il gancio che congiungeva l'arte nostra alla vita nazionale, l'anello che continuava la tradizione» errava, perchè non aveva posto mente al caso Dossi. Oggi, si incomincia a scorgere qua e là interrottivamente la sua influenza; noi riconosciamo in lui un nostro proprio esponente, perchè tutto in lui è rimasto italiano, anzi, lombardo nella forma, nel modo, nel tono di comprendere la vita e di renderla. Per ciò, a lui ricongiunto, col cordone ombelicale della artistica figliazione, il fare italiano permane anche in quanto si vuol chiamare impropriamente simbolismo (di cui fu uno de' più completi assertori, prima che l'etichetta scolastica venisse stampata; perchè prima la cosa quindi il nome, non viceversa): e chi volle far credere l'opposto, abusò della ignoranza altrui adulandola, pompeggiando della propria, che non aveva saputo suggerirgli il nome dell'autore di Colonia Felice. Ma non più: costoro devono riconoscere in noi, quei sintomi di cui egli è pur affetto, in nulla affatto forestieri; vizii o doti distintissimi di fragrante italianità.
Carlo Dossi, più vivo che mai, dopo l'aulica presentazione di sè stesso, nel salone dell'avi, si fa a noi famigliare; vi prende per mano, vi fa entrare nell'appartamento intimo delle sue circonvoluzioni cerebrali, vi si dettaglia, nel compromesso sommamente simbolico, in cui vanno a fondersi per un tutto omogeneo, le più disparate dottrine. Vi farà assistere alla trasmutazione de' generi e delle scuole e voi perderete la nozione di quanto si chiamò classicismo e romanticismo, idealismo e naturalismo. Tentò la bellissima esperienza di avvicinarsi alla perfezione, cioè di dire tutto quanto sentì in modo che, nella fatica di renderlo, nulla andasse perduto per consumo, attrito, stanchezza; volle sorpassare la natura nell'eccedere, proponendosi, dalli oppositi, una nuova espressione, oltre le già conosciute, tracciandosene una norma quando sull'arte del Cremona considera: «Pure[161] sono alcuni, i quali, dimenticando che l'Arte non si impana dall'Arte ma dalla Natura, vorrebbero che ogni artista facesse di salvatesta, sognasse ad occhi aperti; e vanno dicendo che il più veritiero poeta è colui che più finge, che altro è pittura e scoltura, altro fotografia. Anche noi, finchè si tratta di screditare il nudo realismo, cediamo in tale sentenza, ma a patto di non sostituirvi, quanto lo vale, un nudo idealismo. Scopo dell'arte è la poesia, che è l'accordo prudente tra il finito e l'infinito, altrimenti noi avremo o dei corpi senza animo, o degli animi senza corpo. L'artista deve copiare direttamente dal vero, ma nell'ambiente del proprio animo; deve, per così dire, stacciarlo attraverso il crivello del giudizio individuale».
