Stia, così, più eloquente che non ci fosse in vita, mitingaio: non tacerà mai con diverso dolore di letteratura, colli altri carnefici di loro stessi per incompatibilità di carattere col mondo che pure avevano amato e sposato. Ma, se tra i superstiti, che ressero allo scomparire delle illusioni disincantate, si affaccia Carlo Dossi; se il suo delirio erotico si amareggia e si avvelena di disgusto, erompe e si esaspera La Desinenza in A[27]; «Un'oncia di sangue di meno, un libro di più».

IV. PASSEGGIATA SENTIMENTALE PER LA MILANO DI “L'ALTRIERI„

Se il biografo del suicida Alberto Pisani abbandona un istante il suo eroe e lo lascia riposare, torna subito a sè stesso — ed è forse la medesima istoria che seguita — e si compiace di confidarci: «Quando sono a Milano, in cilindro, marsina, guantato, con un sentore di muschio, leggo la Perseveranza, fumo cigarette di carta ed esclamo: «Sapristi!» Mi vedeste invece a Pavia, oh, mi vedeste quando fò lo studente, con tanto di cappellaccio e mantello! Allora giuro per Cristo e Maria, dò del tu a chiunque e grido: «Viva Mazzini e Garibaldi! e il suo inno».

Tutti e due passeggiarono in quella Milano, on Milanin che se sgonfiava, e che si permetteva di conservare le strade ambigue, ed a metà campestri,[28] «fuor di mano, dove, nè le rotaje, nè i marciapiedi s'erano mai sovvenuti di entrare, sì bene l'erba cresceva al sicuro e qualche volta si coglievano fiori». Dove[29] «la casa di Elvira, doviziosa di vista, riguardava un giardino dall'ombre spesse e profonde, di là di cui verdeggiava un'ortaglia, e... così via, per ortaglie e giardini, l'occhio arrivava agli spalti chiomati d'antichi castani. Si bevea un'auretta tutta della campagna, e vi faceva la luna le sue più strane e poetiche apparizioni» — E vi abitò il Mago, in una straduccia de' Corpi Santi, che immetteva, dopo un guazzabuglio di piante, al di là di una prateria, in un cimitero suburbano e decaduto; — e vi si ritrovavano le classiche portinerie, dove, due comari, sacerdotesse della Sporchizia, madama Ciriminaghi e madama Pinciroli, discutevano sulla gabola del lott, convitando il caporal Montagna, perpetuamente incorizzato e la poveretta della giesa, beccamorti femina ed uccello di male augurio: — dove era la dimora de' signori Fabiani, di Donna Claudia Salis, «nella contrada Moresca, lunga contrada vergine, a suolo ineguale» che sciorinava, per quasi tutta la sua lunghezza, de' muriccioli bassi di giardino.

Era la città che adolesceva, ma che, nella crescita precoce ed eccitata da fomenti estranei troppo caldi ed eccessivi, conservava la sua nativa e genuina fisionomia; la Milano fine ed intellettuale, in cui le Arti avevano la preeminenza sopra i traffici e le officine. Qui, Rovani battagliava giornalmente perchè, nel tramutarsi necessario della fisionomia cittadina, venissero rispettate le sue sigle speciali e distintive, non si denaturalizzasse il tipo de' suoi monumenti. — Era la Milano che non conosceva l'esigenza nevrastenica della velocità e camminava per le strette vie, ad agio, assaporando l'aria, riguardando alle bacheche, pedinando le popole; che, nelle notti molli e fresche di maggio, non assisteva al doppio scambio di ombre fantastiche, in gara, della luna artificiale voltaica, della luna solitaria e malinconica, in cielo, inquadrata dai tetti a sfondo di prospettiva. Non si fuggivano ancora i gialli carrozzoni della Edison, ronzanti, cigolanti, seguenti il filo della energia, rapidi a svoltare, scampanellando a furia, intempestivi, interrompendo conversazioni e fantasticherie; non ancora frastornava il rumore sordo delle voci e dei piedi, nè infastidiva il fumo del polverio, sul ripetersi arcaico ed atavico di un grido a richiamo del venditore ambulante; il fango, la piova si immelmavano, ma non scintillavano rotaje d'azzurro elettrico, nè suscitavansi uragani di pillacchere, schizzate a raggiera, dalle ruote d'acciajo delle biciclette, nè strideva o mugghiava la sirena automobile, nè, si subivano li urti, i disgusti, il leppo dei fiati prossimi, la promiscuità dei frettolosi. Vi erano i fiacres invece — le cittadine — le moli idropiche delli omnibus, che lentamente si facevano sostituire dai Tram a cavalli della Anonima; vi erano le linguette gialle e trepidanti del gas, riaccese dalla lancia lucifera del lampedée, il quale ricordava quel lampedée in sci fa di du barbis del povero Giovannin Bongè.

