Il suo pubblico, «il[167] pubblico di un letterato, non è già quello dell'uomo politico e del canterino (celebrità spesso e l'uno e l'altro di gola) pei quali è indispensabile e folla e contemporaneità di fautori; non ne occorrono a lui nè migliaia, nè centinaja, e neppure ventine ad un tratto; glie ne bastano pochi, uno anche, purchè siano degni, a lor volta di lode, e perchè si succedano — sentinelle d'onore — fino al più lontano avvenire. — Stieno però tranquilli i pubblicisti che fanno missione, direbbesi, di alimentare il cretinismo italiano; nè io, nè altri miei colleghi saremmo mai rei di abigeato di qualche loro lettore». Per questo, il libro deve vivere nelle sue mani, al suo contatto, vibrare, come un rocchetto elettrico e dar scintille, comunicando, nel circuito funzionale di una corrente, imagini, idee, passioni.

Veramente, a stile d'eccezione, comportano lettori armati a tutta prova ed intelligentissimi: Carlo Dossi se ne era fabricato uno a suo modo, avendo trattato la lingua di tutti come un volgare, su cui operar de condendo non accettar còndito. Si sentiva un Dante per qualcuno, che si sarebbe innamorato de' suoi tentativi e de' singolarissimi processi, mentre ripugnava dal lasciarsi ammirare ed imitare. «Alla[168] domanda — qual sia la miglior lingua — si può sempre rispondere: leggete Shakespeare è l'inglese; leggete Richter, è il tedesco: è l'italiano con Foscolo; è il milanese con Porta». A Gian Paolo Richter, sopra tutto, cui venne a conoscere prima de' simbolisti francesi e ch'era sgusciato dalle mani ortogoniche, e per ciò stroppiatici, della signora Kalb, riuscito senza avarie dalla piegatura gibbosa, cui il salotto di Goethe a Weimar, imponeva a chiunque lo frequentasse; — a Gian Paolo ricercò la vergine emozionalità idealista verbale, per cui veniva reso il mondo e si foggiavano i suoi fenomeni in figurazione, preindicando Nietzsche: «Il mondo è l'espressione della mia volontà». Questo suo stile «a[169] viluppi, ad intoppi, a tranelli, obbligando il lettore a proceder guardingo ed a sostare in tempo — parlo sempre del non dozzinale lettore, ossia scaltrito in quei docks di pensiero che si chiamano e Lamb e Montaigne e Swift e Jean Paul — segnala cose che una lettura veloce nasconderebbe. Per contraccambio, le idee, o sottintese, o mezzo accennate, fanno sì che egli prenda interesse al libro; perocchè, interpretandolo, gli sembra quasi di scriverlo. Aggiungi, che una simile illuminazione a traverso la nebbia, facendo aguzzare al lettore la vista dell'intelletto, non solo lo guida nelle idee dell'autore assai più addentro che se queste gli si fossero, di bella prima, sfacciatamente presentate, ma insensibilmente gli attira il cervello — a modo di quei poppatoi artificiali che avviano il latte alla mammella restia — a meditarne di proprie. In altre parole, dall'addentellato di una fabbrica letteraria, egli trae invito e possibilità di appoggiarvene contro un'altra, — la sua — e, da lettore, mutatosi in collaboratore, è naturalmente condotto ad amar l'opera altrui divenuta propria».

Che altro può dire di più Mallarmé nel Quant au livre? Che altro noi? — Riunito, con estrema sottigliezza di sapere e sensibilità, il suo eloquio, compostolo di una efficacia e vivacità personale, di una abitudine determinata e potenziale, presta a scattare a muoversi, ad assumere tutti i gesti, le pose, dalla corsa al raccoglimento, senza ricorrere a stampi, a reminiscenze, a ricalchi, a strofinature pedagogiche, volle una sua interpunzione, una ortografia sua, volendoci attestare, che, «lo[170] scrittore il quale infrange l'ortografia tradizionale, prova luminosamente il valore della sua forza creatrice». Qui egli impiegò la sua dote di assimilazione e di conio novissimo; estrasse, dai dialetti, dall'anticaglie, dal gergo furbesco, dalle parole passate in disuso, dalle lingue straniere; rimestò, impastò, condensò, con sua fatica, con perseveranza, mentre li altri, scombussolati, intontiti, fuori di pista e di stalla, andavano urlando: «Il pensiero è oscuro, contorto; è barbaro, incomprensibile»; lo accusavano di forzata originalità, di ostentata lambiccatura, di manieratezza, di insufficienza, di tracciar rebus e sciarade, assolutamente, come i simbolisti di dieci anni fa.

