Falliva per quella morte l’ultimo conato per cui nell’Italia si cercasse ricondurre viva e presente l’Imperiale potestà, e i Fiorentini furono liberi da un grande pericolo. Ad essi però altro e non piccolo sopravvenne, imperocchè i Pisani temendo le vendette di tutta Toscana, dopo avere offerta invano la signoria della città loro al re Aragonese di Sicilia ed al Conte di Savoia e a talun altro dei baroni i quali avevano seguitato Arrigo, trovarono alfine chi avidamente la occupasse. Era questi Uguccione della Faggiuola, da lungo tempo ruminante pensieri ambiziosi, allora vicario Imperiale in Genova, e per la molta sua scienza di guerra, pel grande seguito e per la riputazione che si era acquistata, rimasto a capo della parte ghibellina. Faceva egli suo pro della stanza che in Pisa continuarono per qualche tempo molti cavalieri dell’esercito tedesco disperso per la morte d’Arrigo VII; e dopo avere sparso il terrore nei paesi circostanti, occupava Lucca, della quale con grande violenza si fece signore, essendo riuscito tardo ed inutile il soccorso dei Fiorentini. E questi al vedere tanto gran nembo di guerra addensarsi contro loro, chiesero d’aiuto il re Roberto; il quale inviava ad essi ben tosto Piero duca di Gravina, suo minore fratello, con trecento cavalieri. Ma Uguccione continuando a farsi innanzi, poneva assedio a Montecatini, avendo con sè l’aiuto dei Visconti e molto numero di Tedeschi e Ghibellini di Lombardia e fuorusciti Toscani, che facevano grande esercito. Era il Duca di Gravina molto grazioso in Firenze, talchè poco meno non gli dessero la signoria a vita, e per favore eleggeva anche i Priori ed il Gonfaloniere: ma non bastando contro alle forze troppo maggiori di Uguccione, venne da Napoli altro numero di cavalieri; e con essi il Principe di Taranto, anch’egli fratello del Re, al quale spettando per la età il comando, fu la ruina di quella impresa. Grande e memorabile battaglia si combatteva sotto Montecatini a’ 29 d’agosto 1315, nella quale ebbe Uguccione vittoria intera e vi morivano oltre il Duca di Gravina e il figlio del Principe, forse duemila tra cavalieri e pedoni, e centoquattordici (scrive il Villani) i quali erano de’ maggiori cittadini di Firenze: quivi, in Bologna ed in Perugia ed in Siena e in Napoli, per il pianto dei cittadini perduti, tutto il popolo si vestì a lutto.[144]
Firenze intanto per quella rotta venne a partirsi novellamente: due sètte erano surte tra’ Guelfi; una, con a capo Pino della Tosa, amava la signoria del re Roberto e dei Francesi; l’altra, retta da Simone della stessa casata, stava all’incontro, nè vergognò cercare aiuto anche di Tedeschi: entrambe erano seguitate da nobili e plebee famiglie, ma quella di Simone aveva maggiore potenza e credito presso al popolo. Padroneggiava la città; e se non avesse temuto Uguccione, avrebbe essa cacciato quella che stava pel Re. Aveva questi già licenziato il Conte Novello, suo capitano di guerra, il quale come Vicario teneva in Firenze, ma con poca autorità, le veci di Potestà e di Capitano: la parte contraria occupava il priorato e tutti i pubblici uffici, e molto poi si rinforzava creando nel maggio del 1316 un bargello, che fu Lando d’Agubbio, uomo carnefice e crudele, cui diedero in seguito anche il gonfalone della Signoria. Costui risedendo a piè del palagio dei Priori, mandava a pigliare per la città e per la campagna chiunque volesse, sotto colore di essere Ghibellini, e senza processo gli faceva tagliare a pezzi con le mannaie. Fu in tal modo trattato un giovine de’ Falconieri innocente, e molti di altre casate nobili e del popolo. Si fece in quel tempo una moneta falsa, quasi tutta di rame bianchita d’argento di fuori, e gli chiamarono bargellini. Lando d’Agubbio riempiva di terrore Firenze, quando grandi e popolari alla fine insofferenti di quella bestiale tirannia, si rivolsero segretamente al re Roberto, il quale inviava suo Vicario il Conte di Battifolle; e questi avendo levato di mezzo, a grande fatica, lo scellerato bargello, nell’ottobre dello stesso anno tolse di mano a quella setta il priorato e gli altri uffici. I nuovi dodici Priori che vennero poi, furono presso che tutti di parte del Re, ed il Conte da Battifolle governò allora la città con saggezza e senza confische. Ed in quegli anni istituirono la registrazione dei Contratti, gravandoli di una gabella; e procedeva l’edificazione delle nuove mura di Firenze.
