Da Genova si erano intanto avviati verso Toscana due messi imperiali, Pandolfo Savelli notaro pontificio e Niccolò vescovo di Butronto, autore quest’ultimo di una molto credibile relazione che, intitolata a Clemente V, è il più autorevole documento che abbiamo sul viaggio di Arrigo VII in Italia.[135] Avuto mandato di ricevere l’omaggio dai signori e dalle città di Toscana, chiesero il passo ai Bolognesi, ai quali scrissero che andavano nunzi di pace con lettere papali e imperiali: ma l’inviato loro fu messo in carcere; donde poi fuggito, recò la novella ai due Legati, che immantinente voltati a destra, per vie orribili cercavano luogo a varcare l’Appennino. Incontrarono soldati della Repubblica di Firenze, mandati a guardia di quelle strette; ma che, saputo come l’Imperatore avesse presa la via di Genova, tornavano indietro: furono da questi lasciati andare senza contrasto, non senza paura (scrive il nostro dabben Tedesco); e salvi giunsero alla Lastra vicino a Firenze. Mandarono quivi a chiedere ospizio per lettere al Potestà e al Capitano, perchè come uomini imperiali teneano da meno l’autorità del Gonfaloniere. Subito in Firenze si radunò gran Consiglio; e per la città intanto si diceva essere venuti messi di quel tiranno che di Germania era disceso in Italia a distruzione di parte guelfa sotto l’ombra della Chiesa e avendo prescelto cherici all’inganno, con grande moneta. I due Legati, aspettando le risposte, avevano la mattina dopo già fatto mettere all’ordine i cavalli e legare le some; quando, mentre erano a mensa, udirono la campana suonare a martello e viddero la strada empirsi d’armati che circondarono la casa; dove uno dei Magalotti tentava salire con grida, ma il padrone della casa gli stava incontro a capo la scala. Pur nonostante quelli bentosto salirono su: dei familiari, chi si celava sotto ai letti, e chi saltando per la finestra fuggiva; un povero frate moriva nel salto: lo scrittore di questa scena ringrazia Dio d’avere serbata però sua fermezza. I somieri con le robe furono tutti menati via: ma dalla città venivano uomini mandati dal Potestà e dal Capitano, e con essi uno degli Spini che gli esortò a voltare indietro con la speranza di riavere le robe loro; portavano lettere pontificie, che i Legati negarono pure di farsi leggere: i sopravvenuti gli avviarono tosto per la via dei colli di San Gaudenzio, donde pervennero sulle terre dei Conti Guidi, nel Casentino. Riebbero undici dei loro cavalli e tre somari; il Vescovo di Butronto perdè la cappella sua ed ogni cosa che egli avesse al mondo in oro o in argento, salvo l’anello ch’egli portava in dito e lo stile col quale scriveva sulle tavolette da ricordi. Pandolfo Savelli, che avea più da perdere, perdè ogni cosa.[136]
I Conti Guidi erano parte Guelfi, parte Ghibellini: tutti giurarono fedeltà, e promisero di appresentarsi al Signore e fargli omaggio nella coronazione; i Guelfi si mostravano più caldi, ma chiedeano indugi, temendo i popoli e le terre circostanti. Di quella famiglia era il Vescovo d’Arezzo, che volentieri accolse i Legati nella città sua, e giurò pei beni temporali, avendo quei Vescovi il grado di Conti palatini. Poi gli condusse a Civitella, sua terra murata sopra un alto poggio che domina tutta la Valle di Chiana con ampia corona dei monti appennini: cedeva quel luogo perchè ne facessero come una camera dell’Impero. Di là mandarono citazione ai Fiorentini ed ai Senesi, tosto poi dannandoli come contumaci a pene gravissime secondo il diritto, del quale il buon Vescovo di Butronto capiva poco; ma il Savelli, dicevano tutti che se ne intendesse molto bene. Citarono anche le terre circonvicine a comparire per sindachi, dei quali molti comparvero, pochi si scusarono o chiesero indugio per la paura o per avere le robe loro in su’ mercati dei non ubbidienti. Quelli di Cortona per bocca del sindaco aveano giurato, ma popolarmente in piazza non vollero, dicendo sarebbero stati distrutti dai Perugini, e