Era morto Bonifazio VIII dell’insulto avuto in Anagni per mandato di Filippo il Bello re di Francia, e del quale era stato orditore Musciatto Franzesi dal suo castello di Staggia presso Poggibonsi. Il nuovo papa Benedetto XI con buona intenzione mandò in Firenze paciere il cardinale Niccolò da Prato dell’ordine de’ Predicatori, uomo a que’ tempi assai rinomato e d’origine ghibellino. Giunse egli nel marzo, ed ebbe dal popolo balía per un anno con l’autorità di potere costringere i cittadini alla pace, la quale fu fatta da principio con grande festa e suonare le campane; ma non però tutti la volevano. Il vero popolo la desiderava; ma i grassi popolani e i grandi che reggevano lo Stato, forte temevano il ritorno dei fuorusciti fatti ribelli, dei quali occupavano le possessioni. Il Cardinale rinnovò l’ordine delle Compagnie armate del popolo, come erano state a tempo degli Anziani: rimase quell’ordine e fu maggior forza alla parte popolare. Di più, egli fece venire quattordici fra i caporali dei fuorusciti bianchi e ghibellini per trattare con loro d’accordo: venuti, alloggiarono in casa i Mozzi dove stavano rinchiusi da sbarre per non essere offesi: i Ghibellini di dentro aveano frattanto levata la testa, e alcuni di plebe furono visti baciare le armi degli Uberti. I Guelfi erano tra sè divisi: ma taluni dei principali fecero di nascosto dire ai quattordici caporali che si partissero, perchè altrimenti avrebbero il grosso del popolo contro; e quelli sgombrarono. Dopo di che il Cardinale fu consigliato fare una mossa inverso Pistoia, e rappacificare quella terra sempre più feroce d’ogni altra nelle parti cittadine. Ma trovò gli animi troppo duri; e a Prato istessa patria sua i Guazzalotri che ivi dominavano, istigati dai reggitori di Firenze, se gli voltarono contro e cacciarono i parenti di lui che sdegnato bandiva la croce addosso a Prato. Faceva poi da Firenze muovere le armi contr’essa; ma quella radunata di milizie diede nuovi sospetti, ed egli essendo minacciato in casa e veggendo fallato lo scopo cui era venuto, si partiva di Firenze ai 4 giugno, dopo avere dannato i cittadini all’interdetto.
In mezzo a queste perturbazioni un fatto lugubre aveva lasciato molto gli animi atterriti. A festeggiare il Cardinale da Prato, che era in amore dei cittadini quando speravano per suo mezzo d’avere concordia, si fecero per calendimaggio a gara l’una contrada dell’altra le usate allegrezze, «come al buon tempo antico.» Infra gli altri, quelli di Borgo san Frediano pensarono un gioco, ma odioso molto e spaventevole: mandarono un bando che chiunque volesse sapere novelle dell’altro mondo dovesse quel dì essere in sul ponte alla Carraia e d’intorno all’Arno: quivi su barche e navicelli avevano fatta come una figura dell’inferno con fuochi ed altre sembianze di tormenti, e uomini contraffatti a demoni orribili a vedere e anime ignude messe a quei martorii con tempesta di strida grandissime. Era il ponte alla Carraia allora di legname da pila a pila; talchè per la gente che vi trasse si caricò tanto, che rovinò in più parti e cadde con quelli che v’erano sopra. Molti vi annegarono o si guastarono le persone, molti (come per beffa era ito il bando) andarono morti a sapere novelle dell’altro mondo, con grande pianto e dolore di tutta la città, che ognuno credette avervi perduto il figlio o il fratello.[117]
Per le paci fatte dal Cardinale da Prato erano tornati e rimanevano in Firenze alcuni dei Bianchi; tornarono quelli che professavano mantenersi Guelfi, il che volea dire stare col popolo delle Arti e non permettere che i grandi rompessero gli ordini posti contro a loro. Si trovò pertanto, partito appena il Cardinale, grande in Firenze la possa dei Cavalcanti, dei Gherardini e dei Cerchi: di questi, Vieri pare non fosse tornato in Firenze. Andò in Arezzo dopo l’esiglio e pubblicò avviso, che chiunque avesse ad avere da lui, mandasse là e sarebbe pagato cortesemente: dicesi che pagò più di 80 mila fiorini.