A questa novella, una domenica mattina, 6 ottobre 1308,[128] si levò grande rumore: per ordine della Signoria le campane suonano a martello, si radunano i Consigli, ed in un’ora Corso Donati viene accusato e giudicato e condannato come rubello e traditore del Comune. Da casa i Priori mossero incontanente dietro al gonfalone della giustizia, il Potestà ed il Capitano e l’Esecutore con le loro famiglie, ed i gonfaloni delle compagnie col popolo armato, e le masnade catalane col Maliscalco del re Carlo: aveano chiamato dal contado le compagnie delle leghe, ma queste poi non abbisognarono. A furore di popolo andarono contro alle case dei Donati da San Pier Maggiore. Del che subito avvisato Corso, si asserragliava con forti sbarre a piè di una torre a cui facevano capo due strade; seco avea molti consorti ed amici e fanti armati con balestre; i Bordoni erano a lui venuti con gran seguito e co’ pennoni dell’arme loro. Egli per la gotta non potendo maneggiare le armi, inanimava e lodava i suoi che francamente combattevano; aspettava l’aiuto dei soldati d’Uguccione, e sperava quello dei nobili d’oltrarno e di alcuni altri per la città. Durò la battaglia gran parte del giorno; si combatteva con lance e con balestre e pietre e fuoco; gli assalitori di numero soverchiavano, ma tutti non erano dell’animo stesso, a taluni non piacendo quello che si faceva. Sull’ora di vespro si udì che le genti di Uguccione tornavano indietro da Remole per un falso avviso, come poi fu detto, pel quale crederono Corso a quell’ora essere stato già preso e morto. Allora quelli di dentro al serraglio si cominciarono a partire; e certi del popolo, avendo rotto il muro d’un giardino, entrarono dentro. Corso, vedendosi rimasto molto sottile di gente, deliberò abbandonare la difesa ed uscire dalla città; gli amici suoi fuggirono per le case, taluni fingendo essere della contraria parte. Uomini armati andavano intanto a caccia dei fuggenti; e avendo incontrato sul ponte d’Affrico Gherardo Bordoni l’uccisero, e un giovane degli Adimari Cavicciuli, tagliatagli barbaramente una mano, andava a conficcarla nell’uscio d’un altro Adimari suo nemico. Alla fine Corso, anch’egli fuggendo, presso a Rovezzano fu raggiunto da certi soldati catalani, i quali volendo menarlo preso a Firenze, ed egli pregandoli e promettendo molta moneta se lo scampassero, nè potendo ciò da essi impetrare; come fu presso a San Salvi, per paura di essere giustiziato, si lasciò cadere dal mulo sul quale l’aveano posto; ma infermo com’egli era per la gotta, gli rimase un piè nella staffa, e la bestia più traeva. Accorrevano i villani ed altra gente; uno dei soldati, temendo non glielo cavassero dalle mani, gli diede d’una lancia nella gola e lo lasciò per morto. I frati di San Salvi lo fecero trasportare al loro monastero, chi disse vivo e pentito de’ suoi peccati, chi disse già morto: ivi fu interrato senza pompa, per timore del Comune.[129] Ma dopo tre anni ammorzati gli odii, ed in molti ridestandosi l’amore per Corso, ed in più altri l’ammirazione; i consorti e gli amici di lui, dissotterrato il cadavere, gli celebrarono in San Salvi esequie solenni, ma non però senza che uomini armati stessero a guardia della chiesa contro ogni insulto degli avversari.

Capitolo VII. ARRIGO VII. — UGUCCIONE DELLA FAGGIUOLA. SIGNORIA DEL RE ROBERTO. [AN. 1309-1321.]

