Intanto il nostro dabben Compagni con onesto e santo pensiero radunava molti buoni cittadini, oltre agli ufficiali della Repubblica, nella chiesa di San Giovanni, e con paterna effusione di cuore gli esortava ad onorare la venuta di Carlo di Valois col togliere di mezzo gli sdegni ed unirsi tutti in un sol volere, come convenivasi ai cittadini della più nobile città del mondo, ed a giurarsi buona e perfetta pace sul fonte del loro battesimo. Giuravano toccando i sacri vangeli; ma quelli stessi che mostravano piangere per tenerezza e baciavano il libro, furono poi i più ardenti nelle vendette. I Neri cercarono fin dal principio trarre profitto dalle aderenze dei Bianchi con la parte ghibellina; il che tirava addosso a questi tutto il pondo di parte guelfa.

Il primo novembre 1301[107] entrò in Firenze Carlo di Valois seguíto da ottocento cavalieri francesi, ai quali poi s’aggiunsero altri quattrocento venuti a pochi per volta di Lucca, di Siena, e di Perugia e dalla Romagna, cosicchè in tutto erano 1200 all’ubbidienza sua. Fu ricevuto a grande onore e con armeggiamenti. Smontò a casa i Frescobaldi, perchè erano oltrarno, dove abitavano i grandi in luogo più facile a difendere, e segregato dalla frequenza del popolo e dalle vie strette degli artigiani che egli temeva. Attendeva intanto co’ suoi cavalieri ad afforzarsi oltrarno; il che diede ai cittadini tale sospetto che molti s’armarono grandi e popolani, ciascuno a casa de’ suoi amici, abbarrandosi la città in più luoghi. La Signoria vecchia aveva eletto quaranta cittadini d’ambedue le parti, che la consigliassero; ma costoro tutto il giorno non facevan altro che ingombrare la ringhiera, biasimare i Priori, chiedere eleggessero i nuovi prima del tempo debito; erano impaccio e non aiuto. Carlo avea fatto invito di mangiar seco ai Priori, che rifiutarono, dicendo non essere ciò ad essi lecito per le leggi: e inoltre temevano uscire di palagio, sospettando un qualche agguato, e per essere la città inquieta e in grande trepidazione. In mezzo alla quale, ed a richiesta di Carlo, dai Priori della Repubblica adunati nella chiesa di Santa Maria Novella, col Potestà e Capitano, col Vescovo e molti dei più spettabili di Firenze, gli fu data balía di pacificare i Guelfi insieme.[108] Giurò, e come figlio di re promise conservare la città in pacifico e buono stato; ma incontanente fece il contrario.

In questo mentre erano tornati da Roma i due ambasciatori con le parole del Papa; al quale bramavano taluni almeno della Signoria ubbidire, scrivendo a lui ma segretamente per la paura dei Neri, mandasse in Firenze per addirizzare la città un messer Gentile da Montefiore cardinale. Da Roma scriveano che gli ambasciatori erano d’accordo col Papa; laonde i Neri temendo per quelle pratiche una qualche mutazione, si ponevano dal canto loro sulle difese. La Signoria ordinava processione e preghiere a fine di allontanare la tempesta, che altri avrebbe voluto affrontare. Si provarono a mandar fuori bandi e leggi rigorose, ma non si ardivano farle eseguire. Intanto quelli di parte nera andavano dicendo: «noi abbiamo un signore in casa, il Papa è con noi; gli avversari nostri non sono guerniti nè da guerra nè da pace; danari non hanno, i soldati non sono pagati.» A questi pensieri consentiva molta parte del popolo, ansiosa di cogliere quella occasione a fare una buona cacciata di nobili, e assicurarsi per l’avvenire. In tale baldanza i Neri prendevano le armi; e primieramente i Medici potenti popolani, dopo l’ora di vespro assalivano e ferivano a morte un valoroso uomo di popolo. La moltitudine allora s’armava a piede e a cavallo; la Signoria comandava che venissero fuori le schiere del Comune; e queste, sebbene parteggianti in segreto pei Neri, venivano e spiegavano le loro bandiere; ma non vi era chi confortasse la gente che si accogliesse al palagio dei Signori, quantunque il gonfalone della giustizia fosse alle finestre. Solamente quei soldati che non erano corrotti, con alcuni altri cittadini convenuti più per curiosità che per zelo, stavano in armi attorno al palagio. I Signori, non usi a guerra, attendevano a dare udienze; e frattanto cadeva il giorno. Il Potestà, invece d’andare com’egli doveva in armi alla casa dei malfattori, lasciava i Priori nelle peste: il popolo era senza consiglio: lo stesso Capitano nulla faceva. Venuta la notte, la gente si ritrasse, e ciascuno asserragliò le vie che menavano alle proprie case.