[118] Ma la fortezza dei ritornati era nelle case dei Cavalcanti presso a Mercato Nuovo, dove oltre a quelle che abitava la famiglia loro assai numerosa, molte ne avevano all’intorno; e i quattordici caporali prima di partirsi aveano fatto consiglio di ridursi in quelle case dei Cavalcanti e quindi combattere. Ma non furono voluti ricevere, perch’era tra essi uno degli Uberti con altri spacciati Ghibellini, ed i Cavalcanti anch’essi odiavano quella parte. Ora dunque di là cominciava la mischia: non fece alcuna mossa Corso Donati perchè era infermo di gotta, e per lo sdegno preso contro ai capi della parte nera. I Medici e i Giugni primi assalirono i Bianchi: ma questi, bene sostenuta la battaglia, prevalsero tanto co’ loro seguaci, che si distesero per Mercato Vecchio fino a San Giovanni senza contrasto. Era cresciuta ad essi la forza dalla città e dal contado; molta gente del basso popolo gli seguiva, e i Ghibellini per la meglio si accostavano a loro: di campagna erano venuti quei da Volognano signori di castella, co’ loro amici; si disse, più di mille fanti. Pareano allora i Neri sul punto d’essere cacciati, quando ser Neri Abati, priore di San Piero Scheraggio, quello che noi già vedemmo gridato reo d’avvelenamento, parente a quel Bocca traditore che avea fatto cadere a terra in Monte Aperti la bandiera guelfa, per accordo fatto co’ Neri appiccò il fuoco alle case di altri Abati: era fuoco lavorato, a quel che dissero; ed in altri luoghi da altri fu appiccato nel tempo stesso. Le fiamme in poco d’ora da Mercato Vecchio si estesero in Calimala; e con empito e furia col conforto della tramontana, e per l’alimento che loro porse la fusione di certe immagini di cera appese alla nostra Donna ch’era nella loggia di Orto San Michele, in quel giorno distrussero oltre le case degli Abati quelle dei Caponsacchi, degli Adimari, Toschi, Lamberti, e moltissime altre; non che le botteghe di drappi di Calimala, tutte quelle attorno a Mercato Vecchio sino a Mercato Nuovo, e le case dei Cavalcanti, dei Gherardini, dei Pulci, degli Amidei, degli Amieri. L’incendio si distese da Vacchereccia per la strada di Por Santa Maria fino al Ponte Vecchio: giunse fin presso al Palagio della Signoria, distrusse quello del Capitano e la torre dov’era la campana, che ruinò con grande fracasso. Il danno di arnesi, tesori e mercatanzie fu senza misura, perchè in quei luoghi erano quasi tutte le merci e cose care di Firenze. Inoltre la città fu posta a ruba dagli armati, poichè mentre le case ardevano si combatteva in più parti. I malandrini pubblicamente correvano tra le fiamme rapinando ciò che potevano arraffare; nè alcuno attentavasi a ridomandare il suo, chè ognuno paventava di peggio, e tutti tremavano. Il Potestà con molti soldati venne in Mercato Nuovo, ma non fece alcuna difesa, nè prestò aiuto: guardavano il fuoco, e standosi a cavallo davano impedimento ai pedoni e a chi tentava soccorrere. In quel giorno, che fu a’ 10 di giugno 1304, si trova che oltre a 1700 case fossero guaste: erano anguste generalmente, molte famiglie avendo più case attigue pei figli che via via si ammogliavano.[119]
Per quell’incendio furono abbassate molto le antiche famiglie le quali tenevano il primo cerchio, o (come scrivono) il midollo e torlo, della città di Firenze, quasi tutto arso e devastato. Nè credo io per questo che un pensiero neroniano spingesse con animo deliberato la nuova gente a disfare il nido dove buon numero degli antichi grandi avevano stanza; ma certo è che allora ogni signoria di nobili può dirsi che fosse interamente diradicata, e i nuovi ordini assodati. Dentro alle città ed in Firenze massimamente erano come due campi nemici: molto importava la postura dei caseggiati dove le schiatte viveano co’ loro consorti ed attorniate dai loro dipendenti, difese da torri che si guardavano l’una l’altra così fattamente che la vicinanza spesso faceva nascere le amicizie come le inimicizie; certi quasi direi punti strategici atti al difendersi o all’aggredire faceano la forza d’alcune famiglie. Quegli tra i grandi