Per la morte del re Carlo II d’Angiò, Roberto suo figlio, e già duca di Calabria, era succeduto alla corona del regno di Puglia nel mese di maggio dell’anno 1309, essendo rimasta quella di Sicilia in potestà di Federigo Aragonese. Ma il re Iacopo d’Aragona, che dimorava in Ispagna, era venuto in grande concordia con gli Angiovini di Napoli, e quindi co’ Guelfi di tutta Italia. Firenze aveva nimicizia permanente co’ Pisani che in Toscana erano sempre capi della parte ghibellina, cacciato avendo di signoria Nino di Gallura, che insieme al conte Ugolino della Gherardesca l’aveva tirata per brevi anni a parte guelfa. Di questo Nino rimaneva la figlia unica Giovanna (che Dante ricorda con tanto dolci parole), erede ai possessi ed ai titoli sovrani del padre in Sardegna. Ma perchè Iacopo d’Aragona si stringesse agli Angiovini contro al fratello di Sicilia e rinunziasse ai suoi diritti sopra a quell’isola, Bonifazio VIII gli aveva largita una papale investitura sulla Sardegna; e i Fiorentini, mentre diceano loro fine essere l’insediare la figlia innocente del Giudice di Gallura, null’altro cercavano che indebolire i Pisani chiamando in Sardegna il re d’Aragona. Con essi era pace in quegli anni, e tra le due Repubbliche passavano lettere bugiardamente affettuose: mentre da quella di Firenze si offriva danaro all’Aragonese perch’egli scendesse a occupare la Sardegna, mandandogli a questo fine ambasciatori. A nulla riuscirono coteste pratiche per allora, perchè il re Iacopo avendo in casa guerra migliore contro ai Mori di Granata, preferì all’oro dei Fiorentini l’aiuto di navi offertogli da Pisa, e questa mantenne per altri pochi anni il possesso di Sardegna a malgrado i Fiorentini, cui non parevano stranieri all’Italia altri essere che i Ghibellini, e senza scrupolo si aiutavano di chiunque mostrasse favorire parte guelfa. Cercavano insieme per via di trattati estendere i commerci loro di molto ampliati negli ultimi anni, e massimamente in quei paesi i quali restavano tuttora più addietro nello svolgimento delle industrie. Di quei maneggi abbiamo un cenno, ma insufficente, dal Villani, e la notizia ne rimaneva chiusa negli archivi, finchè ai dì nostri non venne in luce tratta dai registri della Signoria.[130]

Dacchè fu eletto Clemente V, prima arcivescovo di Bordeaux, era il papato tenuto in Francia sotto la dura custodia del malvagio re Filippo il Bello. A questo andarono le ambizioni fatte allegre nei pontefici dopo alla caduta di Casa Sveva; ma quella caduta, e poi la lunga vacanza e l’abbassamento dell’Impero, non che rialzare la Chiesa di Roma, sembravano piuttosto avere invilite le braccia di lei, come si esprime il Compagni. Dappoichè nacquero come ad un portato il nuovo Impero occidentale e la potenza civile dei Papi, le due supreme potestà, che il mondo cristiano invocava, si sostenevano l’una l’altra in mezzo alla stessa perpetua lotta che era tra loro, così fattamente da essere l’una all’altra necessarie; entrambe avendo comune ragione nella universalità di quel principio che in due non mai bene poteva dividersi, e che ambo insieme rappresentavano. Bene gli antichi imperatori volevano imporsi patroni alla Chiesa, ma grande ed alta sempre la volevano; invece i due primi re Angiovini, chiamati e nutriti da Papi francesi, la tennero sotto a odiosa tutela, e parte guelfa mutò sembianza poichè ebbe a capo un re forestiero. Poi la violenza che tirò in Francia la sedia istessa pontificale, prostrava in Italia ogni principio d’autorità; gli Stati della Chiesa vedeano alternarsi tirannie prelatizie e cittadine, e Roma lacera e impotente non sapea portare nè il peso istesso del nome suo, nè il beneficio della libertà. Ora Filippo avea teso ogni arco per fare avere il seggio imperiale a suo fratello Carlo di Valois, che ai papi sarebbe stata servitù peggiore di quella temuta sotto Casa Sveva dalla unione all’Impero dei reami di Sicilia. Clemente V allora ebbe un forte pensiero; e lungi dal cedere al re Filippo su questo punto, faceva eleggere il conte Arrigo di Lucemburgo: i nostri cronisti di ciò fanno onore al cardinale Niccolò da Prato.

