Venute le feste di calen di maggio 1300, le brigate d’ambedue le parti in arme scorrevano per la città, prendendo sollazzo. I giovani della famiglia dei Cerchi cavalcavano con altri in numero di più di trenta. E coi giovani dei Donati erano i Pazzi, gli Spini ed alcuni loro masnadieri. Si guardavano gli uni dagli altri; ma intantochè stavano a vedere ballare donne sulla piazza di Santa Trinita, ambedue le parti cominciarono a provocarsi e a spingere i cavalli l’uno contro l’altro, tanto che nacque una grande mischia, in cui molti restarono feriti: fu tagliato il naso ad uno dei Cerchi da un masnadiere dei Donati; quindi gli odii più crebbero, aspirando ambedue le parti alle vendette.

Molto aderivano i Donati, siccome coloro che si vantavano Guelfi puri, all’amicizia del Papa, rinfacciando di continuo ai Cerchi ed ai Bianchi la loro lega co’ Ghibellini. Sedeva allora sulla cattedra pontificale Bonifazio VIII, uomo d’ingegno grande e di audacia smisurata. A lui pertanto molti si volsero di concordia, pregandolo che egli per il bene della città e di parte di Chiesa vi mettesse consiglio: il Papa mandava per messer Vieri dei Cerchi, sperando, perch’egli era grande mercatante in Roma, volesse in lui rimettere le differenze; offrendogli pace onorevole, ed aggrandire lui ed i suoi. Ma Vieri non volle ciò assentire, dicendo che non aveva guerra con nessuno; e si tornò a Firenze: il Papa rimase molto sdegnato contro a lui ed ai Bianchi.

Avvenne (prima o poi si fosse) che molti cittadini recatisi per seppellire una morta alla piazza de’ Frescobaldi, ed essendo usanza della terra a simili radunate che i cittadini sedessero in basso in sulle stoie di giunchi, e i cavalieri e dottori in alto in sulle panche, e dei Cerchi e dei Donati quelli che non erano cavalieri essendo a sedere in terra gli uni dirimpetto agli altri; uno di loro, o per racconciarsi i panni o per altra cagione, si levò ritto. Gli avversari per sospetti si levarono anch’essi, e misero mano alle spade; stavano per azzuffarsi, ma i presenti s’intramezzarono; e per allora non fu altro. Ma i Cerchi, e tra essi Guido Cavalcanti, vollero andare contro alle case dei Donati; dalle quali furono o ributtati, o per consiglio di buoni uomini trattenuti. Narrammo di Guido essere egli stato unito in matrimonio con la figlia di Farinata degli Uberti: giovane ardito, ma sdegnoso e solitario e intento allo studio che a lui diede gloria; era egli nemico di messer Corso, e più volte avea deliberato d’offenderlo. Corso, che forte lo temeva perchè lo conosceva di grande animo, aveva tentato di farlo assassinare mentre andava in pellegrinaggio a San Iacopo di Gallizia. Perlochè Guido tornato a Firenze istigò molti giovani, che gli promisero aiutarlo contro a messer Corso; e un dì essendo a cavallo con alcuni de’ Cerchi, con un dardo in mano spronò contro lui, credendosi seguitato dai compagni, che non si mossero. Trascorrendo, lanciò il dardo, ma invano; e inseguito dai Donati, fu percosso coi sassi anco dalle finestre e ferito in una mano. Dipoi essendo alcuni dei Cerchi ai loro poderi di Nipozzano in Val di Sieve, e nel tornare dovendo passare sotto a Remole ch’era dei Donati, questi co’ loro armati contesero il passo, e vi ebbero feriti di ambe le parti. Per la qual cosa gli uni e gli altri furono accusati e condannati a pagare certa moneta, e, in mancamento, a stare in prigione: erano poveri i Donati, che non potendo pagare andarono in carcere; poteano i Cerchi, ma non vollero per non essere consumati, come fare si soleva, con le condanne. Così anch’essi furono chiusi nelle prigioni; dove un giorno a desinare quattro dei Cerchi, mangiato un migliaccio, del quale erano stati regalati dal soprastante della prigione che era ser Neri Abati, morirono: questi, che poi vedremo pessimo uomo, ne fu incolpato, ed anche si disse ciò avere fatto ad istigazione di Corso Donati: non si cercò il maleficio perchè provare non si poteva, ma l’odio più crebbe tra le due parti.

