Per intanto, oggi, auspicati, gli porgo davanti, a parallelo, un Poil de Carotte, un Livre de Monelle, le Moralités Legendaires: Jules Renard, Marcel Schwob, Jules Laforgue, dovrebbero essere, ignorandolo, scolari del Dossi. La ragione rimane nello stesso momento morale: «Come[16] se non bastasse una vita astiosamente calma, or si trovava essicato quel sentimento che, a volte, a minuti, gliela faceva parere tal quale ei avrebbe voluto, senza pensare, che, spento il mezzo creatore d'ogni illusione, era pur spento quella per non ne sentir la mancanza». — Così, a dispetto della vita, che gli si rifiuta, viene la letteratura grande e pessima virtù d'ogni amarezza; non per questo, conoscendola, rinuncia, elegge il suo piacere doloroso e terribile, come l'ammalato d'amore torna ad amare per morirne; come l'intossicato dall'oppio e di morfina non dimette quei veleni della gioia amara che lo imparadisano e lo consumano. Che altro doveva fare il giovane Alberto se non scrivere sè stesso, sognare:
«Des casques, des rouets, des livres, des épées,
Des cierges, des bijoux, des billes, des poupées?»
E la sua Principessa di Pimpirimpara, risponde a Lohengrin fils de Parsifal, alla Salomè del Laforgue.
Per lui tutto è storia, tutto è realtà; quel poco di avvenimenti veri, che entrano nel suo racconto, basta ad innerbare la favola; e li uni e l'altra diventano leggenda, cioè una verità personale e passionale, per cui il valore massimo sta nell'averla sentita e vissuta. E che di più? Sognando non ha creduto di vivere? E la vita reale non equivale la visione del sogno? Sopra un'altra colonna del suo Dosso, egli fece incidere, sotto un nome di donna a lui cara, ma che non conobbe se non di udita: «perchè nulla vi è di più vero del sogno».
Oggettivazione, dunque, di sè stesso in movimento, in pensiero, in fantasia; egli vi raccoglie tutti li elementi di quanto è, e di quanto vorrebbe essere; tutte le sue donne sono la cristallizzazione poetica delle creature vive da lui conosciute in difetto, rese, per lui e secondo il suo desiderio, perfette; il bovarysmo si trasforma in fantasime indimenticabili. — Se possiede la visione esatta del fatto, vi aggiunge la ragion massima del suo desiderio, della sua speranza, del suo idealismo; donde i valori reali si tramutano e divengono i valori veri della sua estetica. Egli non sa bene che sè stesso; è del suo corpo, della sua mente, delle sue illusioni, il più acuto osservatore, il più nemico critico; saggia, a traverso la pietra di paragone dei propri nervi e della propria sensibilità, qualche volta esquisita sino alla patologia, tutto il mondo e li altri uomini. Ma, mondo, uomini rimpasta a sè; egli si è aumentato; si è fatto centro; la pietra di paragone ha comunicato la propria sostanza nell'assaggio, a cose e ad uomini; li ha temprati al suo titolo; desiderio, speranza, idealismo vi si dispongono, informano li avvenimenti, si cristallizzano sopra li esseri e diventano le sue azioni, i suoi personaggi. — L'alchimia interna, donde passano le realtà per divenire le verità di Carlo Dossi, produce il suo tipo d'arte che è simbolico[17]. — «Simili descrizioni appartengono evidentemente alla storia — storia mia, ove si tratti di quelle quasi autobiografie che sono L'Altieri e L'Alberto Pisani, e saranno i Giorni di festa, e le Ore di malinconia»: storia, poema, espressione della propria sensibilità innerbata dalla imaginazione; racconto di realtà o di verità è tutt'uno. Egli sa con Foscolo che la Poesia sorpassa la Storia, perchè ha una significazione più vasta e più vera.
Per intanto, alla Vita di Alberto Pisani, corrispondono L'anima delle Carni di un falso Giorgio Ofredi, il Livre du Petit Gendelettre, di un supposto Maurice Léon. — Autobiografia, o raccolta epistolaria, Giorgio Ofredi vi si mette in bacheca, espone i quarti del suo cuore pulsante e febricitante; va, per opposte esperienze, dentro il fremito delle carni che spasimano l'amore, alla ricerca dell'idea pura: termina, inerte, apata a sorviversi col bestemiare la libertà e la indipendenza di cui ha troppo abusato, giuocando come un gramatico alessandrino per l'esoterica dei sofismi e tormentandosi, nel pessimismo, ch'egli vuole, non che il mondo gli impone. — Strazio, Maurice Léon, concede a sè stesso la sintesi: «Considerate l'anima mia come la espressione simbolica di questa fine di secolo! — Sono seduto nella mia poltroncina: l'orologio a pendolo, tic-tac, tic-tac, oscilla e canta in ritmo. Muojo, vivo: tic-tac, tic-tac. Tutto muore, tutto vive: io so e non so; gioisco e sofro: oh, sofrire!» Che dice il Faust di Marlowe? «Oh, sofrire; ma saper di non morire ancora!» Quale differenza, quale ritirata di fronte ai diritti della vita! — Un bel mattino lieto e tiepido di primavera il domestico socchiude l'uscio della sua camera; dorme Maurice Léon; per lo meno crede ch'egli dorma. Vi ritorna poco dopo. Volumi sparsi, aperti, sfogliacciati, in terra, sopra il tavolino; si rialzarono le coperte del breve lettino sopra un cadavere insanguinato e sopra l'acciajo lucido di una rivoltella. Maurice Léon si era evaso, più fortunato di Giorgio Ofredi, che volle tentare il disgusto della esperienza: la coraggiosa vigliaccheria gli aveva risolto l'enigma delle idee pure. — Certo di quest'altri due, Alberto Pisani è più sano.