Il nuovo eletto era signore di piccolo Stato, ma savio e prode; la dignità imperiale scaduta di forza, avendo percorso anch’essa il tempo delle esorbitanze sue, parea volersi con Arrigo VII ritrarre alla fonte e alla purezza del suo principio. In quanto all’Italia, intendeva egli esercitarvi d’accordo col Papa quell’alto ufficio di moderatore che dalle congiunte due potestà il mondo aveva più secoli invocato vanamente. Era una splendida astrazione, e sembra invero che Arrigo VII l’avesse nell’animo franco e leale: i migliori uomini d’Italia aspettavano lui sanatore di quelle piaghe che a tutti dolevano. Dante, all’udire non falsamente predicare il senno e la moderazione di lui, credette in lui scorgere quell’uomo del suo pensiero, che uniti in concordia l’Impero e la Chiesa, e dato ordine all’Italia, sotto di sè agguagliasse, arbitro supremo, le sorti del mondo composte a giustizia ed a temperata libertà: quindi egli serbava a lui nel poema un seggio tra’ sommi nel più alto Paradiso. Un altro virtuoso ed illustre fiorentino, guelfo e popolano, di mite ingegno e di natura poco ambizioso, Dino Compagni, anch’egli aveva chiamato co’ voti Arrigo, e aveva in lui sperato. In quella vacanza che il nostro Dino faceva principiare dalla morte di Federigo II (quegli non tenendo veri imperatori i quali non erano discesi in Italia a pigliar la corona) l’Imperatore del Cielo, scrive egli, provvide e mandò nella mente del Papa e dei Cardinali di eleggere il savio Arrigo di Lucemburgo. Il Compagni, guelfo al modo stesso dell’Alighieri, voleva però che nell’Italia non fosse spenta l’autorità dell’Impero, la cui potenza sognavano ordinatrice sovrana, bastante a frenare con armi legittime le tirannie d’ogni sorta; e così quella dei re di Francia, che angariavano i pontefici, come in Italia quella dei tiranni lombardi o toscani, ghibellini o guelfi, signori feroci in chiuse castella, o falsi o invidi popolani. E Dino condanna le città e i signori che ad Arrigo resistevano, e soprattutto l’ardimento dei Fiorentini o dei capi della parte nera, che per danari o per ogni maniera di pratiche destavano contro al Signore giusto ribellione. Giovanni Villani, benchè si tenesse coi Guelfi più stretti, applaudiva anch’egli ad Arrigo, chiamando lui «savio e giusto e magnanimo, disceso per farsi pacificatore dell’Italia.»

La massa intanto di parte guelfa tutta era in arme ed in sospetti per la prossima venuta del nuovo eletto Imperatore. Il re Roberto, che n’era capo, aveva mandato in Firenze un suo maliscalco con 300 cavalieri catalani, i quali andarono coi Fiorentini verso Arezzo, ed ivi ebbero buon successo contro agli Aretini condotti da Uguccione della Faggiuola. Poi nel giugno del 1310, quando si appressavano ad un’altra spedizione contro di quella città, una lettera imperiale comandava loro di abbandonare la impresa, Arrigo intendendo scendere in Italia a comporre le discordie. Mandava poi questi in Firenze Luigi di Savoia, eletto da lui senatore in Roma, con altri a richiedere la città di fargli omaggio nella coronazione sua, e che frattanto gli inviassero ambasciatori a Losanna; innanzi tutto richiamassero le genti loro da Arezzo. Molti dispareri sorsero in Firenze per tale ambasciata, e assai fu discusso circa l’ubbidire o no: rispondeva prima nel Consiglio Betto Brunelleschi, che mai per niuno Signore i Fiorentini inchinarono le corna: ma più onestamente, sebbene allo stesso effetto, rispose Ugolino Tornaquinci in nome della Signoria. Gli uomini savi ripresero Betto, nè il popolo lo commendò. Gli ambasciatori continuando recarono alle genti sotto Arezzo il comandamento di partirsi; ma non avendo ciò ottenuto, andarono a porsi in Arezzo molto indignati contro a’ Fiorentini.[131]