da quei di Gubbio e di Città di Castello, e che gli Aretini poco gli amavano: ottennero anch’essi però dilazione con poca voglia dei due Legati. Ad essi frattanto mandarono alcuni maggiorenti di Perugia, dicendo voleano avere pace con l’Imperatore, pagandogli certa somma e un tributo annuo pei castelli di ragione dell’Impero che essi tenevano, e per il Lago; le quali cose affermavano di possedere giustamente, avendone privilegio da un papa e consenso da un imperatore; ma chiesti mettessero fuori quei titoli, non gli aveano. Parve una truffa ai due Legati: mandarono un frate per questo a Perugia; ma tosto fu detto a lui se ne andasse, perchè il popolo era guelfo, e quando sapesse che si invocavano carte e privilegi, direbbe tradite le libertà sue. Citarono pure i Conti di Mangona, quei di Montedoglio, Uguccione della Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, i Conti Ubertini e quei da Pietramala, i Marchesi ch’erano assai dai monti d’Arezzo fino a quelli di Perugia: e generalmente i Signori di castelli e nobili dei distretti di Firenze, di Siena, d’Arezzo e di Chiusi; in tutti forse cinquecento Ghibellini e Guelfi. Giurarono molti, il maggior numero in segreto per salvarsi ad ogni evento; chi all’appresentarsi ponea condizioni, i Legati condannavano.[137]
In Genova era venuta a morte l’Imperatrice: dopo di che Arrigo mandò ai Legati lo raggiungessero in Pisa con quante più genti potessero: muovevano questi col Vescovo d’Arezzo e altri Signori che da quelle parti ebbero animo di seguirli: girarono attorno alle terre dei Senesi, e di castello in castello, da Radicofani vennero a Santa Fiora, da quei Conti assai bene accolti, ed avviati per mare fino a Castiglione della Pescaia, dove si distendeva l’ampio dominio dei Pisani. Trovarono in Pisa l’Imperatore, che per avere deposto gli Anziani e messo al governo della città un suo Vicario, avea forte turbato gli animi e discontentati. Aveva da Genova fatto processo ai Fiorentini, dipoi condannati nelle persone e negli averi; da Pisa mandava soldati nei confini loro, e facea gran prede in sulle vie: essi che aveano le loro genti fatte venire di Lunigiana e posto in difesa San Miniato ed altri luoghi, rinforzati di duecento cavalieri che il re Roberto aveva mandati, con grande fervore correano alle armi, prorompendo in grida d’onta contro l’Imperatore, chiamandolo crudele, tiranno e ghibellino: nei bandi loro dicevano, a onore di Santa Chiesa ed a morte del Re della Magna. Tolsero le aquile dalle porte, le rasero dovunque fossero o intagliate o dipinte, pena a chi le riponesse.[138]
Tale era il sentire del popolo di Firenze; ma vero è poi che molto venivano eccitati dai rettori, che degli spiriti popolani si facean arme e ne acquistavano a sè grandezza. Mugnevano il popolo per fare danari, che spargessero la guerra in tutta Italia contro all’Imperatore: onde ire di parte, e poi vendette cadevano sopra i capi di quella setta, da noi più volte nominati. Betto Brunelleschi ghibellino rinnegato, ricco ed avaro, da due giovani dei Donati assalito in casa sua mentre giocava a scacchi e ferito nella testa, moriva indi a poco. Pazzino dei Pazzi s’era acconciato coi Donati della morte di messer Corso: ma era in odio però a quei sempre indistruttibili Cavalcanti; uno dei quali saputo com’egli fosse ito a cacciare col falcone ed un solo famiglio sul greto d’Arno da Santa Croce, gli tenne dietro con alcuni compagni: Pazzino, poichè gli vidde, cominciò a fuggire; ma tosto raggiunto, cadeva trafitto. A quel misfatto, i Pazzi e i Donati, col Gonfaloniere di giustizia, corsero alle case già restaurate dei Cavalcanti; le quali difese da essi e dagli amici loro, non si poterono espugnare; ma quarantotto dei Cavalcanti ebbero condanna negli averi e nella persona, e due figli di Pazzino dal popolo furono fatti cavalieri e donati largamente.[139]