Ed egli a non udirli, a non accorgersi delle loro grida, delle loro lamentazioni; ad aggiungere al suo stile il profitto di una vastissima erudizione, che, passata a traverso il ciarpame secentesco delle frasi e delle superstizioni, si era imbevuta dell'ambiguo, del pauroso, del cinereo verbale, di quella trepidazione continuativa, di quei vocaboli massicci come i cantarani del tempo, o scorrevoli inafferrabili, come una vena di ruscello rapidissima, i quali rappresentano la trovata ed il valore estetico del barocchismo ed hanno sopravissuto al suo discredito ed alla immeritata dimenticanza.

Quindi inalza la sua creazione; la dipinge, la scolpisce, le dà respiro, la circonda di fiori, di puzze, di gioielli e di detriti. Egli vuole una solida casa di immarcescibile materia, ben piombata nel suolo e tanto alta da salir alla luna, verso cui lunaticamente sermoneggia e schernisce. Tutti i materiali gli servono per ornarla; come al pittore di genio tutte le materie colorate, non distinguendone i generi, confondendo pastello, vernici, acquarello, tempera, guazzo, alluminatura, disegno con matite d'ogni tono e durezza, pur di compiere il capolavoro, che è fuori d'ogni scuola e d'ogni regola; perchè la bellezza naturale non sottopone sè alla regola, ma la incomincia e la detta.

Poi, diffida ancora del lettore per quanto sapiente ed esperto: gli mette in sulla bocca i suoi accenti, come li appostilla sopra le parole stampate. Vuole ch'egli pronunci in questo modo e con questo ritmo; gli insegna a scandere la sua prosa in questo suono, con questa pastosità, con questo calore, fermandosi sulle apostrofi, sulle elisioni, sui tronchi, determinando specificatamente, da questo complesso di vicinanze e di visione tipografica, la suggestione che ne riesce, guidandola, come egli desidera, per il completo attuarsi del suo magistero. Ci chiama a fabricare con lui il suo e nostro palazzo, ma cum medicamine, desiderando di essere il solo architetto, responsabile ed ubbidito: il lettore non può divagare, aggiungere o togliere ciò ch'egli non voglia; nulla è lasciato all'arbitrio suo, al suo troppo presumere: l'autore non abdica al droit de maîtrise; e la facoltà che egli ha consentito di indovinare e di completare è diretta dall'altra volontà, che, a distanza, la comanda pena il perdersi dentro la boscaglia impervia, ciottolosa ed inspinata di quei periodi, alli orecchi domesticati dalla melopea, striduli e disarmonici, ma, alli altri, che percepiscono l'armonia morale e l'omotopea, sonori ed euritmici di una profonda pienezza wagneriana.

Perchè Carlo Dossi pregia e non lamenta la fortuna vituperata da Jean Moréas, ritornato alla academia, dopo le brevi rivoluzioni simboliste quando, nelli Equisses et Souvenir allude a sè stesso, discorrendo di Goethe: «Infelice il poeta che nasce in uno de' momenti equivoci in cui la tradizione dell'arte è passata a caducità ed è necessario distruggere l'ordine per cercare di ristabilirlo sopra di una più solida base. Può darsi che si invidii la gloria di tale artefice, ma la vita sua, in quell'immenso sforzo, è pur sempre avvelenata». Ora, se l'autore di Colonia Felice prese luce in una di queste crisi, come Goethe, come il Moreas — in cui la genialità per essere feconda deve prestarsi ad assumere l'aspetto di una originale pazzia — non ne farà mai ammenda coll'imitare il greco-francese, al quale lascerà digitare da solo l'alessandrino classico

