Nello stesso anno 1293, per fortificare il governo del popolo e per abbattere sempre più il potere dei grandi, chè spesso la guerra gli rinvigoriva, i Fiorentini acconsentirono a fare pace co’ Pisani affievoliti e abbassati dalla fortuna delle armi: i Pisani rimandassero il conte Guido di Montefeltro riponendo i Guelfi, e avessero in Pisa i Fiorentini libera franchigia, senza pagare gabella di loro mercatanzie. A detta pace intervennero i Lucchesi ed i Senesi e tutte le terre della lega guelfa di Toscana. In questo tempo era tanto il tranquillo stato, che dì e notte non si chiudevano le porte della città; nè vi avea gabelle; ma essendovi bisogno di moneta, anzichè porre balzelli, si vendevano le mura vecchie e i terreni dentro e di fuori ai confinanti. Ed il Comune rivendicò parecchie sue giurisdizioni sulle terre del distretto.[91] Così nel cominciamento di questo nuovo Stato si fece molto di bene al Comune, ed a ciascuno cui per l’addietro fossero dai potenti state occupate le possessioni, furono restituite. Riebbe il Comune per questo modo la giurisdizione intera di Poggibonsi, che si reggeva prima da sè, e di Certaldo e di Gambassi e di Loro e di altre terre, e molte possessioni state prima occupate dai Conti e nel Mugello dagli Ubaldini, e in città lo spedale di sant’Eusebio, nel quale i grandi avevano poste le mani. Il popolo era molto fiero e caldo dentro e al di fuori, ed in signoria. L’autore di un maleficio essendosi fuggito in Prato, mandarono i Signori un messo a richiederlo: e perchè i Pratesi, allegando la libertà loro, negarono darlo, gli condannarono a pagare lire diecimila e che lo rendessero. Stavano sempre disubbidienti; ma quando udirono mosse le masnade dei Fiorentini inverso Prato, diedero i danari e il malfattore.

De’ primi ad essere puniti, secondo le leggi novellamente poste, furono i Galigai, uno dei quali rissando aveva ucciso in Francia un popolano. Dino Compagni, istorico di quei fatti e che fu il terzo Gonfaloniere di giustizia, col gonfalone e le armi andò alle loro case ed a quelle dei loro congiunti, e le fece disfare secondo le leggi. Questo principio fu pernicioso ai Gonfalonieri seguenti (così Dino); perchè se le disfacevano secondo le leggi, il popolo diceva che erano crudeli, e che erano vili, se non le disfacevano bene affatto: quindi avvenne che molti sformarono la giustizia per tema del popolo. Uno dei Buondelmonti avendo commesso un maleficio di morte, gli furono disfatte le case per modo che dipoi ne fu ristorato. Pochi maleficii si nascondevano, che dagli avversari non fossero ritrovati; ma la giustizia però, o a dir meglio le vendette, si facevano disegualmente. I giudici ossia tutta la turba dei legisti che insieme ai rettori o magistrati forestieri intervenivano nei giudizi, diversamente corrotti o parteggianti in vario modo, ingarbugliavano le ragioni, ed era lagnanza che tenessero sospese lungamente le questioni e ogni ragione si confondesse. Troppo gran braccio dato ai giudici cresceva il male che era inerente alla ingiustizia delle leggi, da cui pigliavano scusa i giudici a non mantenerle. Ma i grandi di questo fortemente si dolevano, ed agli esecutori di esse dicevano: «un caval corre e dà la coda nel viso a un popolano; o in una calca uno darà di petto senza malizia ad un altro, o più fanciulli di piccola età verranno a questione; gli uomini gli accuseranno; e se battiamo un nostro fante, dobbiamo noi essere disfatti?» Giano della Bella, uomo di grande animo e tanto ardito che difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri taceva, era tutto contro a’ colpevoli; e tanto era temuto dai rettori, che non osavano nascondere i maleficii. Allora i grandi cominciarono a parlare contro a lui, e abbominando le leggi, minacciavano di squartare i popolani che reggevano. Tali minaccie rapportate furono cagione che questi sempre più inacerbissero, e per paura e sdegno inasprissero le leggi; sì che da ciascuna parte l’odio si raddoppiava.