In questo frattempo la caduta di Uguccione liberava i Fiorentini d’un grande sospetto, se non fosse dopo lui sopravvenuto ai danni loro un uomo che fu troppo di lui più formidabile. Aveva Uguccione perduto in un giorno, e fu detto per sua incuria, le due città di Pisa e di Lucca; dopo di che nell’aprile del 1316 gli convenne fuggirsi esule in Verona a Can Grande della Scala: esempio memorabile di fortuna sempre fugace in quei condottieri che a un tratto sorgevano e tosto ad altri davano luogo. Pisa cedè per allora in potestà del conte Gaddo della Gherardesca, intanto che Lucca ebbe a signore Castruccio Castracani degli Interminelli; il quale seguace in Lunigiana di Uguccione, e ivi già possente e sospettato da lui, saliva dai ceppi e dagli appresti di morte a quella grandezza che tosto vedremo. Dapprincipio il re Roberto, venuto a pace con Pisa e Lucca, seco trasse i Fiorentini; e a questo modo Toscana fu quietata per allora.[145] Ma l’anno dipoi il Re, dopo avere tentato una impresa contro la Sicilia, venne a soccorrere Genova assalita dai fuorusciti ghibellini e dalle forze di Matteo Visconti signore di Milano e molto terribile sostenitore di quella parte. Aveva Matteo firmato una lega con l’Imperatore di Costantinopoli, col re Federigo di Sicilia, con Castruccio signore di Lucca e con la città di Pisa. Roberto, all’incontro, avendo in Firenze ottenuta la continuazione della signoria per altri tre anni, ebbe da questa città l’aiuto di cento cavalieri e cinquecento fanti, con più altri che gli vennero dalla Toscana e dalla Romagna. Gli scontri sotto Genova erano frequenti; il Re stesso e i suoi gentiluomini battagliavano con la spada in mano. Finalmente l’assedio fu tolto; ma ricominciava con nuovo furore, partitosi il Re, che andò in Avignone a ritrovare il Pontefice. Guelfi e Ghibellini si combattevano in Lombardia, dove i Fiorentini mandarono soccorsi d’arme: i Ghibellini però sempre eran ivi prepotenti, e soprattutti Matteo Visconti; cosicchè i Guelfi ed il re Roberto e con essi papa Giovanni XXII, procurarono venisse in loro aiuto di Francia Filippo nipote del re Filippo di Valois; il quale apparve un istante, e nulla fece. Pure le forze napoletane essendosi presso a Genova incontrate con le siciliane, queste ebbero la peggio; talchè l’assedio fu tolto, ed ivi prevalsero il re Roberto e la parte guelfa. Ma Castruccio, sollecitato da Matteo e dalla lega ghibellina, aveva cominciato fin dalla primavera del 1320 la guerra contro ai Fiorentini; la quale durò tutto quell’anno con varia fortuna, avendo potuto i Fiorentini per alcun tempo tenere a bada Castruccio, che accennava contro a Genova. Ma questi dipoi rinvigorito di nuova gente che gli era scesa di Lombardia, e dimostrata la virtù sua, pigliò a forza più castella, e ruppe in più scontri le genti nemiche, portando la guerra con danni gravissimi e con terrore dei Fiorentini fin sotto Fucecchio nel giugno dell’anno 1321. Il che destando gravi lagnanze con biasimo del Gonfaloniere e de’ Priori, a questi fu aggiunto un consiglio di dodici Buoni uomini, senza dei quali ai Priori non fosse lecito di pigliare alcuna grave deliberazione: cotesto ordine assai lodato rimase durevole d’allora in poi nella Repubblica.[146]
Capitolo VIII. DANTE; SCRITTORI E ARTISTI SUOI CONTEMPORANEI. [AN. 1268-1322.]