Aveano molte città italiane mandato ad Arrigo ambasciatori in Losanna: e già quelli dei Fiorentini erano eletti, ed avevano apparecchiato i panni per le robe da comparire onorevoli, e fatti altri apprestamenti; allorchè per certi grandi guelfi di Firenze si sturbò l’andata. Ora appresentandosi al Signore le varie ambascerie delle città di Toscana, domandò perchè non vi fosse quella di Firenze. Rispostogli essere per il sospetto che ivi si aveva di lui, ripigliò: «Male hanno fatto, chè nostro intendimento era di volere i Fiorentini tutti, e non partiti, a buoni fedeli; e di quella città fare nostra camera e la migliore di nostro imperio.[132]» Altre difficoltà sorsero fra lui ed i Fiorentini, i quali nel seguente agosto maggiormente insospettiti, fecero mille cavalieri cittadini, si cominciarono a guernire di soldati e di moneta, e strinsero lega col re Roberto e con più città di Toscana e di Lombardia, all’intento d’impedire la passata d’Arrigo in Italia: mentre al contrario i Pisani, che la bramavano, mandarono a questo 60 mila fiorini d’oro, ed altrettanti gliene promettevano quando fosse giunto nella città loro. Con questo aiuto si mosse Arrigo da Losanna per passare le Alpi. Ed in quel tempo il re Roberto tornando da ricevere la corona in Avignone venne in Firenze: intimorito al pari dei Fiorentini per la passata dell’Imperatore, si sforzò di conciliare i Guelfi tra loro, ma con poco frutto. Albergato nella casa dei Peruzzi, ebbe dalla Repubblica onoranze e molto danaro, tantochè ogni dì più si andava rafforzando con lui l’amicizia.

Sul cadere di settembre l’Imperatore, passato il Cenisio, calò in Piemonte ed in Lombardia. Soggiornò in Asti più di due mesi, e di lì poi giunto ad un bivio che conduceva quindi a Milano e quindi a Pavia, il vecchio Matteo Visconti caporale dei Ghibellini, alzando la mano, gli disse: «Signore, questa mano ti può dare e torre Milano.[133]» Matteo era capitano di quasi tutta la Lombardia, uomo astuto più che leale. Guidotto della Torre, che dominava in Milano, capo di parte guelfa e unito in lega co’ Fiorentini, vedeva con timore avanzarsi l’Imperatore in compagnia dei Visconti: avrebbe voluto fare resistenza; ma visto non potersi fidare del popolo, accolse con grandi dimostrazioni di rispetto l’Imperatore; il quale condusse le due famiglie rivali a forzata riconciliazione, donde usciva quindi con la caduta dei Torriani la signoria dei Visconti. Era il gennaio 1311: la venuta dell’Imperatore fu nell’Italia variamente accolta. Lo sperare dei Ghibellini si ridestava, e invano Arrigo mostrava volere essere amico a tutti; pigliava in Milano la corona, ed accoglieva del pari Guelfi e Ghibellini: seco erano tre Cardinali legati del Papa; cosicchè la prima volta, ma per breve tempo, le due supreme potestà sembravano congiunte insieme, in un voler solo. Ma di ciò quegli animi sfrenati non si contentavano; i Ghibellini diceano, e’ non vuole vedere se non Guelfi; e i Guelfi diceano, e’ non accoglie se non Ghibellini.[134] Falliva la parte d’arbitro supremo, che Arrigo si aveva assunta con lo scendere in Italia; costretto accorgersi dove fossero i suoi amici naturali e dove i nemici, senz’altra forza che dei baroni accorsi a lui, senza moneta, quando non la spremesse di fondo al popolo; Arrigo, a malgrado i buoni suoi proponimenti, costretto vessare e costretto inferocire, bentosto non fu in mezzo ad uomini italiani altro che un tedesco imperatore. L’avere egli posto vicari imperiali nelle città invece dei potestà e dei capitani, diceva abbastanza quel ch’egli volesse. Così era tutta la vita nostra ricacciata un secolo addietro, e innanzi tempo compressi i vizi nella servitù. Firenze, postasi a capo della contraria parte, allora si diede a rinforzarsi di mura, a stringersi maggiormente colle città guelfe toscane e lombarde, ad esortarle si opponessero per ogni modo all’Imperatore, inviando loro a questo effetto moneta e soccorso di soldati mercenari.