Malvagie sovente erano le opere di coloro i quali teneansi la città in pugno; ma con farla essere tutta guelfa mantenevano ad essa la forza che è nell’unità, e quel carattere per cui solo ebbe ella grandezza. In quell’anno 1311 una provvisione richiamava i Guelfi che dopo all’ottobre 1308, cioè dopo alla morte di Corso Donati, per qualsivoglia cagione fossero fuorusciti, e confermava e rinforzava il bando e le condanne contro a’ Ghibellini, dei quali si leggono i nomi descritti in lunga serie.[140] Sono oltre a mille, chi tenga conto delle famiglie che tutte intere ebbero bando: Ghibellino da quel giorno volle dire nemico e ribelle. Di questa legge fu autore e ad essa dava il nome Baldo d’Aguglione, giureconsulto, cui l’Alighieri diede mala fama: aveva costui dichiarato irrevocabile il lungo esilio del Poeta. Dino Compagni era come guelfo rimasto in Firenze, e, come vedemmo, dannava la guerra che ad Arrigo si faceva; ma quando s’accorse questo Imperatore incrudelire, e fattosi capo della parte ghibellina venire in armi contro a Firenze divisa e guasta, allora il buon Dino, che scampo non vede, poichè non vede giustizia da parte nessuna, depone la penna come disperato con queste parole: «O iniqui cittadini, ora vi si comincia a rivolgere il mondo addosso; l’Imperatore con le sue forze vi farà prendere e rubare per mare e per terra.» Viveva il Compagni più anni dipoi; ma l’istoria non continuava, fallito il presagio ma insieme fallito l’antico disegno, e forse confuso egli e sopraffatto dai tempi nuovi e dalle nuove necessità che non erano a lui nell’animo potute capire, e contro alle quali repugnava l’intelletto con giuste ma inutili ed importune antiveggenze.[141]
Mentre che Arrigo dimorava in Pisa aspettando novelle genti d’Allemagna, il re Roberto aveva mandato in Roma Giovanni suo fratello con secento cavalieri catalani e pugliesi, ai quali bentosto s’aggiugneano le milizie dei collegati di Firenze, di Lucca e di Siena e degli altri amici di Toscana. Giovanni con questa forza e con l’aiuto degli Orsini e loro seguaci teneva il Campidoglio, Castel Sant’Angelo, la chiesa e palagi di San Pietro e tutto Trastevere; gli Imperiali, San Giovanni Laterano, Santa Maria Maggiore, il Colosseo e Santa Sabina. Ciascuna parte s’abbarrò e asserragliò fortemente; nè i Fiorentini di quella città dimenticarono di fare ivi correre come a Firenze il dì di san Giovanni il solito palio di sciamito chermisino. Giunto l’Imperatore in Roma, cercò aprirsi il passo a San Pietro, dove intendeva prendere la corona. Accaddero molti scontri e battaglie, nelle quali essendo rimasti i Pugliesi vincitori, Arrigo nell’agosto del 1312 si contentò farsi coronare in San Giovanni Laterano dai tre Legati del Pontefice, ch’erano il Cardinale da Prato e il Fieschi e il Pelagrù. Dimorò in Tivoli pochi giorni, e per la via di Viterbo, avendo prima visitata Todi che gli era amica, e devastato il territorio di Perugia, venne a Cortona: i baroni alemanni, la maggior parte, più volentieri sariano andati diritto a Pisa e indi tornati alle case loro. Cortona giurava fedeltà a Cesare, ma ostavano i diritti che per diplomi di Carlomagno diceva tenere su quella città il Vescovo d’Arezzo. Era in Cortona venuto un messo da Firenze nel nome di Geri Spini e di messer Pino della Tosa, questi succeduto alla possanza di messer Rosso suo consorto; entrambi più temperati di quelli i quali aveano per l’innanzi tenuto lo Stato: proponeano accordi, che allo scrittore tedesco pareano facili a conchiudere, «perchè io non aveva (soggiugne) imparato a conoscere i Toscani.» Ma nulla si fece; e Arrigo venuto innanzi, batteva Montevarchi, che tre dì essendosi validamente difesa, poi si arrendeva a discrezione: e occupato per battaglia San Giovanni, e senza guerra Figline, ponevasi incontro al castello dell’Incisa. In questi fatti ebbe prigioni cinquanta cavalieri catalani tenuti a soldo dai Fiorentini ribelli; ch’era caso di maestà per gli imperiali giuristi, e volevano fossero impiccati; ma comandò Arrigo che, spogliati, andassero liberi.