Manetto Scali, in cui parte bianca poneva grande fidanza perchè era potente di amici e di seguito, afforzò le sue case con edificii da lanciar pietre: gli Spini, di parte nera, che avevano il loro grande palagio incontro al suo, ed eransi gagliardamente premuniti, dissero agli avversari con finta amistà: «deh! perchè facciamo noi così? noi siamo pure amici e parenti, e tutti Guelfi: noi non abbiamo altra intenzione che di levarci dal collo la catena che il popolo ha posto a voi e a noi. Perdio, dunque siamo uniti tra noi, come dobbiamo essere.» Egualmente parlarono i Buondelmonti ai Gherardini, i Bardi ai Mozzi, l’istesso molti altri; sicchè i contrari si ammollarono, ed i seguaci loro invilirono. I Ghibellini, ciò vedendo, si crederono traditi da quei medesimi guelfi bianchi nei quali fidavano, e presso che tutti si ritrassero da parte. I baroni di Carlo intanto stavano attorno ai Signori, facendo istanza perchè loro dessero la guardia della città. Ebbero soltanto quella del sesto d’oltrarno, dopochè Carlo ebbe giurato per mezzo de’ suoi, cancelliere e maresciallo, l’avrebbe tenuta a petizione della Signoria. Ma questa, smarrita, non sapeva a qual risoluzione appigliarsi; gli confondevano le novelle varie che a loro giungevano, ogni rimedio andava a vuoto: chiamarono alle armi gli uomini del contado; ma essi, devoti al nome guelfo ed al Papa, spiccavano le insegne dalle aste e gli tradivano.

Mentre i Francesi davanti ai Priori giuravano della loro osservanza e lealtà, fattosi giorno, si sparge voce che per chiamata di Carlo stesso, Corso Donati, seguíto da molti amici a cavallo è presso a Firenze: ed egli infatti giunto a’ sobborghi della città, trovate chiuse le porte delle vecchie mura, se n’era venuto a porta a Pinti allora vicina alle sue case; e questa coll’aiuto de’ seguaci suoi aveva sforzata. Entrato in città, fece testa sulla piazza di San Pier Maggiore, ed afforzò il campanile della stessa chiesa: dentro alla quale egli ed i suoi mangiarono ritti. Sbaragliati pochi Bianchi che s’erano a lui parati dinanzi, trasse a dare il sacco ed a bruciare le case degli antichi Priori che lo avevano sbandito: corse dipoi alle carceri del Comune, e apertele a forza, liberò i prigionieri; indi al palagio del Potestà ed alle stanze dove risiedevano i Priori, i quali costrinse ad abbandonare il seggio e tornarsene alle case loro. I Francesi tuttavia non si ristavano dalle solite protestazioni, e che il principe farebbe la vendetta grande, e per nulla toccherebbe la Signoria del Comune. Carlo si fece dare in custodia i più ragguardevoli di ambedue le parti; ma tosto i Neri lasciò andare, e i Bianchi ritenne prigionieri quella notte senza paglia e senza materasse come uomini micidiali. Grida sdegnosamente il Compagni: «o buon re Luigi, che tanto temesti Iddio! ov’è la fede della real Casa di Francia? O malvagi consiglieri, che avete il sangue di così alta Corona fatto non soldato ma assassino, senza vergogna.[109]» Avevano i Priori (o altri che fosse) fatto suonare a stormo la campana grossa del loro palagio; ma invano, perchè la gente sbigottita non trasse fuori: di casa Cerchi non uscì uomo a cavallo nè a piè armato: due soli degli Adimari co’ loro congiunti vennero al palagio; ma non vedendo altri, retrocessero, rimanendo la piazza deserta. La sera stessa, alcuno credette vedere una croce rossa appesa al palagio della Signoria, segno dell’ira divina. Allora i malfattori e sbanditi ch’erano nella città, inanimati dal vederla senza difesa nè signoria, mettono a ruba i fondachi e le botteghe, ardono le case dei loro nemici, feriscono e uccidono i migliori della parte bianca. Chi temeva gli avversari, si ricoverava, o nascondeva la roba nelle case degli amici: i Neri potenti estorcevano danari ai Bianchi; maritavansi le fanciulle a forza. Messer Carlo di Valois nè sua gente non pose riparo, nè attenne sacramento nè alcuna delle cose promesse da lui.