«Vos scrupules font voir trop de delicatesse;»

egli rimane il barbaro e si compiace di attestarlo, già che almeno in arte non si smentirà mai. — «Dossi[171] è nato per essere un corruttore delle lettere italiane: — dice egli di sè stesso. — Ed in ciò gli Italiani gli dovrebbero riconoscenza, perchè, così, egli prepara loro un nuovo rinascimento. I libri del Dossi sono, quanto al carattere, un misto di scetticismo e di sentimentalità. E due sono i periodi dello stile di lui: I. di avviluppamento, II. di sviluppo — L'Altrieri, ad esempio, si compone di tre parti che sono come le tre persone della Trinità. In uno, il Dossi si rimane terra, terra (parte seconda) nell'altro sta a terra, guardando il cielo (parte prima) nell'ultimo, in cielo e guarda in terra. — Dei tre generi è riuscito passabilmente nei due primi. Egli del resto, vorrebbe dedicarsi al solo primo, il quale è a pari distanza dalle due esagerazioni della odierna letteratura (1880). Ma nel terzo non è riuscito, un po' per le sue inerenti difficoltà, un po' per la lingua e l'indole italiana che male si presta, in un cielo così azzurro, alle nebbiosità». Chè, s'egli non è della opinione di Giuseppe Ferrari, il quale esagerò G. B. Vico, nel presumere la lingua italiana reazionaria, cercando di scriverla con genio e capriccio originale; vi incontrava però la scarsità dei tempi e de' modi verbali, invocando la greca abbondanza luminosa, colorita e sonante a cui appetiva, sforzando il carattere chiuso della nostra. «Dossi[172] aveva tentato non di far sentire le parole, ma i suoni; di avvicinarsi, cioè, più che fosse possibile alla musica, come già aveva tentato di rendere la letteratura una pittura» impresa ripropostasi da' simbolisti italiani ultimi venuti sotto il nome di Futuristi; i quali osarono il processo dossiano ad oltranza, e, sforzando la rude e ferrigna materia del vocabolario nostro, lo fanno vivere come armonia, lo avvampano di luci colorate come una cinematografia erotta sulla notazione della realtà, alla rappresentazione imaginata e leggendaria della più sicura verità sostanziale ed umana.

Per tal modo, il fare dossiano raggiunge il vertice della nostra eloquenza, oltre la quale, di una linea, si gonfiano la caricatura ed il grottesco letterario, un'altra e peggiore retorica d'impotenza e d'imprudenza menzognera. — Nello svolgersi del secolo, seguendone le fasi, con Foscolo, la prosa italiana ha assunto muscoli e coraggio repubblicano e guerriero, per maggiori libertà e nobile indipendenza, contrastando a Napoleone e pur napoleonica, poi che senza di questi, lo Zacinzio stesso avrebbe assunta altra e meno rappresentativa fisionomia: con Manzoni, ha pulsato il suo cuore in ritmo col cuore della ristaurazione, vagheggiando una tranquillità mite, fingendo una sicurezza per questa e per l'altra vita, volendosi persuadere, col persuadere altrui, nelle necessarie virtù cattoliche, ogni giorno più rare: con Carducci, esercitò le membra ben nutrite sui campi del Risorgimento e pretese a sè Roma completamente romana, invano: con Carlo Dossi, piange e ride, nel medesimo tempo, lo spasimo della gioia e dell'angoscia, sensitivamente raggricciata; si aumentò di tutte le squisitezze, che i sensi acutissimi le obbligavano, raggiungendo il confine dell'ineffabile, in bilancia sulla parodia e la caricatura, tal di qua del grottesco, ma quasi in aspettazione paurosa e patologica della pienezza totale, cui, in alcuni istanti, raggiunse: si rivela, insomma, padrona dell'inesprimibile e lo rende come la cosa più semplice, senza urtare l'educazione. Con Gabriele D'Annunzio, la forma è tutto un rappezzo d'abiti d'imprestito, decaduta nell'arlecchineria della moda che rimpicciolì la sua figura, prima così diritta e schietta, sopra di uno scheletro elegantissimo, su cui s'inturgidiva carne per l'eroica. Per ciò Foscolo, Manzoni, Carducci e Carlo Dossi non furono mai, ne saranno, cantori alla moda — per quanto la vera critica li faccia stipiti di loro arte distintissima; e Gabriele D'Annunzio rappresenta la pura moda; ma ciò, che questa crea, spazza pur via; e costui, abile sartore da rigattiere, durerà sin che vive e gli staranno intorno a trombettarlo i commessi viaggiatori delle sue specifiche.