Allora i Capitani di parte guelfa e gli altri Neri, temendo che per le dette sètte e brighe, parte ghibellina non esaltasse in Firenze; che sotto titolo di buon reggimento già ne facea il sembiante, e molti Ghibellini tenuti buoni uomini erano stati cominciati a mettere in sugli uffici; furono col Papa, col mezzo degli Spini, che erano banchieri di lui e molto possenti in Roma. Laonde il Papa mandava legato in Firenze il cardinale Matteo d’Acquasparta; il quale vi giunse nel mese di giugno dell’anno 1300, e fu ricevuto dai Fiorentini a grande onore. Ma quando egli chiese balìa di riformare la terra e di raccomunare gli uffici, quelli della parte bianca che guidavano la Signoria, per tema di perdere loro stato ed essere ingannati dal Papa e dal Legato, non vollero ubbidire. Di già la contesa, per quante altre cause vi si mescolassero e qualsivoglia nome avesse, mostrava essere tra’ mercanti guelfi e i grandi oppressi co’ loro seguaci, che in sè riteneano un qualche spirito ghibellino. I primi tentavano raccogliersi sotto un nuovo ordine di ottimati, e per essi era il Cardinale; la Signoria stava in mano dei Bianchi, i quali voleano meno esclusivo il reggimento. Dante Alighieri per nobiltà di sangue e d’animo mal soffrendo i nuovi possenti, e già inclinato a favorire la parte oppressa dei Ghibellini, fu tra’ Priori di quel bimestre. Avvenne che andando la vigilia di san Giovanni le Arti alla chiesa del Santo ad offrire, secondo l’usanza, precedute dai loro consoli, questi furono manomessi e battuti da certi grandi, i quali dicevano: «noi siamo quelli che demmo la sconfitta a Campaldino, e voi ci avete rimossi dagli uffici e onori della città nostra.» Su di che i rettori tennero consiglio di più cittadini, e tra questi era Dino Compagni: deliberarono confinare,[101] della parte dei Donati, Corso e Sinibaldo suo fratello, Rosso della Tosa e Geri Spini con due dei Pazzi ed altri, a Castello della Pieve; dei Cerchi tre, ma rimase Vieri in Firenze; andò con altri di questa parte a Sarzana Guido Cavalcanti. Ma i Donati, forse perchè vedevano rimasto colui che era capo dei nemici loro, non si volevano partire; e già i Lucchesi, di coscienza del Cardinale, venivano in loro aiuto con grande numero di soldati, se non che la Signoria con le minaccie gli obbligò a fermarsi. Corso ed i Neri furono costretti andare al confine; ma le intenzioni del Cardinale troppo essendosi palesate, molti se gli voltarono contro, e uno del popolo andò colla balestra a saettare un quadrello alla finestra del Vescovo dove abitava il Cardinale: il dardo si ficcò nell’asse, e quegli impaurito andò a stare oltrarno in casa de’ Mozzi: i Signori, per un cotale rimedio, lo fecero presentare di mille trecento fiorini nuovi. «Io glieli portai in una coppa d’argento (scrive Dino Compagni), e dissi: Monsignore, non gli disdegnate perchè sieno pochi, perchè senza i Consigli palesi non si può dare più moneta. Rispose gli avea cari; molto gli guardò, e non gli volle.» Poi data opera, sebbene invano, a fine di ridurre a miglior modo la elezione dei Priori, che frattanto però saviamente facevano armare la città, vedendo essergli contrari i Bianchi che guidavano la Signoria, partissi lasciando la città interdetta.