che vennero ultimi si posero oltrarno; e possenti pei commerci, e uniti tra loro, vedremo più tardi che guerra facessero. Ma qui nel centro del primo cerchio erano le case di molti più vecchi e già scaduti signori, in mezzo a cui stavano alcuni dei più recenti che si avevano procacciata grandezza col farsi Guelfi. I più di questi erano divenuti Bianchi; e primi tra essi rimaneano i Gherardini, grandissimi in contado; e soprattutti i Cavalcanti,[120] perchè oltre a’ castelli e alle possessioni aveano gran numero di case in Firenze: quindi è che l’assalto andò contro a loro più direttamente. Aveano essi da principio voluto correre e metter fuoco alle case dei nemici, ma la parte loro gli ritenne. Patirono danni maggiori d’ogni altro per la molta entrata di pigioni che aveano in quel luogo frequentatissimo di botteghe, e furono con gli altri fatti ribelli dopo al fuoco. Del popolo molti aveano patito gravissimi danni, ma nulla fu a petto della gran percossa ch’ebbero i nobili; i quali divisi tra loro, non che provarsi in quel disfacimento a rompere gli ordini della giustizia, ciascuna parte s’abbracciò col popolo per mantenersi quanto oramai fosse possibile in istato. E qui, anticipando di poco i tempi, diremo altre ruine dei Cavalcanti; i quali essendosi afforzati in certi loro castelli di Val di Greve e di Val di Pesa (che uno, il più forte, avea nome delle Stinche), il popolo uscito gli assaltò e disfece; e perchè i prigionieri menati in Firenze furono chiusi dentro ad un carcere di nuovo fabbricato, questo pigliò nome di carcere delle Stinche; nome che durava fino ai giorni nostri. Feroci tempi, nei quali vivere più non sapevano in città divisa altro che vinti nella oppressione, o vincitori con prepotenza; quindi la parte troppo sovente stava in luogo della patria, che pure amandola disfacevano a solo fine di possederla, o costretti erano di abbandonarla.
Fin qui esponemmo le sorti dei Bianchi tornati in Firenze perchè volevano rimanere Guelfi: rifacendoci ora un poco indietro, diremo degli altri. Dopo l’esilio i fuorusciti, avuto in Siena dubbioso favore, s’erano la maggior parte raccolti in Arezzo, città ghibellina e che aveva per Potestà un uomo molto possente e riputato nella sua parte, Uguccione della Faggiola, signorotto d’uno tra’ castelli frequenti allora nei più alti gioghi dell’Appennino. Quivi dimorarono oltre ad un anno i fuorusciti, e sotto l’ombra di Uguccione essendosi data forma di governo regolare, elessero loro capitano Alessandro da Romena dei conti Guidi, e intorno a lui dodici consiglieri, uno dei quali fu Dante. Ma si era Uguccione in quel tempo rappacificato col papa Bonifazio VIII; laonde i Bianchi d’Arezzo fecero capo a Scarpetta degli Ordelaffi, signore in Forlì, che aiutandosi d’una Lega possente in Romagna avea messo insieme quattro mila fanti e settecento cavalli; ai quali aggiugnendosi i fuorusciti, deliberarono insieme uno sforzo contro la Toscana. Aveano per loro gli Ubaldini di Mugello; nel quale entrati assalirono il castello di Puliciano, ma con successo infelicissimo, perchè molti dei loro essendo morti o presi, questi ultimi ebbero iniquo supplizio dal crudele Potestà dei Fiorentini; i quali avevano rinnovata contro ai ribelli la taglia o lega con gli amici Guelfi di Toscana.[121]
In questo mezzo, quattordici della parte dominatrice in Firenze erano stati da Benedetto XI citati a comparire in Perugia dinanzi a lui, per quivi purgarsi della rifiutata pace e delle minaccie fatte al Cardinale da Prato e dell’incendio. Corso Donati, benchè si fosse tenuto di mezzo, andò con essi; andarono messer Rosso della Tosa, Geri Spini, Betto Brunelleschi ed altri, con grande accompagnamento: ma sopravvenne la morte di quel buon Pontefice; di che fu gran pianto, e uscirono gravi e lunghi danni alla cristianità. Intanto però i fuorusciti, pigliato animo dallo sdegno del Papa contro ai Caporali di Firenze e dalla assenza di questi, s’erano acconciati co’ Ghibellini di Pisa e con Tolosato degli Uberti che era Capitano allora in Pistoia. Gli Uberti, rubelli da quarant’anni della patria loro e che non aveano quivi trovato mercede nè misericordia, non s’abbassarono però mai, e fuori tennero grande stato praticando con re e con signori quanto potevano per la parte loro.