Sei giorni durò questo malfare nella città; quindi per altri otto, masnade armate si spargevano d’intorno, mettendo a sacco e a fuoco le case, onde molto numero di belle e ricche possessioni furono guaste. Quando una casa ardea forte, Carlo domandava: «che fuoco è quello?» eragli risposto, che era una capanna, quando era un ricco palagio: il contado ardeva d’ogni parte. I Priori invano pregarono per Dio molti dei popolani potenti che avessero pietà della città loro; i quali niente ne vollero fare. Vennero ad essi a tempo rotto sostituiti altri Priori di parte nera, da continuare nell’ufficio insino a’ quindici di dicembre. Corso Donati, che dal Compagni è detto crudele più di Catilina, adunò in quel saccheggio molto tesoro a danno dei Cerchi e loro amici: quando passava per la terra, la plebe gridava: «Viva il barone!» e pareva la terra sua. Carlo, signore di grande e disordinata spesa, fece richiedere di danari gli antichi Priori aggiungendo le minaccie; ma non ne diedero; perchè tanto crebbe il biasimo per la città, che egli lasciò stare. Fece pigliare un ricco popolano, il quale lo aveva ricevuto e molto onorato ad un suo bel luogo quando andava ad uccellare co’ suoi baroni, e gli pose di taglia 4000 fiorini, o lo manderebbe prigione in Puglia; pure a preghiera di amici lo lasciò per fiorini ottocento: e per simile modo ritrasse molti danari dai cittadini. Grandissimi mali fecero i Rossi ed i Tornaquinci; alcuni dei Bostichi presero a guardare pel prezzo di cento fiorini i beni di un loro amico ricco popolano, e poichè furono pagati, li posero a ruba essi stessi: questi Bostichi davano la corda agli uomini in casa loro, le quali erano in Mercato Nuovo nel mezzo della città, e di mezzo dì li mettevano al tormento. A molti pupilli fu tolta la roba, a molte vergini l’onore: molti innocenti, dannati a pagare mille fiorini sotto pretesto che avessero fatto congiura, erano poi cacciati dalla città. Molti nascosero in luoghi segreti i loro tesori: non pochi dei Bianchi, antichi Ghibellini, si accordarono coi Neri per ingegno di malfare; molti in pochi giorni mutarono lingua. I vecchi Priori furono svillaneggiati e calunniati, perchè cessero senza combattere; ma la colpa fu dei Cerchi (questo scrive Dino), i quali per avarizia e per viltà non fecero difesa o riparo contro i loro nemici:[110] e a chi ne li riprendeva, rispondeano che temevano le leggi; quando invece se n’erano stati per non avere a mantenere i fanti.

Infine gli incendi e le ruberie cessarono: il Valois d’accordo con la Signoria prese a raffrenare alcuni popolani di parte nera. E in quel mese stesso di novembre giunse di nuovo a Firenze come legato del Papa il Cardinale di Acquasparta coll’intendimento di pacificare i cittadini: co’ matrimoni cercò riunire parecchie famiglie; ma volendo anche rendere comuni gli ufficii alle due parti, ed opponendosi acciò i Neri spalleggiati dal Valois, se ne partì non meno irato dell’altra volta. Il giorno di pasqua di Natale Niccolò de’ Cerchi, nell’andare ad una sua possessione con sei famigli ed un figlio giovinetto che era in capelli a testa scoperta, passando per la piazza di Santa Croce nel tempo che un frate vi predicava, s’abbattè in Simone Donati figlio di Corso e nipote di Niccolò dal lato di madre, che avea seco alcuni amici a cavallo. Simone allora spinto da infernale pensiero lo insegue, lo assale, lo rovescia da cavallo e lo uccide segandogli le vene; perchè messer Niccolò abbandonato da’ suoi, che solo pensano a scampare il figlio, non s’aspettava ciò dal nipote. Ma non andò questi senza punizione, perchè l’assalito gli avea menato un colpo mortale in un fianco, del quale Simone anch’egli spirava la notte seguente nella chiesa di San Piero. Prima di morire, pentito pregava il padre ed i suoi si rappacificassero co’ Cerchi. Grande fu il lutto di messer Corso per la morte di quel giovane: egli era il primo di Firenze per cortesia e valore, in lui ogni speranza del padre e della casata. Il Valois intanto era andato in Roma a domandare danari al Papa; ma questi gli rispose: io ti aveva mandato alle fonti dell’oro; se non ti sei cavato la sete, tuo danno.