Il magistrato di parte guelfa era la sede e la fortezza dove i grandi ritenevano tuttora il grado che in altri uffici era loro dinegato; e per lunghi anni vedremo noi contro agli artefici accesa la guerra di quel magistrato, rifugio ultimo che rimanesse alla ingerenza dei magnati. Quelli che ne erano capitani, solevano essere cavalieri; e contro a questi aveva ordinato Giano, che le famiglie dove fossero uomini aventi il grado di cavaliere, s’intendessero dei grandi e fossero inabili ad essere dei Signori, o ad aver luogo nei Collegi: queste famiglie furono trentatre.[92] Si trova altresì che Giano volesse togliere ai Capitani di parte guelfa il suggello ed il mobile o patrimonio della Parte, che era cresciuto in quegli anni, come era stato l’intendimento della sua prima istituzione: ma ora Giano volea quei beni recare in comune, non già che fosse egli poco guelfo, ma per abbassare i grandi che dominavano quell’ufficio. Con essi andavano uomini potenti, i quali non tutti erano nobili di sangue ma per altri accidenti chiamati grandi,[93] e molti che aveano co’ magnati parentela. A questi erano da aggiugnere non pochi uomini di famiglie nobili per ambizione fatte di popolo, ma cui sarebbe piaciuto meglio avere grado dalla nobiltà loro, che non sedere nei Consigli come speziali o lanaioli. Tutti costoro male pativano l’uguaglianza delle leggi, ed astiavano l’autorità di Giano, e la parte troppo grande da lui toltasi nello Stato. Toccando quel tasto il quale sapevano in Firenze essere il più sensitivo, spargevano ch’egli col togliere forza al magistrato di parte guelfa volesse di cheto dare mano ai Ghibellini e fargli salire di bel nuovo in signoria: in ogni tempo questa fu l’arte dei potenti Guelfi, tenere il popolo a sè ubbidiente con la paura dei Ghibellini; la quale valse allora non poco a sgominare la parte stessa che era con Giano stata da prima, e per siffatti sollevamenti a rigonfiare la feccia plebea. Era uno chiamato Pecora, gran beccaio protetto dai Tosinghi, il quale faceva la sua parte con falsi modi e nocivi alla Repubblica: tutti l’avevano in odio, persino gli altri dei beccai, perchè le sue malizie usava senza timore, minacciava i rettori e gli ufficiali, e profferivasi a malfare con grande nerbo di uomini armati. Giano, ambizioso di stare contro a ogni disordine egli solo, bentosto si ebbe tirato addosso molto gran piena d’inimicizie; i grandi attizzavano le gelosie de’ falsi amici, e le invidie popolari, e la malizia dei giudici, e le ree opere de’ beccai. Si congiurarono contro lui; congreghe si facevano in casa dei grandi; il partito d’uccidere Giano, più volte posto, non ebbe seguito; gli artifiziosi consigli prevalsero. «Ed io (scrive Dino) gli palesai la congiura un giorno che io era con molti, e tra essi dei falsi popolani, per raunarci in Ognissanti, e Giano se n’andava a spasso per l’orto; e mostraili come lo faceano nemico del popolo e degli artefici, e che il popolo gli si volgerebbe contro.»