[122] Si erano i Pisani avanzati fino a Marti; muovea Tolosato da Pistoia con trecento cavalieri; quei di Forlì, capitanati dal Baschiera dei Tosinghi,[123] giovane ardito che avea seco 1200 uomini d’arme a cavallo e molti aiuti di Bolognesi, Romagnuoli, Aretini, scendendo giù per l’Appennino, inopinatamente furono alla Lastra sopra Montughi presso a Firenze due miglia. Nella città era malferma ogni cosa: i reggitori, non sapendo bene quali avessero amici o nemici, diceano parole umili, e spargevano essere giusto richiamare gli sbanditi. Se quei della Lastra facevano impeto, entravano forse nella città sprovveduta, dalla quale erano taluni usciti a confortarli facessero presto. Ma indugiarono quella notte per aspettare l’Uberti, che da Pistoia veniva per l’Alpe co’ suoi cavalieri e molti soldati a piede. Poichè non lo vedevano comparire, allo spuntare del giorno 20 luglio, il Baschiera dei Tosinghi, vinto da volontà più che da ragione, come giovane, vedendosi con bella gente, si cacciò innanzi ed entrò nei borghi di San Gallo senza contrasto, chè allora non erano fatte le mura nuove nè i fossi, e le vecchie, schiuse e rotte in più parti. Ruppero un serraglio, del quale gli Aretini trassero il chiavistello e per dispetto portato ad Arezzo lo posero nella loro maggior chiesa. I Bolognesi erano rimasti alla Lastra, forse perchè a’ Guelfi ch’erano tra loro non piacea l’impresa. Ma gli entrati, che furono oltre a 1200 cavalieri con molto popolo di contadini che gli avevan seguitati, si schierarono in sul Cafaggio presso alla chiesa dei Servi e fino a quella di San Marco, con le insegne bianche spiegate e con le spade ignude e rami d’ulivo gridando Pace. Il caldo era grande, sicchè parea che l’aria ardesse, e il luogo mancante d’acqua per loro e pe’ cavalli. Alcuni de’ più bramosi fuorusciti venuti alla Porta che si chiamava degli Spadai, la ruppero, entrando con parte della loro gente fino presso alla piazza di San Giovanni: e se la schiera grossa gli seguitava, quel dì avrebbono avuto vittoria: imperocchè molti nella città gli aspettavano: ma poichè seppero che insieme con gli usciti Guelfi bianchi era gran forza di Ghibellini di Toscana e fuori, nemici antichi della città, si mutarono per odio di quel nome e per temenza d’essere poi cacciati e rubati, se in loro favore si fossero discoperti. Cotesti più degli altri si mostrarono vivi alla difesa per non parere colpevoli; e così forse dugento cavalieri e cinquecento pedoni raccoltisi intorno a San Giovanni rispingeano fuori della porta gli avversari, quando avvenne che ardesse per fuoco messovi un palagio presso alla porta; e il fuoco cresceva. Quelli della schiera grossa rimasti in Cafaggio si crederono traditi, e già fiaccati dalla sferza del sole e dalla sete, e avendo sentito che i Bolognesi al primo annunzio di mala riuscita si erano partiti dalla Lastra; tutti si misero in fuga, gettando l’armi senza assalto o caccia di cittadini, che quasi non uscirono loro dietro. Tolosato degli Uberti scontrati in Mugello i primi fuggenti cercò ritenerli, ma fu invano. Nella disordinata fuga, molti trafelarono, e molti presi furono impiccati nella piazza di San Gallo e sugli alberi per la via. Tale fine ebbe quella impresa, dopo alla quale i fuorusciti si dispersero tra’ Ghibellini cercando rifugio. La sorte istessa toccò a Dante, sebbene dobbiamo tenere per certo non essere egli venuto con gli altri contro a Firenze,[124] biasimando quella mossa, e fin da principio avendo tenuto in piccola stima i Bianchi, tra’ quali gli accadde avvolgersi perchè i contrari gli parevano essere peggiori. Disdegnò il nome di ghibellino ed a sè fece parte da sè stesso, non avendo egli dove posare, in mezzo ad un secolo insano e sconvolto, la vita misera nè il pensiero.