Comunque, se riavvicinate Les Images Sentimentales di Paul Adam, all'Altrieri, dopo di non aver trascurato le definizioni negative dell'Ofredi e del Maurice, voi vi ritroverete davanti autori che si sdoppiano, che projettano le loro diverse fasi, come la luna, sullo schermo bianco delle loro pagine, rinnovandosi: vi si ammirano a loro posta, si calunniano, si umiliano, vi recitano le loro intime tragedie. Poi ironeggiano. Buona ironia! rimane il miglior idealismo preservativo, ricostituente, immunizza; è una ricchezza inesauribile, perchè, coll'usarla, la si riproduce; è un giuocare colla vita, per far sul serio dell'arte; è quanto rimane alle moderne genialità, dopo le messe sanguinose pontificate dalle passioni artificiali, dopo i suicidii delle loro maschere, che sono le modalità della loro coscienza; è quanto appartiene di più suo e di più caro all'artista, questa proposta dei logaritmi della imaginazione, sciorinata davanti all'immusonita praticaccia venale; che se ne turba, se ne spaventa e manda pel gendarme della logica, pel catedrante grigio, occhialuto e feticista. — Or bene, ecco le proposizioni annunziate da Carlo Dossi e che lo rendono più che attuale, per cui non può venire dimenticato e dalle quali l'opera sua attinge prerogative di una semplice e continuativa potestà operante: altri recentemente le completarono; ed lo affrettai a rimetterle d'accordo nel Verso Libero. Ben duro d'orecchio ed incartapecorito di cuore chi, oggi, non le intende; ben povero di mente chi le equivoca.
Maschera completa, Alberto Pisani: Carlo Dossi può schermirsi:[18] «Al diavolo le autobiografie: in esse lui, che si pinge, è troppo occupato a porre in rilievo le sue virtù e i suoi nei, e, poniamo anche, i vizii per dimostrarsi qual'è»: ma tosto soggiunge, per non lasciarci nella illusione di una sopercheria: «in un romanzo, invece, egli si apre ingenuamente ad ogni frase. — Ben sottinteso che chi si ha una pagina innanzi, abbia acuta vista, legga nelle interlinee, facoltà di pochissimi». Facoltà che ebbe ed ha ancora Primo Levi; il quale ha potuto dire[19]: «L'Alberto Pisani non è un romanzo: è qualche cosa di più; — non è neppure un libro: è una vita — Alberto Pisani, essere reale, sarebbe stato possibile prima, in un'epoca che non fosse la nostra? No. Ne si creda ch'egli possa fornire un tipo alla presente gioventù — tutt'altro. Ma ha di particolare il nostro secolo, che, tra la disparata mediocrissima uniformità delle moltitudini, presenta qua e là dei tipi di esistenza originalissimi e che hanno, forse, in sè i germi confusi dell'epoche future». Sono delle anticipazioni.
Alberto Pisani, rappresentazione tragica del giovane italiano in un punto psicologico e critico di storia italiana, quando Italia, riuscita dalle prove della indipendenza, dissanguata ed anemica, ma denutrita e febricitante, desiderava di mangiare a sua fame, di riposare per riparare alle perdite, di pensar poco, di dormire, di ristorarsi alla pratica, interrotta dal meraviglioso poema agito del nostro risorgimento; l'Alberto Pisani che ode, ventenne, le ultime ed allegre cannonate di Porta Pia, che lasciano sussistere in Patria il dualismo e ricompongono, sull'ibrida monarchia, il trasformismo parlamentare; è anche l'ipostasi moderna del Werther, dell'Ortis, del Rolla e deriva il suo dolore dal dissidio, tra la cruda realtà che ci investe, ed i fulgidi ideali che fuggono. Che fa? Come può amare? Chi? Dove esercitare le sue virtù? Ed anche i suoi vizi? — Egli è adolescente; appetisce quanto sogna: il sogno è vero, ma non reale! Quindi?... Colla terzetta insidiosa, che si serbò in tasca dal giorno in cui prese possesso della Casa del Mago, scarica un colpo contro Donna Claudia Salis, rea di amare anche dopo morta non lui, geloso della morte che non annulla l'amore[20]: «poi volge l'arme a sè. Ci ha un terribile istante in cui la paura aggroviglia le vene: ei serra gli occhi; ma il colpo... parte. L'arme piomba fumante, giù dalla tavola, in una cesta di rose; Alberto cade sul desiato corpo di lei, morto».