come recando un calice a festa

di soavi tristezze,

invito suadente, tumida di carezze,

coll'angoscia nell'anima,

parole di speranza sopra le labra a sbocciare».

Vecchie canzoni; perpetue rispondenze, ritornano ad intonarsi in sul motivo.

La mensa, al Dosso, riconferma l'ospitalità al visitatore; il castaneto, che invade la collina, penetra dalle semilunari pareti di cristallo e frascheggia sulla volta tra il motto che invita a cristiana sanità. Ingannate, dalle foglie vive alle brezze ed al sole, ma fisse all'intonaco del fresco dell'Agazzi, ronzano api e tentano farfalle: sorridono all'evidenza della finzione i commensali; si sturano dalla memoria aneddoti al fomento del vino che s'arrubina mei bicchiere. — Ma il vespero invita ad uscire: alla Vedetta, che opposta impende colla balaustra barocca a Como, s'affacciano, col panorama, a me lontanissime e recenti memorie.

Massiccia, quadrata, la città romana si imprime in un rilievo di planimetria sotto la guardia delle torri, s'incurva ad ansa sulla spiaggia: il lago la riflette. Il Broletto l'attesta comune e repubblica, s'accampano le case disegnando le vie diritte, allineate sull'asse delle porte, in rassegna legionaria e consolare; la Catedrale proclama lavoro ed arte comacina e schietta; le fabriche dei sobborghi la invelettano, anacronismo, di fumi lunghi e cinerei, come una miss romantica; e vi appunta rose il tramonto; le vetriate fiammeggiano in una cipria d'oro. Orgoglio e mestizie galloppano, colle nubi figuratrici, in cielo; insieme mi scendono in cuore e mi eccitano a ricordare le avventure secolari della mia casa, glorie e dolori e sconfitte de' miei maggiori. Rutilan armi, corsaletti bruniti, partigiane; portano le rotelle ed i palvesi tre lucci voraci e ghibellini, embricati d'argento sulla porpora: passano cavalcate splendide e ambascerie per isponsali viscontei, processioni di lutto e di pompa ai mortorii ducali; evocansi magistero di magistrature comunali, assunte porpore cardinalizie, pedanteschi roboni e concioni secentesche; dottori d'academia, di toga e di stola; prelature e vaneggianti isterismi ascetici di monache e di priori; libertini impiumati, instivalati, la lunga toledana a battere ne' polpacci turgidi di spadaccino e di cacciatore, patteggiatori per il Medeghino amici e rivali dell'Innominato e nell'Oldrado; strascici di matrone: quindi, altre avventure napoleoniche, cariche garibaldine a raggiare di sangue sull'ultimo sangue del cielo, versato dal sole morente. Postremo ed ammalato, su vita incerta e breve a chiudere la razza, riguardo, a' miei piedi, le squadre delle vie comasche intersecarsi, ricoprendosi della cenere violetta della sera: le imagini smuntano all'allucinazione e sotto la penna che cerca fermarle vive in altrui, come già mi smagliavano palpitando in mente e dentro al cuore per famigliare pietà.

Ora, di me che importa? Qui non sono che araldo. Pe' giovani amici e coetanei — alle vecchie pratiche non mi rivolgo — ho voluto spronare questa bizzarra chinea avariata della estemporaneità, spingendola, al corso, meno tarda e viziosa, per giungere primo a riconoscere Carlo Dossi tra noi. La cavalla s'impunta inalberandosi, recalcitra, sbuffando, spara calci, sgroppando, scrollandosi; un più mal destro scudiero avrebbe perso le staffe. Ma sotto le mie ginocchie, il ventre, ecco, ansima, le costole piegano; alli aculei d'acciajo delli speroni la pancia le si insanguina; il morso stira nella barra, le apre la bocca; le froge rosse le schiumeggiano; lo staffile arguto e vibrante fischia sulle terga. Onde, d'un balzo, si fa al galloppo dalle quattro zampe ferrate; ed io su a dirigerla verso il Campidoglio della gloria. Vi trombetto l'annuncio.

Perchè Carlo Dossi vi giunge dai gradini più alti, e la sua persona, qui, ritta, viene accettata intiera; ed altri impazienti eccita a seguirlo come un indice illuminato dal sole, coi restii che si affollano ancora indecisi, ma che già ne sono attratti. Se verrà raggiunto da più alacri questi lo accompagneranno, forse lo potranno continuare: ma badino alle sue parole: «Voi vi[181] fate, critici, una sbagliatissima idea di quello che sia la società umana, ritenendola tutta compresa, insieme alla fama ed al resto, nei pochi metri quadrati de' giornalistici uffici, che smerciano i vostri veleni, sacri asili all'infuori de' quali non sarebbe che «lido e solitudine nera». — Anch'io miro alla Fama, ma a patto solo di giungerla all'aria aperta e colla trionfata quadriga de' cavalli bianchi, non sul carretto dell'immondizia di Checco, non sul biroccio giallo-nero ed infangato di Cesare, non sulle penne rubate, sempre vendibili a chi più paga, di Ruggero». E su questi tre ultimi nomi, ai quali lascio libero chiunque di preporre il cognome, l'Araldo-Cintraco trombetta l'ultimo squillo per