Dante in Milano avea veduto l’Imperatore, dal quale sperava in patria il ritorno. Poi dal Casentino, dove era in casa i Conti Guidi, scriveva due molto famose lettere, che una ai principi ed ai popoli d’Italia perchè si assoggettassero all’Imperatore, e l’altra a questo, esortandolo al compimento della impresa; nella prima intitolando sè stesso «l’umile italiano Dante Alighieri fiorentino indegnamente sbandito;» e la seconda, oltrechè nel proprio suo nome, in quello di «tutti universalmente i Toscani che pace desiderano,» degli esuli cioè che a Dante s’erano accompagnati e di coloro che a lui consentivano. In questa esortava l’Imperatore a rompere ogni indugio; scendesse tosto di Lombardia, venisse contro a Firenze sola, dove era il nido e la forza della ribellione; questa essere «la pecora inferma, la quale col suo appressamento contamina la gregge del suo signore:... lei ricondotta, le sparse forze dei contumaci in Lombardia tosto verrebbero sgominate:... ed allora l’eredità nostra, la quale senza intervallo piangiamo esserci tolta, incontanente ci sarà restituita.» In questa lettera è solenne documento dei concetti e dei dolori e delle passioni che dentro agitavano la fiera anima del Poeta.

L’Italia pareva cedere ad Arrigo. Cremona soccorsa dalle genti e dai danari dei Fiorentini gli faceva resistenza: tuttavia poco stante venne in potestà sua, mandando a lui dei suoi cittadini scalzi col capo nudo, in sola gonnella e colla correggia al collo a domandare mercè: i Bresciani, dapprima ossequiosi, istigati poi dai Fiorentini, in un subito gli negarono ubbidienza, e tornarono poscia ad arrenderglisi nel settembre del 1311. Siccome però Milano e la parte dei Torriani insorgevano, era evidente come tutte quelle città null’altro aspettassero che il destro a nuovamente ribellarsi. Ma Genova accolse poco dipoi tra le sue mura l’Imperatore, che fu onorato con pari sollecitudine dalle due fazioni, quella dei Doria che vi dominava, e quella degli Spinola che n’era stata sbandita. Parma ed alcune città di Romagna erano tenute fortemente da un cavaliere catalano che era a’ servigi del re Roberto; con esso andavano le genti dei Fiorentini e i fuorusciti di Brescia e quelli che indi a poco rientrarono in Cremona. Padova si ribellava anch’essa in quei giorni: i Fiorentini, mentre cercavano suscitare da ogni lato nuovi nemici ad Arrigo, si studiavano anche di porgli inciampi con l’inviare a questo effetto legati nella corte Avignonese, dove spesero assai danari e altro non ebbero che parole. Munivano intanto di forti difese i vari passi dell’Appennino; e rinnovarono la lega co’ Bolognesi, Lucchesi, Sanesi, Volterrani e Pratesi, e con tutte le altre terre guelfe di Toscana, mentre taglieggiavano Pistoia molto aspramente colle imposte. Si dava Siena di ora in ora a questo o a quello.