Questa rimase allora tutta in mano dei Bianchi, i Cerchi essendo stati, non bene sappiamo dopo quanto tempo, rivocati dal confine per l’infermo luogo di Sarzana: tornò ammalato Guido Cavalcanti, che della infermità moriva.[102] Corso Donati, rotto il confine, andossene in Roma o in Anagni, dov’era il Papa; il perchè fu condannato nell’avere e nella persona. Gli altri dei Neri furono più tardi rimessi in patria: ma pareva loro troppa male stare; tantochè fu detto, che se Vieri dei Cerchi avesse avuto quell’animo e quella capacità che non aveva, poteva forse anche pigliare la signoria per sè; nè mancava chi a ciò lo esortasse. Laonde i principali dei Neri e i Capitani di parte guelfa e altri cittadini si radunarono in Santa Trinita, deliberati di rialzare lo stato loro comunque si fosse; ma conosciuto di non avere forze a ciò sufficienti, senza niente fare uscirono dalla chiesa. Tra essi era, benchè non fosse di loro parte ma desideroso di unità e pace, Dino Compagni, che innanzi si partissero diceva loro: «Signori, perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria avrete? non altro che pianto.» Uscito anch’egli di Santa Trinita, andò insieme con altri Priori, facendosi mezzano perchè niuno scompiglio nascesse da quella raunata. E ciò promisero i Signori; ma quando si seppe che il conte Guido da Battifolle chiamato dai Neri s’accostava in arme, questi fu condannato in grave pena; e più che mai scoprendosi gli odii e le malevolenze d’amendue le parti, ciascuno procurava offendere l’altro. Frattanto in Pistoia, dove i Fiorentini avevano giurisdizione, per opera di rettori mandati a tal fine, con lunga offensione e atroce guerra e miserie grandi era cacciata la parte dei Neri.[103] In Lucca la casa degli Interminelli co’ loro seguaci, che teneano parte bianca e s’accostavano co’ ghibellini Pisani, credendo fare così in Lucca come i Cancellieri bianchi in Pistoia, si levarono, ed ucciso il giudice Obizzo degli Obizzi, volevano pigliare la terra; ma i Neri, essendo in maggior forza, gli oppressero e sbandirono, e molte loro possessioni arsero e disfecero. In Gubbio pure i Ghibellini aveano cacciati i Guelfi; ma questi, con l’aiuto de’ Perugini rientrati, cacciarono i Ghibellini dalla città.[104]

Capitolo V. VENUTA IN FIRENZE DI CARLO DI VALOIS. — CACCIATA DEI BIANCHI. — ESILIO DI DANTE. [AN. 1301-1302.]

«Levatevi o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro e il fuoco colle vostre mani, e distendete le vostre malizie; palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti: non pensate più; andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della fede e dell’amore; nieghi l’uno all’altro aiuto e servizio; seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granai de’ vostri figliuoli. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende uno per uno. Guardate a’ vostri antichi, se ricevettero merito nelle loro discordie. Non v’indugiate, miseri; chè più si consuma un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e piccola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno.»

Con queste parole Dino Compagni, dà principio al secondo libro della sua storia, apprestandosi a narrare i tristi fatti che seguitarono per la venuta in Firenze di Carlo di Valois, che ebbe soprannome di Carlo senza terra, perchè avendo tutta sua vita cercato un regno, non l’ebbe mai. Questo principe, fratello di Filippo il Bello di Francia, era passato in Italia in soccorso del re Carlo II di Napoli alla guerra di Sicilia, allettato anche dalla speranza che il Papa a lui avea data di cose maggiori. Ma i seguaci di parte nera tanto avevano operato presso Bonifazio, mettendo innanzi che la città tornava in mano dei Ghibellini, gli Spini suoi mercatanti di tante reti lo avevano avviluppato, che appena il Valois fu disceso in Italia, lo stesso Pontefice l’aveva pregato venisse in Firenze per essere ivi arbitro e finitore delle discordie con titolo di paciero. Ma era sospetta la costui venuta molto ai reggitori di Firenze che seguitavano parte bianca; il perchè mandarono al Papa tre ambasciatori, uno dei quali fu Dante Alighieri. Molto in quei mesi poteva in Firenze l’autorità di tanto ingegno: aveva nei Consigli due volte opinato così da offendere del pari Bonifazio ed il Valois, negando al primo cento cavalli da lui chiesti, e al secondo ogni sussidio per la impresa di Sicilia. Quando si fu al mandare l’ambasciata in Roma, avrebbe egli detto queste superbe parole: «s’io vo, chi resta? s’io resto, chi va?» Andò con gli altri;[105] ed appena giunti, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse loro in segreto: «perchè siete voi così ostinati? umiliatevi a me, ed io vi dico in verità, che io non ho altra intenzione che di vostra pace: tornate indietro due di voi, ed abbiano la mia benedizione se procurano che sia ubbidita la mia volontà.» Due si partivano, rimase Dante. Mentre era Carlo in via, gli si erano appresentati in Bologna uomini mandati dalle due parti; quelli dei Neri dichiarandosi Guelfi e fedeli della Casa di Francia; quelli dei Bianchi protestandosi del pari amici di lui, e facendogli molte profferte: nondimeno egli per allora, senza passare nè per Pistoia nè per Firenze, tirò diritto a Roma.

