Massimament qui creatur

De San Raffael e di Du Mur;

Che, quand l'arriva on forestée,

Se fa compagn di bottigliée;

Massimament in temp de stàa...»

Poi, La Piazza del Duomo, nè ampliata, nè ancora decorata dal Monumento del Rosa, nè, come oggi, allietata dal torneo dei tram, propalatori di addomesticati fulmini tra le ruote e le rotaje, intorno al Padre della Patria, guardato a vista dalle nappine azzurre e dai pennacchi rosso-azzurri: e, se in Piazza Mercanti, si era colmato il vecchio pozzo, che, nel 1762, il conte Nicolò Visconti, prefetto della città, aveva ristaurato, pur continuava la frequenza di avocatt, borsiroeu, spii, vagabond, mercant de gran e de ris, fittavol, beolch, massèe, fattor.

Sì che Carlo Dossi ed Alberto Pisani furono spettatori della trasformazione. In quel loro Presente, in questo nostro Altrieri, già si pretendeva luce ed aria; già si incominciava a demolire: piazze larghe, strade in rettifilo; sovrani, picconi e squadre. Vi hanno camminato, vi camminano i cittadini più diritti e sicuri? Ogni cosa consiglia l'ortogonia, la politica e l'igiene; per ciò si sopprimono li edifici biscornuti e le idee doppie; — quelle, cioè, che sono sempre vive, e sono le più sincere; — noi non vogliamo scansare l'ostacolo, ma lo abbattiamo; alla critica succede la sintesi; ma scordammo molta allegria e molto buon cuore; ma l'ironia si è fatta sarcasmo; e ciascuno teme del suo vicino: se la satira interviene, si invoca al chirurgo, che Carlo Dossi reputa una delle più tristi necessità umane; e, chi dice chirurgo, accorge l'ammalato; e Carlo Dossi molti ne vide, coi quali, Alberto Pisani. In compenso, l'aspetto non potrebbe essere migliore; ma è un'inzaffatura di calce lievemente indorata dal giallo-cromo dell'imbianchino: niente portoni ad ogni ponte del Naviglio, colmati i vicoli, fontanelle d'acqua potabile sopra d'ogni trivio; ciascuno veste più decentemente; alla domenica riposo festivo — incontrate il vostro lustrascarpe agghindato come un milord, George Brummel del selciato —, e le vostre domestiche si rifiutano di custodirvi il bollito. Milano è più sana, più costumata, più libera? È una domanda; e pure, quell'altra ha i suoi adoratori che la vagheggiano di sulle stampe ed i disegni con postumo amore tra il curioso e l'indiscreto; se ne innamorarono troppo tardi; la scrivono e la descrivono come una paleografia sentimentale.

Vecchie ringhiere, rigonfie e barocche, riccioli e tortili viticci e foglie d'acanto battute nel ferro; balaustre a volute ed a conchiglie massiccie, a specchiarsi nell'acqua lenta e verde del canale; lobbie di legno brunite dalla piova e lucidate dal sole; pensili giardinetti di quattro garofani garibaldini, un cespo di geranio rosato, una tegghia odorosa di maggiorana pei gatti, di salvia per l'arrosto; l'arcata del ponte bituminosa, concava, nell'acque, convessa, oscura galleria ai comballi, carichi di pietre, di calce, di fascinate; la rozza a guidaleschi, al rimorchio del carro fluviale: la Madonnina specchiante d'oro, ultima sull'orizzonte milanese, simbolo ed indice, come una fiamma: l'intimi ripostigli della città: l'ombra magra e profumata dalle glicine urbane e stanche, spioventi sulla terrazzetta; l'umidiccio della piccola ajuola, un portento di giardinaggio e di orticoltura d'ogni varietà; i Terraggi, i Bastioni, la Guglia, o bianca, o bigia, o violacea, o rosata, a sfidare il cielo, e, dai bassi muricciuoli, erigersi le alte magnolie sfiorendo e cercando azzurro ed aria motivi alla matita, un dì, del Bossi, del Canella; oggi, del Mentessi; raffigurazioni di una nostalgia. Ed il Belloni ne dà i paesaggi dell'Alzaja Pavese, e Ferraguti, le prospettive crepuscolari, e Balestrini la fanghiglia dei Fuori porta, i cavalli stanchi e professionali delle carrozze di piazza; ed il Buffa la newyorkese irruenza dei traini pesanti, la furia modernissima dei commerci, che vanno rombando tra le brume, i fanali vegghianti e scarlatti, il rombo delle ruote e dei carrozzoni; l'Agazzi i cantucci caratteristici, le ripiegature secrete ed addominali dei vicoli, il Duomo in ogni ora del giorno, in ogni stagione, nevicato, sereno, le piangenti statue romane di Piazza Fontana, prefiche inesauste davanti l'Arcivescovado.