Nel forte sito dell’Incisa erano milleottocento cavalieri fiorentini per tenere il passo all’Imperatore: aveva la Repubblica cresciuto fino a milletrecento il numero delle cavallate; gli altri erano forestieri, e gente a piè assai; per anche non erano giunti gli aiuti dei collegati. Venuti nel piano che è sotto al castello, i Tedeschi sul greto d’Arno schierati offersero battaglia; ma quei di Firenze, sebbene fossero maggior numero, la rifiutarono; e i Tedeschi allora, guidati dai fuorusciti che avevano seco, girando per istretti ed aspri luoghi dal poggio di sopra valicarono il castello e vennero dalla parte che è verso Firenze. Dall’Incisa erano usciti molti dei migliori cavalieri, sperando chiudere loro il passo al rientrare sulla via; qui fu assai duro combattimento, ma infine i Tedeschi rispinsero gli altri dentro al castello, e procedendo verso Firenze, l’Imperatore varcato il fiume a’ 19 settembre, poneva il campo al monastero di San Salvi, che è presso alle mura.
Ardeano i Tedeschi e distruggevano all’intorno quanto potevano arrivare, a confessione dello imperiale scrittore; e i Fiorentini vedendo l’arsione delle loro case, s’armarono a suono di campana, e sotto ai gonfaloni delle compagnie vennero in piazza: il Vescovo di Firenze co’ cavalli dei chierici armato vi trasse anch’egli, e tutto il popolo a piede con lui. Serrate le porte di Sant’Ambrogio e de’ Fossi, subitamente vi fecero steccati e stettero a guardia il dì e la notte, finchè non cominciarono a tornare per vie diverse i cavalieri ch’erano all’Incisa; giugnevano gli aiuti mandati da Lucca e da Siena e dalle altre città guelfe di Toscana, dai Bolognesi e Romagnoli e da quei di Gubbio e di Città di Castello, in tutto quattro mila uomini a cavallo e grande numero di gente a piè. Ma nulla tentarono contro agli assedianti per essere senza capo e male uniti, e perchè non si fidavano stare a petto di quella possente cavalleria tedesca. Erano giunti nel campo d’Arrigo altri mille cavalieri che Arezzo e le amiche città di verso Roma ed i signori dei castelli a lui mandavano. Ma egli pure si tenne fermo, nè alla città diede mai battaglia, solo guastando le campagne dove la raccolta in quell’anno era stata ubertosa molto: i contadini di quella parte ch’egli teneva e delle valli di Sieve e di Greve, per fare guadagno, venivano al campo e lo mantenevano fornito. L’Imperatore giaceva infermo in San Salvi di febbre continua; e già temendosi la sua morte, alcuni dei baroni che da più tempo stavano in campo a proprie spese, volendo a sè stessi provvedere per l’inverno, chiesero licenza. I Fiorentini rimbaldanziti, i più andavano disarmati e tenevano aperte tutte le porte, eccetto quella che rimaneva di contro al nemico: entravano e uscivano le mercanzie come non vi fosse guerra. Ebbe Arrigo per qualche tempo speranza d’accordi, essendo ricomparso nel campo quel messo ch’era andato a lui in Cortona; ma si guastarono perchè i Fiorentini ostinatamente a lui negavano l’entrata della persona sua in Firenze, contrastando ora e poi sempre agli Imperatori mettere piede nelle città murate, dove era sovrana la libertà dei Comuni. Consentivano tenesse Arrigo un Vicario che nel dominio dei Fiorentini esercitasse la imperiale giurisdizione, contando poi farlo sgombrare ogni volta fosse egli di troppo; bene accettavano il nome e il diritto, ma non la persona e le armi dell’Imperatore: e questi, perduta ogni speranza di avere Firenze, levava l’assedio il giorno ultimo d’ottobre.
