Del resto la sua curiosità d'antitesi se ne è sempre avvantaggiata. Mentre riconosceva in Crispi «una[178] virtù massima, la celerità; ed un massimo difetto: la fretta»; mentre rivolgeva in mente, e ve la conservava per una colonna votiva al Dosso, l'epigrafe: «Francesco Crispi, d'animo grande, fantasiò che l'Italia fosse grande o cercò suscitare negli Italiani la coscienza del loro valore: ma la folla gli rispose che voleva essere piccola e vile, e fra tanto volontari pigmei più gigantesca apparve la sua figura» — non si dissimulava la meraviglia di trovarglisi vicino: «Strana[179] sorte la mia, questa di Carlo Dossi, d'essere diventato lui — lui l'amante e l'entusiasta di ogni nuovo principio e forma avvenire — il collaboratore di un uomo il cui pensiero e la cui dottrina è tutta roba da rigattiere, roba vecchia, senz'essere antica, straccia ed usata». — Forse gli pareva, come[180] ad altri sognatorelli suoi pari, la molteplicità della vita cosa interamente vera?»
Comunque, egli ne sperimentò l'efficacia; e se alcuno mai può vantarsi d'aver vissuto in triplice partita — novissimo calcolo che esorbita dalla computisteria ma è tutto psicologico e letterario, — costui è Carlo Alberto Pisani-Dossi.
Rappresentante del nome italiano al di là dei mari, dalla Columbia portò in patria, nel suo museo di Corbetta, cimelii, studi sopra la civiltà pre-colombiana; dalla Grecia vasi, cocci, memorie, ch'egli si scavò e rinvenne nel suolo eroico, colle proprie mani. Ai gabellieri di Atene veniva, di quel tempo, ordinato di lasciar entrare senza sospetto in città, quest'omino, col cappello a cencio ed a sghimbescio impastranato ed impantanato, reggendo involti preziosamente custoditi sotto il braccio, e che se ne veniva scantonando ratto dalla postierla, guardingo, quasi temesse d'essere scovato: Carlo Dossi, lasciata la politica internazionale, s'era dimenticato, su, alle rovine dell'Acropoli, del Partenone, fuori per lo Stadio, ricercatore indefesso; tornava, in quell'arnese da muratore anarchico bombardiere (e che altro poteva essere l'involto prezioso?) la sera, a palazzo.
Da lui l'arenile di Assab e di Massaua, disgraziata conquista intrapresa da un bluff italiano (inversione di natura, però che prima la funzione e l'organo e dopo il gesto) ebbe il nome rubricante di una sperata porpora coloniale: Eritrea: ed a lui, il Negus, gajo ed africanamente volpino, mandò per insegne, sciamma bianco e scarlatto, scudo di cuojo, lancia di frassino e d'acciajo mal temprato, nominandolo ras di sua corte, donandogli denti di elefante con cuneiformi inscrizioni amariche.
Archeologo, consultò il ventre della nostra terra romana e lombarda perchè ci indicasse l'età passata, la forma delle cose scomparse, in cui è conservata l'anima delli avi. Infin il suo silenzio di venti anni è tale e perfetto per coloro che non sono nella sua intimità. Senza dogmatismo, senza preconcetti aperto a tutte le influenze, acuto e previdente per farne suo pro, fu il primo, padroneggiando la forma con isfarzosità d'artista, ad accostarsi, senza partito preso, senza pretesti d'utilità e di morale, senza smanie di professore, alla vita ed alla natura. E di tutti i privilegi, che la natura e la società gli hanno conferiti, solo accolse e pregiò l'aristocrazia, designazione di nascita, genialità. Ha fatto più di quanto Bacone da Verulamio assegna al gentiluomo; non un libro solo, non un solo figlio, ma una sola casa, che sarà modello d'architettura nostra, a meraviglia ed a studio de' posteri.
Oggi, questo suo bel palazzo del Dosso, un'altra pagina letteraria che volle di marmo e di cemento, si illumina di sole e di quiete. Vergine gliela prepararono perchè vi scrivesse le sue memorie perennemente, la genialità architettonica ed originale di Luigi Conconi, con cui, sui progetti già chiaramente tracciati, intervenne l'ordine calmo e meticoloso della materiale esecuzione di Luigi Perrone, felicemente compresi e rifusi nel monumento, fatica di lavoro comacino, fervido disegno ed ordinanza italiana.
Biancheggia tra i cipressi ed i pini; vigila sul Lario si addita da lungi. Dentro, le sale, che il pennello di Carlo Agazzi ha ornate e decorano, ritratti di Tranquillo Cremona ricordano volti, aspetti cari per la famiglia e per la storia; un secolo di passione italiana cantano le colonne del Portico dell'Amicizia storiate coi più bei nomi, colla notizia delle più belle gesta d'arte, di guerra e di pace. La piramide delle Tre Arti, dond'esce il fumo culinario e famigliare sfolgora, col faro elettrico, la notte; come le Tre Arti irraggiano dalla nostra terra benedetta: Cesare Ravasco le ha plasmate giovani, possenti, bellissime. Si svolgono i viali tra i lauri ed i roseti. A maggio, è un profumo di corolle aperte, rosse, rosee, bianche, pallide, tee, aranciate, spioventi, piangenti, ridenti, pazze, chiuse, maliziose, accartocciate, tra le sfumature di ogni tono di verde. E il giardino è un immenso incensiere all'azzurro smagliante.
E, sbucano dalle macchie, curiose, bionde, adolescenti, sudate, turgide, pei giuochi e le corse, ridendo, cantando, non più creature fittizie e di sogno, ma forti persone vive cui la pubertà equivoca, i figli suoi; la lietezza, la festosità; la razza fresca che si protende; la carne sua, concorsa a attestarlo in tangibilità operante;
«. . . . . . tre fortune
a tendere le braccia desiose