Chi guardi addentro in queste brutture, dirà le fazioni averne avuto la prima colpa, Carlo ed il Papa l’odiosità, rei sopra ogni altro quelli che trassero nella patria loro un principe forestiero con la sua corte e le masnade; dirà il contegno del Valois quale potevasi attendere da un venturiero, errore grave di Bonifazio in quei fatti essersi ingerito. Cercava riunire in un sol fascio la parte guelfa; e al più ambizioso dei pontefici doveva gradire l’idea vagheggiata da molti suoi predecessori, di farsi arbitro della Toscana: ma infine Bonifazio VIII, come aveano fatto Gregorio X e Niccolò III, mandò un legato a fare opera di conciliazione; ed il Cardinale d’Acquasparta, se prima aveva protetto i Neri, gli avversò poi quando le violenze più atroci stettero dalla parte loro. Dante accusava il principe francese presente e complice, quando egli fu bandito; e con le roventi parole ond’egli macchiò Bonifazio, gli fece peggio che non gli facesse in Anagni più tardi il fratello di questo Valois. Quali motivi personali avesse Dante a sì fiero odio contro a Bonifazio, quel che avvenisse mentre egli rimase in Roma ambasciatore o nella dimora che ivi protrasse fino al gennaio dell’anno seguente, noi non sappiamo. L’esiglio non venne a lui dal Papa, ma in quel tempo tra loro due qualcosa d’oscuro dovette nascere, che da un lato accese in patria contro lui tante ire, dall’altro gli aveva confitte nel cuore di quelle offese che sono dure a ricordare, ma vendicarle pareva dolce all’iroso animo del poeta. In quei giorni venne a luce una congiura, o vera o falsa che fosse, della parte bianca con un certo barone francese chiamato Pier Ferrante di Linguadoca[111] per ammazzare Carlo di Valois tornato allora in Firenze. Laonde questi, radunato la notte un consiglio segreto di pochi cittadini, trattò con essi di prendere certi creduti colpevoli e fare loro mozzare il capo. Mandarono subito a cercare due Adimari padre e figlio e Manetto Scali: ne andarono in traccia nei contorni di Firenze, forando con ferri anco la paglia dei letti; ma non si trovarono, perchè del consiglio taluni si erano allontanati a procurare che i nominati nell’accusa avessero agio allo scampo. Giano de’ Cerchi figlio di Vieri, sostenuto nel palagio da Carlo per averne danari, ebbe modo di fuggire: i beni di tutti questi andarono al Comune, dal quale ebbe Carlo ventiquattromila fiorini d’oro. Continuarono le condanne tutto il tempo che il Valois dimorò in Firenze, e fu insino ai 4 d’aprile, essendo allora Potestà messer Cante dei Gabbrielli da Gubbio, uno di quei cavalieri i quali vennero dietro a Carlo; e si protrassero le condanne anche poi nei seguenti mesi. Tra’ condannati fu Dante Alighieri: abbiamo la prima sentenza contro lui e tre altri, data ai 27 gennaio, per la quale era egli dannato a pagare cinquemila fiorini d’oro ed al confine. Dante era di Roma venuto in Siena, dove lo colse la prima sentenza; la quale, per non essere egli comparso in giudizio, fu aggravata con altro bando, che a’ 10 marzo ordinava gli fossero tolti gli averi, disfatte le case ed egli stesso bruciato vivo qualora avesse rotto il confine: fu poi compreso in quella condanna generale che si trova pronunziata il giorno stesso della partenza di Carlo. Per questa Cante de’ Gabbrielli condannava di nuovo le antiche famiglie dei grandi ghibellini, e sbandiva e confinava molti dei Cerchi, dei Cavalcanti e degli Scali, ed alcuni degli Adimari e dei Mozzi, e uomini d’ogni qualità e grado, in tutto seicento, dei quali i nomi a noi rimangono.[112] Tra questi era ser Petracco di Parenzo dall’Incisa, stato cancelliere della Repubblica e notaio delle Riformagioni, cui nacque in esilio Francesco Petrarca. Da prima richiesti e non comparsi, ebbero da Cante de’ Gabbrielli condanna, per la quale andarono stentando la vita per lo mondo chi in qua e chi in là. Furono i beni loro messi in comune, le case disfatte;[113] e delle pietre di quelle si trova che fossero edificate le nuove mura della città di Firenze: non gli salvarono parentele antiche o recenti maritaggi. Dipoi, mentre andavano i Fiorentini e i Lucchesi contro a Pistoia difesa francamente da uno degli Uberti, in Firenze per altre carnificine altri erano sostenuti e torturati e decollati. Il che più volte si ripeteva nel seguente anno 1303, Folcieri da Calboli essendo in Firenze Potestà, e potentissimo presso i Neri messer Musciatto Franzesi ricco banchiere fiorentino, principale uomo presso i re di Francia.[114]