Valicò Arno, ed il pericolo era grande, chè mentre le schiere passavano, quei della città che avevano i ponti e la scelta, con poche balestre potevano assalire o l’una o l’altra parte dei Tedeschi divisi dal fiume: in Firenze suonavano le campane, ma niuno si mosse. Lì appresso nei colli intra i quali scorre l’Ema, era un castello dei Bardi e dentro ventidue nobili donne di quella consorteria co’ loro bambini e molte ricchezze. Il luogo era forte e ben guardato, ma cedè al primo appresentarsi d’Arrigo, il quale faceva onoratamente accompagnare le donne dove a loro piacesse, contro al parere dei Toscani ghibellini che seco erano e volevano farsene un pegno da richiamare all’ubbidienza quella possente famiglia di magnati mercatanti. Arrigo andò a porsi con tutta l’oste indi a San Casciano, dove stette due mesi accampato: molti castelli occupò all’intorno, dei quali abbruciò alcuni ed altri ritenne: troviamo notato in Val di Pesa Lucardo dove si fanno i buoni formaggi, ed il castello di Santa Maria Novella appartenente ai Gianfigliazzi. Frequenti erano le avvisaglie co’ Fiorentini che scorrevano intorno al campo, e spesso avevano la peggiore, sebbene fossero maggior numero: buona prova fecero i cavalieri d’una compagnia di volontà, dov’erano dei più pregiati donzelli di Firenze, alcuni dei quali morirono combattendo a Cerbaia sulla Pesa. L’esercito Imperiale diradava per malattie, nè altro era da fare contro a Firenze; per il che Arrigo dopo l’Epifania muovendo il campo, lo condusse a Poggibonsi; e dimoratovi, restaurava l’antico castello ch’era in sul Poggio a cui diede nome d’Imperiale. Ma qui era stretto dall’una parte dai Senesi, dall’altra dai Fiorentini e da trecento cavalieri che il re Roberto mandò a Colle di Val d’Elsa. Cosicchè Arrigo, scemato di genti e di là partitosi, giugneva in Pisa non senza contrasto a’ 9 di marzo.[142]
Quivi sovvenuto d’armi e di danari e di galee dai Genovesi e da Federigo di Sicilia, e avuto anche di Allemagna grande rinforzo, s’apparecchiava a maggiori imprese; frattanto bandiva ribelli all’Impero il re Roberto ed i Fiorentini.[143] I quali per questo crescente pericolo e perchè i grandi, aggravati dalla guerra, più forte chiedevano avere parte nei magistrati, diedero per cinque anni al re Roberto la signoria della città, a questi patti che ne pigliasse egli la guardia e la difesa, senza alterare però il governo come era allora costituito, salvo che in luogo del Potestà il re mandasse un suo Vicario che si mutava ogni sei mesi: il primo di questi, Iacopo Cantelmo, venne in Firenze nel giugno del 1313. Lucca e Pistoia fecero anch’esse quel che Firenze aveva fatto. A’ 5 d’agosto l’Imperatore muoveva da Pisa per ire contro al re Roberto; ma dopo avuti co’ Fiorentini piccoli scontri intorno a Siena, egli già infermo da più tempo, ai 24 dello stesso mese venne a morte in Buonconvento, e fu detto di veleno a lui apprestato in modo sacrilego: queste favole consolano i civili odii e gli intristiscono. La sepoltura di lui si vede tuttora nel Camposanto della città di Pisa, che a lui fu tanto bene affetta.