E la melanconia meneghina, il sentimentalismo lombardo (come un chiarore roseo d'aurora primaverile, circonfuso di nebbie fumigate dalle praterie irrigue; e, dalla mandra grassa che pascola, il suono del campano; e, tra le gabbe nane e gibbose capitozzate, il canaletto artificiale e parallelo a scorrere addomesticato) trovavano il paesaggio su cui si erano posati li occhi preveggenti di Leonardo da Vinci, donde traeva la ricchezza il lombardo Sardanapalo. Triste e dolce tranquillità della Contrada della Costa e di Santa Prassede, giù verso Porta Tosa, in mezzo alle quali fluiva lenta, a rispecchio di antichi alberi nani, una roggia, tra rive ineguali e corrose a risciacquare le radici gialle, tentacoli vegetali, lievemente ondeggianti nella corrente: nelle mattine solatie, le lavandaje le fasciavano di panni distesi e variopinti ad asciugare. — Ora, nascosto il Naviglio interno per la maggior parte: demolito il Lazzaretto, arrugginito nelle muraglie tozze e sipario alla vista delle Prealpi lariane, Stendhal redivivo si lamenterebbe, se, nelle giornate ventose e limpide, nell'aria ossigenata e cristallina, dall'alto del Bastione non potesse più ammirare i denti bianchi ed acuti del Resegon de Lek (così scriveva) profilarsi sulla azzurra tenerezza del cielo. E i Corpi Santi facevano da sè una città a cerchio dell'altra, tra l'agricola le l'Industriale. Permanevano, come permangono, le cancellate e i pilastri, il primo viale de' Giardini Pubblici, tracciati dalla simmetria repubblicana e cisalpina, lungo Corso Venezia: ma non più la bella e rettilinea armonia classica, che Piermarini voleva istituita, sulle macchie e nei prati e nelle allee, perchè vi si decorassero, nelle pubbliche commemorazioni, li Eroi, tra le fiaccole, li altari romani, i profumi e le pire: Eroi della guerra e della pace.

Ma, se distrutto il Teatro Diurno, celebre per le sue pantomime e pe' suoi carroselli, e La Giostra, ed il Caffè, non così quel Salone, che lasciò indi l'area al Museo di Storia Naturale, e dentro cui ballarono il can-can de L'Orphée aux Enfers, al suono della musica dei Chasseurs d'Afrique, la Dama e lo Zuavo nel pocanzi troppo commemorato 1859.

Allora, il dedalo curioso e caratteristico dei vicoli, delle stradicciuole a gomito, ad oscurità rientrate, a balconcini tondi sporti, ad usciuoli socchiusi, ad invito pandemio, che racchiudevano l'isolato delle case, dalla contrada di San Raffaele, ai due Muri, dalla Pescheria Vecchia, a Santa Margherita, andava scomparendo; qui, aveva tenuto campo aperto, ad ogni avventura ed a chiunque avventore, e general comando, la venale e larga galanteria milanese:

«.... costumm de sta città,

Rapport ai donn de bonmercàa,