Donde facendovi i convenevoli, vi precede, Cicero pro domo sua: «Un[162] momento, bisogna assuefarsi alla vista delle tenebre. Al primo entrare, un sentor misto di fiori, muffa, petrolio. Il piede intoppica a ogni tratto e conviene saltare. Si passa, o almeno sembra, in mezzo a beccate di pappagallo e a gattesche strofinatine, in mezzo a vampe di forno e a zaffate di sorbettiera; quando poi la pupilla arriva a raccogliere la scarsa luce, che discende da una gotica ogiva o da un pertugio di cànova, or da una fiamma di gas o da una bugia di sego, ti accorgi di camminare in un magazzeno da rigattiere antiquario. Roba di tutti i tempi e le foggie, dalla più goffa alla più di buon gusto. Correggesche pitture nel bujo, sgorbi alla Bertini in pieno lume: litografie del Gonin con cornice dorata, acqueforti di Rembrand incollate sui parafochi. E qui incontri, ad esempio, un tripode pompeiano dal severo profilo con su un vaso chinese (una pazzia di porcellana) e, dentro il vaso, fiori di serra stradoppi, leandri che pajono rose, rose imitanti dalie, dalie che si direbbero camelie, — freschissimi per la metà, ma per l'altra metà marci; là un poltronone barocco, che sarebbe il trionfo della comodità, se non gli mancasse una gamba, sovra il quale riposa un elmetto dell'omerica Grecia, oltraggiato da una visiera medioevale in cartone e da un pennacchio di carabiniere... Quindi e ammassi di cenci infagottati in manti porpurei, e boccali di bettole contenente Tokai e pietre murrine scavate ad orinale e aquilotti in catene imbalsamati con rospi che strillano da usignolo e usignoli che rantolano rospinamente. Nè va taciuto di un violoncello di Stradivari cui servirebbe da archetto un bastante da scopa, nè un topo nella gabbia di un canarino, che invece resta intrappolato, nè i diritti dell'uomo, cuciti colla cabala e il sillabo; e Rousseau sposato a De-Maistre, e Omero a Merlin Coccajo. Ma quel che vedi gli è il meno. Più l'occhio insiste in quel folto di roba e più ne discopre. C'è, dico, roba da insuperbire mille palazzi. Di chissà quanti — morto chi la possiede e distribuita con senno — farà mai la nomea! Chè, se ora c'è tutto, pur manca tutto. È luogo più fatto per imbrogliare che per sviluppare le idee. A volta ti sembra di essere nella magnifica confusione di una foresta vergine; ti miri attorno — sei fra il prezzemolo... Provi, insomma, la nausea del toujours perdrix, della essenza, che, per troppo sapore, è una offesa al palato; provi il disagio di una interminabile scala senza ripiani e di una biblioteca senza catalogo. E però t'allontani alla svelta, non degnando pure di un guardo la soglia, che, in un mosaico di tutti i colori, vuol rammentato, con modestia superba, il nome di Carlo Dossi».
Non formalizzatevene; egli usa codesto garbo; sente di esservi più comprensibile; dà di sè stesso l'apologo e l'apologia; non diversamente usò con Rovani, descrivendone il tempio: in cui «entrare[163] e sentirsi il cappello di troppo è tutt'uno. È una fuga d'imponenti saloni, sulle cui vôlte si stende l'ampia pittura del Tiepolo e dalle cui immense pareti pendono arazzi, tessuti a disegni di Raffaello immichelangiolito... Qui, non la boria fracassona del ricco, ma la silente maestà del Signore. Particolari ed insieme vi hanno pari valore e i più modesti mobili respirano solennità; qui, insomma, ammiri, non fai la stima. E tutto, vedi, è massiccio. Niente indorature, niente impiallacciatura. Mogano e rovere fin all'ultima fibra, oro sino all'ultima scaglia. I sedili comodi tanto per invitarci al riposo, non al dormire; i camini vasti abbastanza perchè il calore si diffonda egualmente in quanti mai vi si assidono. E nella splendida calma di queste sale reali, i pensieri vanno pigliando un far grave e svolgonsi grandiosamente; più non rammenti le piccolezze del vivere quotidiano se non per deriderle, nè la famiglia ti appare fuor dallo sfondo della umanità. Sono sale per un congresso di legislatori e di principi. In ogni dove, l'invisibil presenza del nume. — È la reggia di Giuseppe Rovani».