Cadeva appunto allora in Firenze la elezione della nuova Signoria; tra gli eletti era Dino Compagni: ma gli altri pure erano uomini non sospetti e buoni, nei quali il popolo minuto non meno che i Bianchi riponevano grande fidanza; ma tuttavia troppo deboli rispetto alle presenti condizioni della Repubblica, e tali che i Neri si confidavano guadagnarseli. Accorsi a visitarli, dicevano loro: «Signori, voi siete buoni, e quali bisognavano a questa nostra città. Voi vedete la discordia dei cittadini: a voi conviene pacificarli, o la città perirà. Voi siete quelli che avete la balía. E noi a ciò fare vi profferiamo l’avere e le persone di buono e leale animo.» Rispondeva loro Dino per commissione dei suoi colleghi, e diceva: «Cari e fedeli cittadini, le vostre profferte noi riceviamo volentieri, e cominciare vogliamo a usarle: e richieggiamovi che voi ci consigliate in tal guisa, che la nostra città debba posare.» Promisero intanto accomunare gli uffici tra gli uomini delle due parti. «E così noi perdemmo il primo tempo (seguita Dino), perocchè non ci ardimmo a chiudere le porte nè a cessare l’udienza ai cittadini; diemmo loro intendimento di trattare la pace, quando si conveniva arrotare i ferri.[106]» Più di loro ne sapeva messer Corso pel suo ingegno e per la domestica educazione a maggioreggiare. Quei dabbene, usciti dal banco o dal fondaco, non erano atti a reggere lo Stato in condizioni tanto difficili, tra ’l furore delle parti, in faccia al Papa ed allo straniero. I Capitani di parte guelfa, esortati a ciò dai Priori, si diedero di buon animo a interporsi per la concordia; ma niuno gli ascoltava, anzi in quel mentre i Neri, che aspettavano la venuta del Valois, fecero deposito pel soldo di lui e de’ suoi cavalieri di settanta mila fiorini d’oro.

Carlo intanto da Roma si era mosso inverso Toscana, e giunto a Siena, inviava suoi ambasciatori a Firenze, chiedendo essere quivi ammesso. I Signori, per essere il caso grande e nulla volendo fare senza il consentimento de’ loro cittadini, richiesero il Consiglio generale della parte guelfa, e le Arti divise nei settantadue mestieri, i quali tutti avevano consoli; e imposero loro, che ciascuno consigliasse per iscrittura, se alla sua Arte piaceva che messer Carlo di Valois fosse lasciato venire in Firenze come paciere. Risposero tutti, si accogliesse come signore di nobile sangue; salvo i Fornai, che dissero che nè ricevuto nè onorato fosse, perchè venía per distruggere la città. Gli furono dunque mandati alcuni autorevoli cittadini a significargli che poteva liberamente venire come paciere, purchè promettesse per lettere bollate che non intenderebbe con ciò acquistare giurisdizione sopra i cittadini, non occuperebbe veruno onore della città nè per titolo d’Impero nè per altra cagione; nè le leggi della città muterebbe, nè le usanze. Avevano pregato il suo cancelliere a distorlo dal fare l’entrata il dì d’Ognissanti, perchè il popolo minuto in tal giorno faceva festa coi vini nuovi; il che poteva dare cagione d’assai scandali. Gli ambasciatori si presentarono al principe per avere le suddette lettere bollate; che se non avessero potuto conseguirle, avevano comando di negargli il passo e la vettovaglia, quando fosse giunto a Poggibonsi. Ma egli promise tutto, e diede la lettera: «ed io la vidi, e feci copiare (soggiunge Dino), e tennila fino alla sua venuta.» E quando fu venuto, io lo domandai, se di sua volontà era scritta: rispose, sì certamente. E perchè egli camminava alla volta di Firenze con paurosa esitanza, i Neri per affrettarlo gli donarono diciassette mila fiorini.