Se non Werther, che ha fatto la scuola e la moda, Ortis così: romanticismo; una sosta. La geniale ebefrenia interveniva colle tombe e Giulio Pinchetti, giovane non ancora venticinquenne ed apollineo poeta, autenticava l'Alberto Pisani. Oggi chi lo ricorda?[21] «Ventenne, era già disgustato di tutto e non credeva che alla tomba. Pareva quasi che una voce arcana gli susurrasse nell'anima: fuggi dalla terra, ti si vuole nell'infinito. Tre egli amò tuttavia fortemente: sua madre, un amico e una fanciulla». E vi è pur oggi l'amico che lo piange e lo richiede ancora, — Niccolò Sardi, letterato di robusto stile foscoliano e generoso italiano provato dalle palle apostoliche di Monterotondo, per cui trascina la gamba inerte e spezzata da piombo antiboino, — vi è il ligure mazziniano che ha per me aperto il forziere delle sue memorie e lo stipo del suo archivio, sì da concedermi le lettere di Pinchetti, che avvalorano di lagrime e di sangue La Vita di Alberto Pisani. In quelle aveva spremuto la sua angoscia e la sua follia l'adolescente poeta lariano: «Ho[22] bisogno della fede e la tua, o Niccolò, è vergine e schietta. Grazie, amico, la tua memoria mi scende dolcemente nel cuore e la confondo colle mie melanconiche speranze, colle mie dolorose reminiscenze. La morte della povera Lisa mi ha reso questo cuore più gentile, ma nel medesimo punto più addolorato; e tu sei capace di sentir questo dolore. La memoria della santa morta mi tormenta tuttodì, ora coll'aspetto del rimorso, ora di una disperata ricordanza; con quella della speranza non posso».
Brevemente lo soccorreva la poesia:
«Quell'acre voluttà della canzone
Che in mostra lieta sol pietà sospira,
O allegra poesia,
Di qual fonte tu sgorghi e quanto ria!»[23].
Alberto Pisani e Giulio Pinchetti brancolano nel buio demenziale; si fanno tetro il mondo, pessimi li uomini; si credono cattivi. Pensano di loro stessi[24]: «Vedo il lento suicidio di quest'anima mia, un tempo così profumata di poesia; vedo sfogliarsi ad una ad una le rose che mi facevano bella la giovanile speranza; mi accorgo del lento calare dell'anima e dello spirito nella maremma della materia e non mi commuovo più: per me tutto è un corollario della umanità. Non trovo in me più quasi la forza di lottare: mi lascio trascinare dalla corrente, che va via infaticata e mi guiderà inonorato alla fossa, vedovo di gioja e di rimpianto cittadino. Ho spoetizzato la mia vita e non trovo che un filtro di vapori; non ho più fede; per me, le emozioni sono un vero onanismo di fantasia; il cuore non caccia più il suo inno spontaneo, primaticcio, prepotente». — [25]«Ho bisogno di cuore, di cuore, di cuore! Pace! E sta tutto in questa parola che sospira dall'anima mia! Ed io potrei vivere sino a trentasette anni, a cinquanta... c'è da divenir pazzo!» — Si ch'egli eleva il dolore a divinità indiscussa[26]; «L'anima mia non ha che una sola potenza: il dolore — che una sola fede: il dolore; — che una sola speranza: la morte». La volle, l'ottenne; col suo gesto reale confermò l'Alberto Pisani; ed a mezzo il giugno 1870, faceva getto della propria vita e ne dava le ragioni: parole, d'oltre il silenzio, sacre: «L'opera che sto per compiere e che, quando leggerete questa mia, sarà già compita, è dolorosa, terribile, snaturata; ma è necessaria per me. — Non mi venite però, colla solita bestemmia dei linfatici a dirmi: «fosti vile, che non hai saputo lottare». Il mio dolore non fu chiassoso, non mandò gemiti. — Mi pare di andare a morte come andrei ad una festa». Amara festa della pace perpetua ed oscura: Alfredo de Musset, per quella cripta sollecitata e precoce aveva, da tempo, inscritto l'epigrafe: «Tout ce qui était, n'est plus; tout ce qui sera, ne pas encore. Ne cherchez pas ailleurs le sècret de nos maux». Sull'amico cadavere, Felice Cavallotti si chinava bisbigliandogli:
«Dormi, povero martire!
Dormi! questa è la calma
Che agognavi».