Dante Alighieri nacque in Firenze l’anno 1265, d’antica e nobile famiglia guelfa. Era quella parte in bando tuttora, e convien dire che il padre, o almeno la madre di lui, prima degli altri fossero in patria rimessi; senza di che non avrebbe egli potuto qui avere la fonte del suo battesmo. Tornarono i Guelfi l’anno dipoi, ed i Ghibellini cacciati perderono per sempre lo Stato: a questo modo l’Alighieri non ebbe mai dalla comunanza dei dolori passioni che molto lo stringessero a quella parte a cui di nome apparteneva, non vidde intorno a casa sua le armi tedesche; ma con le prime voci che dentro all’animo gli scenderono udiva compiangere al misero Corradino, e in odio venuta la cupa superbia di Carlo d’Angiò: udiva da molti lamentare la vacanza dell’Impero, le voglie divise, e le inferme condizioni dell’Italia; vedeva ammontarsi già intorno le colpe della parte vincitrice. Questa era la sua: ma dal silenzio degli storici e di Dante stesso dobbiamo tener per certo che il padre di lui non fosse dei più fortunati a quel banchetto, nè quella famiglia fu mai doviziosa da stare in alto per sè medesima; e già le minori tra le nobili casate, quando anche guelfe, aveano sul capo il nuovo popolo delle arti, che riuscì a pigliarsi con la istituzione dei Priori in mano lo Stato, quando era il poeta nell’adolescenza. Combatteva egli a Campaldino insieme co’ Guelfi; ma tosto dipoi ecco essere i nobili vessati ed oppressi da leggi crudeli e all’ozio costretti, se non rinnegassero il grado loro, ma tuttavia sempre in patria sospetti. Si pensi ognuno quale fosse il cuore di Dante quando egli dovette, per conformarsi ai novelli tempi, dare il suo nome all’Arte degli Speziali.
Ma la sua vita negli anni primi fu di amatore e di poeta, che in sè cercava come tradurre l’amore in idea; e questa educando via via con la scienza, dare una forma a quel pensiero che già tutto ambiva in sè comprendere l’universo. Dovea ben essere quella vita, e noi sappiamo che fu, solitaria: poco la Repubblica e le ambizioni e le tempeste in campo angusto lo attiravano; le sètte guardava dall’alto, e quasi alle due parti indifferente; delle armi sue in Campaldino poco si gloriava: scriveva d’amore, e già nella mente ferveva confuso il sacro Poema. Per tutti quegli anni prima che fosse egli a mezzo del cammino della vita, vedeva in Firenze, gli uomini più saggi studiarsi in più modi a rappacificare insieme le sètte nemiche, tornando in patria gli sbanditi; vedeva all’incontro una mano di potenti saliti dal basso, fondare sull’odio ai Ghibellini ed ai Magnati tale uno Stato che non sopravanzasse l’altezza loro. Coteste cose a Dante erano tanto odiose quanto era egli appassionato, e avevano toccato il colmo quando l’età lo condusse ad avere parte negli uffici. Fu breve l’avvolgersi di lui nel turbine della vita pubblica: in quella portava un alto animo, vôlto sempre a rettitudine, ed un ingegno che trascendeva i fatti e gli uomini circostanti, e fiere passioni pronte a trasmodare se l’ira o il dispregio o l’insofferenza le accendesse. Ma dei primi uffici esercitati da lui sappiamo ciò solo, ch’egli ebbe col nome d’ambasciatore l’anno 1299 dalla Repubblica una commissione al Comune di San Gimignano: le altre supposte da taluno dei suoi biografi non sono che favole. Tenne due mesi il Priorato; e da quella fonte (come egli scrive) d’ogni sua miseria, usciva l’esilio che tutta d’allora in poi mutò la sua vita. Chi voglia ad un tratto farsene ragione, guardi la sua effigie fiorente di giovinezza come ora tornò in luce dipinta da Giotto; poi ripensi l’altra scarna ed irosa che a tutti i secoli diede immagine del sommo Poeta. Già era scritta la Vita Nuova nell’anno suo ventisettesimo, che è il tempo in cui la giovinezza suol farsi virile, e molte idee prima vaganti pigliano fermezza, e l’uomo acquista più intera e più salda la coscienza di sè stesso. Morta era Beatrice e quindi l’amore, poichè ebbe perduta l’immagine viva che a sè lo attraeva, divenne un pensiero, voleva dal libro della Vita Nuova salire al Poema allora concetto e come uscito dalla prima opera giovanile; all’alto disegno doveva farsi guida Beatrice stessa celestialmente trasformata, ed egli in quest’opera tutto infondere sè medesimo. Così nell’amore cercava egli sempre l’interezza del volere: ma dentro all’animo trasmutabile e fuori di esso erano impedimenti d’ogni maniera, da lui accennati e a lui solo noti; e fosse gli si attraversavano, e catene lo stringevano. Ond’egli «volse i passi suoi per via non vera:» sentiasi gravate le penne in giuso, aveva perduto la speranza dell’altezza. Come egli potesse tanto smarrire la via diritta, noi nol sappiamo; lo sapeva egli, e dalle grandi altezze si fanno le grandi cadute. Si ammogliava in quelli stessi anni alla Gemma dei Donati, famiglia come gli Alighieri di antico lignaggio ma di piccola ricchezza; era di essa quel messer Corso senza del quale può tenersi che non avrebbe Dante esulato, e tra’ parenti di Gemma e quelli di Corso potevano essere inimicizie, le quali si è visto che erano tra Donati e Donati prima dell’anno 1293. S’immischiò allora nelle pubbliche faccende; ed ecco sull’anima cadere il ghiaccio delle cose materiali, ed il cuore, non più di sè pago, sentire inceppato da nuove passioni. Ma sempre al Poema come a suo rifugio ricorreva l’intelletto, mirando a quel punto dove poesia e filosofia stanno insieme congiunte, e verso il quale intendeva egli col viaggio simbolico.