Così accesi erano gli animi, allorchè messer Corso Donati, de’ più nobili e possenti cittadini di Firenze, ebbe parte in una zuffa nella quale per alcuni suoi familiari e consorti era stato morto un popolano ed alcuni altri feriti. Correndo il gennaio del 1295, fu presentata l’accusa da ambe le parti, ed il processo era venuto innanzi al potestà Gian di Lucino da Como, cavaliere di gran senno e bontà. Il popolo era contro a messer Corso e attendeva che il Potestà lo condannasse. Già il gonfalone della giustizia era stato tratto fuori, quando il Potestà (dicono) ingannato da un suo giudice, assolvè il Donati e condannò gli avversari suoi. Il popolo minuto credette che ciò avesse fatto per danari, e uscendo a corsa dal palagio, gridò ad una voce: muoia il Potestà! al fuoco, al fuoco! all’armi, all’armi! viva il popolo! Si armarono allora e trassero a furia al palagio del Potestà con stipa per ardere la porta. Giano, che era coi Priori, udendo il grido, esclamava: io voglio andare a campare il Potestà dalle mani del popolo. E monta a cavallo e si presenta alla moltitudine, esortandola di richiamarsi in debito modo al Gonfaloniere di giustizia; ma la plebe forsennata gli rivolta contro le lancie e lo costringe a tornare indietro. Anche i Priori scendono in piazza col Gonfaloniere per attutare quel furore, ma invano; chè il popolo invade il palagio, pone a ruba i cavalli e gli arnesi del Potestà, straccia i processi, pone le mani addosso alla sua famiglia, ed in quella rabbia commette di mille strane cose. Il Potestà e la sua moglie, gentildonna di gran bellezza, menata da lui di Lombardia, spaventati chiamando la morte si erano rifugiati nelle case de’ Cerchi: messer Corso, che era pure nel palagio, non per anche terminato, fuggì per i tetti. «Il dì seguente si radunò il Consiglio e per onore della città fu deliberato, che le cose rubate si rendessero al Potestà, e che del suo salario fosse pagato: e così fecesi, ed ei partissi.»

La città rimase in gran disordine: i cittadini buoni biasimarono quello che era stato fatto, altri ne dava la colpa a Giano cercando cacciarlo o farlo mal capitare, e diceano: poichè cominciato abbiamo, osiamo il resto. I grandi e i giudici e notai con molti popolani grassi, amici e parenti de’ grandi, accordatisi contro lui, fecero sì che i nuovi Priori loro aderenti formassero inquisizione contro a Giano e suoi seguaci per aver messo la terra a romore. Ma il popolo minuto per ciò grandemente conturbato si affollò attorno alla casa di Giano, profferendosi di esser con lui in arme a difenderlo e correre e combattere la terra. E già un suo fratello avea tratto in Orto san Michele un gonfalone dell’arme del popolo; ma Giano vedendosi tradito ed ingannato da quelli stessi che erano stati con lui a fare il popolo, e conoscendo che la loro forza unita a quella dei grandi era molto potente, e che tutti già si erano assembrati in arme attorno al palagio dei Priori, abborrì dalla guerra civile. I Magalotti suoi parenti, famiglia che aveva tra gli artefici grande seguito, lo consigliarono che a cansare quei primi impeti si assentasse alquanti giorni dalla città. Ed egli, cedendo al malo consiglio, si partì di Firenze il 3 marzo 1295: subito fu sbandito, e condannato negli averi e nella persona, e la sua casa rubata e mezzo disfatta. Si aggiunse ai suoi danni anche il papa Bonifazio VIII, come si rileva da un breve assai violento contro a Giano, fino a bandire la scomunica contro a chiunque lo favorisse; in essa involvendo tutta la città, nel caso che Giano vi fosse tornato, e ordinando sotto le censure stesse il bando anche di un suo fratello e di un nipote. Aveva egli l’anno innanzi avuto in Pistoia, dov’era andato potestà, gravi dissidii col vescovo, pe’ quali perdette la potesteria; e pochi giorni innanzi l’esiglio da Firenze, ebbe in Pistoia condanna di ribello egli ed una figlia di lui maritata. L’istoria non mai si conosce tutta intera; e in questo fatto noi troviamo Bonifazio sin da’ primi giorni del pontificato avere posto le mani nelle cose di Firenze, e ordite già quelle intelligenze nella città che indussero poi mutazioni tanto gravi.[94]