E ripeterà il suo giuoco malizioso anche per Edmondo De Amicis: «È il quartierino[164] di un impiegato a duemila. Gli amici di chi vi dimora lo dicono un primo piano, ma, in verità, è un puro ammezzato sopra terreno. Stanze poche, mobiglia poca; tutto è veduto in una sola occhiata nè si domanda che cosa c'è negli armadi perchè si sa già. Domina il pino. I mobili, a uno a uno, non tengon valore, infimi come sono per la materia e la forma, pur, tutti insieme,, ne acquistano perchè fanno la casa. Nella stanza da letto — e da pranzo — la tappezzeria par tela ed è carta; alcuni dipinti paesaggi sulle pareti — un vaso d'erbasavia sul tavolo — un casco di fanteria in un canto — radi i libri i quali ci avvertono che chi li legge non ha oltrepassato il liceo (benchè non sia detto con ciò che l'Università abbia per privilegio la creazione del genio) e un letto di una persona e mezza, con la sua brava Madonna a capezzale e i suoi lini, piuttosto grossi, ma di bucato. Nè fatevi in là, mie ragazze. È letto riconosciuto dallo Stato Civile. — E, sulla porta di abete, ma che a forza di gomito è diventata quale acero, sta un biglietto di visita in cartoncino bristol, con scritto su da mano femminea il simpaticissimo nome di Edmondo De Amicis». Il quale, breve arte, ma grande cuore, ne lo ringrazia: «Affretto[165] coi voti un occasione qualsiasi che mi sia concesso di mostrarti quanto ti sia verace ed amoroso amico, e di contraccambiarti, anche inadeguatamente, qualcuna delle tante gentilezze che mi hai usate. Se questa occasione tu vorrai fornirmela, anche di ciò ti sarò grato». Ma Carlo Dossi non gliela porse mai, tuttora postumo creditore e debitore di lui. Carlo Dossi è letterato eroico e stoico nel senso della schietta integrità del suo pensiero, della deliberata e profonda sincerità del suo stile: egli non ha sottintesi e tornaconti che non siano d'arte. Alcuni giudizii, che volle esporre sopra li autori contemporanei, pur unilaterali, rispondono ad una certa ed esemplare responsabilità, dote aurea di carattere, in questi tempi di sommessa e vagellante preoccupazione del non offendere per rivalersene. Egli può chiamare qualche volta Carducci un gramatico adulatore di popolo, sovvenutosi di Correnti quando diffamò la luna in celeste paolotta, ma lo inchinerà, decretando monumentale la sua poesia, per cui:[166] «Italia riebbe la lingua di Dante e la romana maestà, almeno, nella parola» — Egli invita a leggere Victor Hugo in riva al mare, ma subito, ricopia per lui una definizione dell'Heine «Un genio gibboso»: — può paragonare l'Aleardi ad una querula e gemente colomba amorosa; ma, nel riordinare la biblioteca di Alberto Pisani, lo pone vicino a Foscolo; — e Leopardi foggiare a serbatojo di perpetua infelicità, ma proporrà a ciascuno di imbeversi della sua chiarezza adamantina, di cui la lucidezza vince l'acqua fresca di una fonte indorata dal sole. Per ciò, egli è permalosissimo letterato, difficile a leggersi; bisogna che ci accostiamo a lui, intonando il nostro momento al suo, non ascoltandolo nelle sue bizze, concedendogli le sue troppo squisite bontà, interpretandolo e ricordando spesso i suoi pensieri da pagina a pagina, da imagine a imagine, valicando periodi, distanze, apparenti contraddizioni. Egli stesso si vanta di scrupolosa e meticolosa incontentabilità. Richiede lettori a sua imagine e somiglianza; que' lettori ideali che augurò ai poeti grandi Pietro Verri, nel Discorso sull'indole del Piacere e del Dolore, e precisamente questi, ch'io invoco a me stesso ed a chi amo, ammirando, dalle pagine clandestine (pur troppo! perchè nessuno v'ha che abbia avuto la malinconia di proporlo o di citarlo) del mio Verso Libero, quando desidero che il Libro viva nelle mani del lettore. Così, quante volte ho voluto avvicinare le mie opinioni sopra la lingua, lo stile, la funzione del libro e l'obbligo de' lettori verso di noi, riproponendole alle premessa dossiane; altrettante ho dovuto convincermi delle ragioni che ci ricollegano, riconoscendo in lui un precursore di identiche dottrine e di più sicura e provata esperienza. Per questo, il lettore venga a noi e si eserciti a nostro paragone emulandoci, creandoci, dalla indicazione, l'imagine completa, ricreandosi a foggiare, non inerte o distratto, ma collaboratore.