Dai fatti studi sempre alternati con la poesia uscirono alcune esercitazioni filosofiche più tardi prodotte col nome di Convito; doveano essere maggior numero, e di questo libro almeno una parte certo è che fu scritta innanzi l’esilio. Pare alle volte che si annesti con la Vita Nuova; e per l’andare incomposto si vede che è frutto via via di studi non ben digeriti: quel trattato sulla nobiltà direi scritto a conforto dell’abbassamento in che fu ridotto il ceto de’ grandi pei recenti ordini di giustizia; ma qui non è Dante acceso per anche dalle ire di parte. Nel principio del Convito con argomenti di molto affetto si scusa d’averlo scritto in quel volgare che aveva egli appreso fino dalla culla, e che in altro libro poco più tardi vituperava; ma in questo mezzo l’esilio intervenne, o più veramente la disperazione del ritorno. Avea nell’esilio e nella varietà delle dimore sentito più vivo, e quasi direi a sè più vicino, il pensiero dell’Italia; di questa s’era egli fatto cittadino; e la sventura sua medesima ampliando gli abiti della vita, lo conduceva là dove la mente godeva fermarsi, io dico al grande e all’universale. Sentiva mancare alla nazione una lingua che tutti accettassero come signora; e scrisse il libro De Vulgari Eloquio, non a vendetta contro a Firenze, ma come colui che le incertezze o le insufficienze quanto all’uso di questa lingua tentava risolvere, ad essa guardando come di fuori e per dottrina e speculazione: vagante italiano, cercava un volgare che «in nessun luogo riposasse,» tuttavia ritenendo nello scrivere quello medesimo ch’era stato «congiugnitore de’ suoi parenti.» Ma usò il latino in questo e nel libro della Monarchia, dove egli intende chiarire e svolgere quel principio d’unità imperiale che, uscito da Roma, aveva mille anni tenuto implicato il mondo cristiano come in un nodo che i due capi stringessero andando per contrario verso. Qui Dante parrebbe fatto straniero alla città sua; ma come alle ire che lui consumavano sta in fondo l’amore, così nel concetto ideale affatto di questo libro si accolgono dottrine che non contrastavano nè al sentire di uomo italiano, nè a quel diritto di cittadina indipendenza che Dante avrebbe in patria voluto a ogni costo mantenere.
Nel libro pertanto della Monarchia abbiamo l’esposizione del sistema cui Dante, è vero, s’ingegnava allora di dare coerenza per via di sofistiche argomentazioni; ma noi crediamo da gran tempo tutto quell’ordine di concetti stesse nel fondo del suo pensiero. L’avere egli posto nella città e nel popolo di Roma la fonte di quel diritto dal quale uscisse il sommo impero ed universale, non era dottrina che Dante si fabbricasse allora a comodo della sua tesi, ma era italiana, era cattolica, era grande; era dottrina che ambiva con l’ordine assicurare la libertà, nell’unità ammettere e comprendere le varietà; farsi attuazione dei voleri di Dio sulla terra, fondando tra gli uomini, col regno della virtù, perpetua pace universale: la monarchia dell’Alighieri, l’impero, il veltro, non potevano essere a questo modo altro che ideale cosa. Quindi a noi pare che mentre i libri del Convito e del Volgare Eloquio null’altro ci mostrano che studi interrotti; la Vita Nuova e la Monarchia ne dieno ragione, quello dell’anima del Poeta, questo del pensiero civile o politico quali si vennero a trasfondere nella grande opera del Poema.