Pistoia era sempre in mano dei Bianchi o piuttosto dei Ghibellini; e Tolosato degli Uberti, che n’era Capitano, avea favore dagli Aretini e dai Pisani e dai Bolognesi. Laonde i Fiorentini co’ Lucchesi deliberarono di muovere contro a Pistoia grande guerra; ma la città essendo ben munita di mura e di fossi, pigliaron partito di tenerla stretta per assedio buona pezza. Dipoi elessero loro capitano a quella impresa Roberto duca di Calabria primogenito del re Carlo secondo di Napoli; e quegli nel mese d’aprile 1305 venne in Firenze con molta baronia di cavalieri Aragonesi e Catalani a quivi pigliare il bastone del comando. S’accendeva la guerra allora viepiù feroce: i Pistoiesi uscendo fuori veniano spesso alle mani co’ nemici; nella città era difetto di viveri; i governatori della terra mandavano fuori fanciulli e poveri e donne di bassa condizione, ma gli assedianti facevano agli uomini tagliare i piedi e alle femmine smozzicare il naso. Gli usciti di Pistoia che conosceano le donne dei loro nemici, più imbestiavano nel vituperarle; ma il Duca molte ne difese, maggior pietà essendo negli uomini di guerra che nei parteggianti. Clemente V, che era successo a Benedetto XI, persuaso dal Cardinal da Prato, mandò in Firenze nel mese di settembre due suoi Legati a comandare si levasse l’oste da Pistoia sotto pena di scomunica; e tosto il Duca partitosi dall’assedio, si recò in Francia dove il Papa dimorava: ma i Fiorentini disubbidirono al comandamento. Crescevano intanto le difficoltà e le spese, per il che ordinarono una gravezza o taglia, che si chiamò la Sega, sopra i Ghibellini o Bianchi, i quali dovevano pagare ogni dì tanto per testa; chi tre lire, chi due, chi una, secondo che parea loro potesse ciascuno sopportare; fossero al confine o in città rimasti, doveano pagarla. E a tutti i padri che aveano figli atti alle armi imposero altra taglia, se questi tra venti dì non si appresentassero nell’oste. Molti contadini furono costretti militare senza soldo. Fra queste miserie passò l’inverno. Ai Pistoiesi, ridotti agli estremi, speranza sola era la disperazione; quando accostatosi alla città il cardinale Napoleone degli Orsini legato del Papa, i Fiorentini si consigliavano finalmente venire ai patti. Pistoia si arrese il 10 aprile 1306, salve le persone. I vincitori guastarono le muraglie della città, che erano bellissime; il contado andò diviso tra’ Fiorentini e i Lucchesi, i quali partirono tra loro altresì la signoria di Pistoia; chè i primi vi mandarono il Potestà, e i secondi il Capitano. L’esercito tornò a Firenze, dove coi festeggiamenti consueti fu celebrata una vittoria tardi acquistata e crudamente.[125] Allora voltatisi a fortificarsi contro gli Ubaldini, perpetui nemici che teneano l’Appennino con molte castella e infestavano il Mugello, ruinarono la loro principal sede in Monte Accianico, fabbricando a petto a questa una nuova terra che si chiamò della Scarperia, rifugio e fortezza agli uomini del contado che prima stavano sotto a quei signori.