Donde la rammaricata nostalgia si tramuta in arte ed in letteratura. Giovanni De Castro ricorda i Visitatori illustri in una annebbiata palinodia; il Romussi ed il Barbiera, ambo gazzettieri spicci, badaluccano sulle esteriorità, ridipingono sulla vernice e sono pregiati perchè suonano il vuoto. Cameroni non può dire Milano se non soggiunga Stendhal, Dossi e qualche volta Lucini; indugia con amore su questa serie di paesaggi che fuggono, di parole che svaniscono nell'aria troppo rumorosa dell'epoca; rammenta Byron, Michelet, Balzac, Flaubert, Gautier, i Goncourt, Taine, amici e narratori di Paneropoli, trascura Foscolo, nemico e grande istigatore di virtù meneghine, che riconosceva: Felice Cameroni, a me carissimo, araldo di Zola tra noi, dalla Farfalla, dalla Italia del Popolo, dal Sole, dalla Rivista Drammatica del Polese; il Pessimista, lo Stoico, l'Atta-Troll, l'Uaneofobo, tutte gradazioni dal nero fumo al grigio; per cui egli dispensò la sua volontà e la sua grande coltura e seconda natura, che lo fecero incompatibile colla serenità; sì che, non morto, oggi, si insepolcra dentro un ostinato silenzio. Con lui, Carlo Bozzi amico suo, andava e va proponendo al Comune una specie di Museo Carnèvalet di nostre memorie che vanno perdendosi; Luca Beltrami ne ripara i monumenti, tenta di trasportare la Cà Missaglia vicino al Chiostro ed al Chiostrino delle Grazie, rinascimento primaticcio e lombardesco. Noi ci illudiamo, nelle ore tipiche, di tornare al nostro Verzée, «scoera de lengua... caregada de tucc i erudizion, che i serv e i recatton dan de solit a gratis al poetta:» ma, tra le faccende del mercato, tra il monte fresco ed odoroso delle verdure, dei fiori, delle frutta, i pingui formaggi, le rosate polpe dei salumi; tra le piume e le pelliccie della cacciagione; tra la fragranza salina e salmastra della pesca, sotto li ombrelloni, sul suolo madido e lubrico; tra i frusti delle insalate e delle verze, in pieno cielo meneghino, un vocabolo toscano, una esclamazione napolitana, una bestemia genovese interrompono l'incanto. La Piazza veste la sua realtà: il carattere equivoco e complesso di un gran mercato qualsiasi, all'aria aperta; noi udiamo cianciare, in un misto italiano di caserma e di quinte, incolore e banale, linguaggio permesso ad una città d'emporio, che rimuta le sue espressioni col mutare veloce delle mode trimestrali, la sua fisionomia ad ogni lustro; città aperta all'estuarvi della immigrazione, dove, moltissimi sono li elettori e minimi i cittadini.

Però che se ne accorgeva Carlo Dossi sin dal principio e lamentava lo squalificarsi di molto patrimonio autoctono intellettuale[30]: «L'umore milanese e lombardo, oggi è quasi irremissibilmente perduto. Invano cerchi qualche scampolo di quella stoffa ambrosiana, che diede Manzoni, Cattaneo, Bertani, Gorini, Vassalli, Rovani e molti altri minori. Era gente questa di alto ingegno ed insieme cavalleresca, amabile e bonariamente spiritosa. Nutriti di Porta e di Rossini, erano amanti delle gonnelle senz'essere puttanieri; erano giocondi senz'essere mai sguajati. Oggi si è a loro sostituita la volgarità, l'ingrognatura, il portinarismo del Secolo, il bohemismo scimiottescamente francese ed odioso; l'ubriaco che rece al brillo che canta».