È certo che Dante lo aveva cominciato, e in qualche parte già era noto, prima ch’egli uscisse di Firenze. Concetto nell’animo subito dopo la morte di Beatrice nove anni innanzi l’esilio, volea da principio egli scriverlo in latino, come libro che doveva non mai abbassarsi dalle ideali regioni; ma io credo pure che l’affetto in lui prepotente gli facesse tosto mutare pensiero: ed è fuori d’ogni dubbio che i primi canti composti in Firenze fossero in volgare. Abbiamo indizi e autorità non al tutto vane che l’opera del Poema interrotta al fine del settimo Canto, ricominciasse fuori di patria col principio dell’ottavo. Ma non vuolsi però immaginare che un tale lavoro procedesse per ordine come farebbe un calcolo d’aritmetica, nè che l’Alighieri poi non mutasse o trasponesse quello che aveva prima scritto. Chi oserebbe divinare dentro ai segreti di una fantasia possente le vie per le quali si viene a svolgere la composizione? nè Dante pensava i lunghi affanni che egli darebbe ai commentatori. Nel sesto dell’Inferno la predizione di Ciacco si aggira su’ guai della città partita dove i giusti non sono intesi: dovea pertanto in patria essere egli tuttavia. Ma ben si ode stridere il dolore della recente ferita in quelle furiose parole contro a Filippo Argenti, le quali s’incalzano per più terzine del Canto ottavo con tanto feroce compiacimento. Scriveva queste dunque già essendo in esilio; al quale accenna chiaramente ma in modo assai più temperato nel decimo Canto, quando oltre a due anni dopo la prima cacciata erano scorsi, ma tuttavia gli balenava di tratto in tratto qualche fiducia del ritorno. Dovevano certo fino dal principio nella contestura del Poema entrare le umane come le divine cose, entrarvi ma sotto a un guardo più sereno, perchè non cercava allora il Poeta altro che inalzarsi fuori delle interne passioni dell’animo, che egli con la scorta di Virgilio e di Beatrice sperava domate. Quindi è che il linguaggio e il pensiero stesso nei primi sette Canti mi sembrano avere tempra più mite; in questi è Dante, ma non per anco inacerbito dalle sue piaghe e, se oso dirlo, sanguinante. Roma nel secondo è Roma ideale, non quella ond’egli si chiamò tradito; l’Impero deriva da essa ed insieme l’ammanto papale, sotto a cui non guardava egli per anco agli uomini che lo portavano. Questa è una sorta di professione di fede posta in principio e rimasta ferma per tutto il Poema; se non che essendosi dopo all’esilio in lui destate nuove passioni che pur volevano disfogarsi, sentì egli avere bisogno di scendere ad altro linguaggio da quello che avrebbe voluto da prima serbare. Allora cred’io desse al Poema titolo di Commedia; e scrisse il libro del Volgare Eloquio, il quale doveva nella parte non compiuta esporre le regole che a sè medesimo cercava egli quanto alla lingua ed allo stile in questo genere di composizione.
La stesura del sacro Poema e la fatica del condensare ivi gli affetti ed i pensieri che la forte anima comprendeva, lo fecero macro tutto il rimanente della vita: ne usciva il libro più intiero in sè stesso che umano ingegno mai pensasse. Come niuna opera di poesia si spazia su tanta ampiezza di cose, dai tramiti angusti della vita materiale fino alle più alte rivelazioni della coscienza; così nessuna riesce a comporre tante cose in un concetto unico, nel quale Dio, l’uomo e l’universo, come l’uno all’altro necessari si offrono insieme all’intelletto e a tutta l’anima del Poeta: in ciò a mio credere sta la preminenza dell’Alighieri tra’ poeti di ogni lingua. Altri ebbe forse dopo lui in altro idioma e sotto forma drammatica, una vena più ricca e possanza di creare in maggior copia immagini vive; prodotti di una facoltà inventiva che una dopo l’altra e ognuna da sè le fa passare incessantemente dinanzi al pensiero, come obietti nei quali non pare che egli si fermi o che più all’uno che all’altro consenta. Ebbe il maestro di Dante, Virgilio, più di lui squisito e fino il sentire di ciascuna cosa, e dolce e armonica sempre la parola nutrita d’affetti. Ma per l’Alighieri il mondo pare che si rifletta insieme tutto dentro a lui solo; talchè in lui sta l’unità del Poema suo e sta insieme l’universalità, perchè il pensiero di lui ambiva come da un centro a una circonferenza volgere il sesto fino all’estremo dove non vanno altro che le idee, e tutte chiuderle in sè stesso. Così nel libro è tutto l’uomo, e quindi il nome di lui ha quasi un culto nel mondo. Della sua vita noi volemmo qui solamente toccare i fatti che appartengono all’istoria, dappoichè in tanta eccellenza di argomento noi male potremmo aggiungere cosa, la quale ai dì nostri non fosse di troppo.