Per queste vittorie, e perchè la guerra pone sempre in più alto grado coloro ai quali spetta il governarla, parendo ai gelosi popolani di Firenze che i loro grandi e possenti uomini troppo venissero in baldanza, attesero a dare con nuove riforme più forza al popolo, e ordinarono in miglior guisa le compagnie o milizie cittadine, che rifatte dal Cardinale da Prato, aveano sempre per loro insegne quelle delle Arti: ma ottennero adesso Gonfaloni loro propri, donde nacque l’ordine dei Gonfalonieri di compagnie, d’allora in poi tenuti dei primi ufficiali dello Stato: fu aggiunto alle insegne il rastrello del re Carlo. Era in Firenze come in ogni altra città libera il Potestà, cui s’apparteneva il diritto della spada, e nel cui nome tuttora s’intitolavano gli atti pubblici, perchè egli solo rappresentava, ma quasi per via di una legale finzione, l’imperiale potestà, messa da parte, ma formalmente non mai abolita nei governi popolari. Però scemava ogni giorno più l’autorità di quel magistrato, del quale sovente la città era mal soddisfatta; perchè oltre all’essere forestieri, come signori di gran lignaggio male col popolo s’intendevano, e poco amavano quelle leggi ch’essi dovevano eseguire: uno di loro, per sottrarsi al sindacato, portava seco come in pegno il suggello del Comune, nel quale era inciso un Ercole. E prima essendo per maleficii sostenuto in Palagio un Talano degli Adimari Cavicciuli, i consorti suoi avendo percossi gli armati del Potestà che erano fuori, e così entrando nel Palagio vuoto, ne trassero quel Talano, senza che poi di tanto eccesso fosse giustizia o punizione. Del che sdegnato il Potestà, si partiva senza avere finito l’anno; e perchè la città non poteva rimanere senza rettore, divisero per i mesi che avanzavano l’ufficio tra dodici cittadini, due per sesto, che uno grande e uno popolano; e si chiamarono le dodici potestà. Quindi volendo i Fiorentini trasferire la potenza ognora più in quei magistrati ch’erano a guardia della libertà; al Capitano del popolo creato, siccome abbiamo detto, molti anni innanzi, ma che doveva essere nobile, aggiunsero un Esecutore degli ordini di Giustizia, che fosse pure egli forestiero: a lui spettasse fare inchiesta e procedere contro a’ grandi che offendessero i popolani; ma questi, che non esercitava giurisdizione, poteva essere anche di popolo.[126] Di queste riforme si tennero i grandi più che mai gravati.
Il cardinale Napoleone degli Orsini, dopo la caduta di Pistoia, s’era condotto a Bologna, e quivi raccolte molte genti dalle terre della Chiesa, e gli usciti di Firenze, e da Roma quelli i quali stavano per il Papa, andò con oltre 2000 cavalli a porsi in Arezzo, quivi molto bene ricevuto. I Fiorentini, senza aspettare d’essere aggrediti, per la via di Val d’Ambra si accostavano con forte esercito ad Arezzo; ed allora il Cardinale, fatto altro consiglio, venne per il Casentino fin presso a Firenze, avendo speranza d’esservi introdotto. Ma poichè seppe dietro sè avere perduto Arezzo, vedendosi chiuse le vie della guerra, si diede a trattare con Geri Spini e Betto Brunelleschi, a lui mandati dalla Repubblica. Voleva egli con minaccie il ritorno degli usciti, ma quei due tanto lo menarono in parole, che egli senza nulla fare, ed anche essendogli poi tolta dal Papa la legazione, si partiva. I Fiorentini per quelle mosse aveano posta forte gravezza sopra i chierici; i quali facendo difficoltà al pagare, e i monaci di Badia avendo chiuse le porte e suonate le campane, alcuni malandrini di plebe minuta, sospinti da altri, per forza entrarono nel convento che fu rubato; ed il Comune, perchè avevano suonato, voleva tagliare il campanile fino da piede, ma fu invece dimezzato per altezza, con furia da molti discreti uomini biasimata.[127]
Fu detto la mossa del Cardinale contro a Firenze fosse con intesa di Corso Donati, il quale aspirasse con tale aiuto alla signoria. Teneva lo Stato allora una mano di grossi popolani, che tra sè e gli aderenti loro gelosamente ne dividevano l’autorità e i profitti. Ma Corso Donati nè voleva nè sapeva usare quei modi; sempre ambizioso di cose grandi, alle minute non attendeva, nè a lui piaceva di avere grado cui altri seco partecipasse. Male col popolo se la intendeva; ma pare avesse egli aderenze nella Toscana fra i collegati e presso i popoli delle terre e dei piccoli Comuni, i quali vivevano in dependenza dai Fiorentini e spesso erano angariati dagli ufficiali che la Repubblica vi mandava. Amico e pratico dei Signori in Toscana e fuori, aveva egli tolta di recente per isposa la figlia di Uguccione della Faggiuola, di già il più forte ed il più temuto dei capi ghibellini. Questo era scoprirsi come aderente a quella parte: e Corso tirava a sè i grandi, e prometteva di annullare gli ordinamenti ch’erano fatti contro a loro; ond’essi più arditi, nelle piazze e ne’ Consigli superbamente parlavano: e i nobili di oltrarno diceasi che stessero parati a una mossa per la mutazione dello Stato. Di già offese e ferimenti avvenivano tra le due parti: armava Corso gli amici suoi, tra’ quali era di popolani la casa Medici: avea richiesto un forte aiuto da Uguccione, e già le masnade ghibelline di questo cominciavano a mostrarsi infino a Remole presso alla città.