Capitolo VI. PACE TENTATA DAL CARDINALE NICCOLÒ DA PRATO. — INCENDIO IN FIRENZE. — ASSALTO DEI FUORUSCITI. — MORTE DI CORSO DONATI. [AN. 1303-1308.]

Il governo di Firenze per la cacciata dei Bianchi era venuto alle mani di quelle famiglie, sia di grossi mercatanti o sia di nobili fatti popolani, che si appellavano Guelfi neri e si tenevano Guelfi puri. Capi erano di quella parte i Della Tosa e i Brunelleschi, famiglie di grandi, e Geri Spini gran mercatante e i Pazzi, diversi verisimilmente o separati da quei di Valdarno: v’erano di grandi i Buondelmonti, i Pulci, i Tornaquinci, i Bardi, i Rossi, i Nerli e parte dei Gianfigliazzi e dei Frescobaldi. Vi erano di quelle famiglie di grossi mercanti che primeggiarono dipoi sempre nella città e con altre sorte dal popolo via via formarono la nobiltà nuova, Magalotti, Mancini, Peruzzi, Antellesi, Baroncelli, Acciaiuoli, Alberti, Strozzi, Ricci, Albizzi, Rucellai, Altoviti, Aldobrandini, Bordoni, Cambi, Medici, Giugni ed altri. Corso Donati era con essi e soprastava per alto animo, per grandi fatti e grande seguito; più ambizioso che partigiano, male soffriva consorteria, ed era egli uno di quegli uomini che fanno il male tutt’ad un tratto, ma poi sdegnano le basse arti ed i raggiri delle fazioni. La schiatta e l’indole e i costumi lo inclinavano verso i grandi; «pratico e domestico di nobili uomini e famoso per tutta Italia;[115]» amato era anche dall’intima plebe usata vivere nella dipendenza dei grandi signori, e che più ha in odio le mezzanità. Quei nuovi uomini la opprimevano con gli smodati balzelli, e perfino si diceva che alterassero le farine e molto avessero guadagnato su’ prezzi del grano venuto da fuori per la carestia che fu in quegli anni; cosicchè il grido era, che si rivedessero le ragioni del Comune. Corso Donati aveva seco Lottieri vescovo di Firenze, consorto ma nemico a messer Rosso Della Tosa, che aveva lo Stato; e così la parte contraria ebbe nome di parte del Vescovo, la quale cercava col mutare il reggimento, rimettere i Bianchi. Al modo solito era guerra in molti luoghi della città: furono armate le torri, ed in su quelle del vescovado stava rizzata una manganella per gittare ai vicini. Corso andò una volta in arme con molti all’assalto del palagio; durava la zuffa più giorni. Era il febbraio del 1304, e grave pericolo avrebbe corso la città se il Comune non avesse mandato per aiuto ai Lucchesi, i quali subito vennero a Firenze in grande numero popolani e cavalieri. Fu data loro piena balía, ed essi la esercitarono per sedici giorni, finchè a certi Fiorentini essendone parso male e grande oltraggio ed offesa, ciò diede occasione a nuovi ripetii:[116] con tuttociò le cose quietarono per allora, e fu eletta la Signoria nuova.