Moriva Giano esule in Francia. «Ciò fu gran danno alla città nostra, scrive Giovanni Villani, e massimamente al popolo, perchè egli era il più leale e diritto popolano, e amatore del bene comune, che uomo di Firenze, e quegli che mettea del suo in comune e non ne traeva. Era presuntuoso e volea le sue vendette fare, e fecene alcuna contro gli Abati suoi vicini col braccio del Comune: e forse per gli detti peccati fu per le medesime leggi, benchè a torto e senza colpa, giudicato.[95]» Lasciava Giano di sè gran traccia nella Repubblica di Firenze, che dall’ufficio del Gonfaloniere avrebbe pigliato maggiore forza e stabilità, se era creato a più lungo tempo. Ma il voto di lui e del Villani e del Compagni e degli altri buoni popolani, quello di mettere in comune il governo dello Stato cosicchè ad esso partecipassero le Arti maggiori e le minori e il popolo grasso e gli artefici minuti, cotesto voto incontrò pure nuovi e diversi impedimenti. Negli anni stessi era in Venezia Piero Gradenigo, pel quale mutavasi ivi il politico reggimento, ma oppostamente a quel di Firenze. Qui ogni cosa era per il popolo, tutto in Venezia per gli ottimati: parvero allora le due maggiori tra le città libere d’Italia capitanare le divisioni e la nazionale debolezza, la quale può dirsi che in quegli anni fosse decretata.

Capitolo IV. CERCHI E DONATI. — BIANCHI E NERI. [AN. 1295-1300.]

Bandito Giano della Bella, si venne ad accusare gli amici di lui, i quali furono condannati chi in cinquecento lire e chi in mille. La città rimase in grande discordia; chè prendendosi in disamina le azioni di lui, variamente se ne parlava in biasimo e in lode. Intanto i contrari occupavano gli ufficii: il Pecora beccaio, uomo bilingue, seguitatore di male, lusinghiero, insomma tristo per ogni verso, corrompeva il popolo minuto, ordiva congiure, e maliziosamente dava ad intendere ai nuovi Signori che erano eletti per sua operazione. Molti altri abbindolava promettendo loro ufficii: grande era del corpo, ardito e sfacciato e gran ciarlatore, e diceva palesemente chi erano stati i congiurati contro a Giano. Intanto, per voglia di mal fare, non per amore di giustizia, pigliava a perseguitare questo e quello; arringava spesso nei Consigli, e si millantava essere egli che aveva liberata la città dal tiranno Giano, e che molte notti era ito di queto con certo suo lanternino a sollecitare i congiurati ed a conferir con loro in non so quale cantina sotterra. I pessimi cittadini chiamarono Potestà un messer Monfiorito da Padova, povero gentiluomo, acciò rendesse ragione come a loro piacesse. Egli e la famiglia sua palesemente vendevano la giustizia, e non ne schifavano prezzo piccolo o grande che fosse: ma finalmente cadde in tanto abominio che i cittadini, non potendolo più soffrire, fecero pigliare lui e due suoi famigli e metterli alla tortura. Confessò cose che produssero vitupero e pericolo a molti; e nato disparere se dovesse più lungamente torturarsi o no, vinse la prima sentenza; e però quel cattivo cantò nuovamente sulla corda, sicchè nuova infamia ne raccolsero i rettori e parecchie condanne in danari. Ad onta che i Padovani più volte mandassero a domandare il Monfiorito, fu cacciato in prigione; e vi sarebbe vilmente marcito, se certa donna degli Arrigucci che aveva il marito in prigione con lui, non avesse loro fatto pervenire lime sorde ed altri ferri, per cui si fuggirono.[96]

I grandi frattanto non si ristavano dal tentare novità in Firenze: capi erano di quella parte Forese degli Adimari e Vanni de’ Mozzi e Geri Spini, i quali una volta si appresentarono in arme sopra cavalli coperti, co’ loro masnadieri e contadini; ma vista la forza del popolo soperchiare, si ritrassero senza far nulla. Avevano pure chiamato in Toscana un cavaliere Giovanni di Celona, che dall’Imperatore ebbe carta e giurisdizione sulle terre che egli guadagnasse. Venne costui per consentimento, come fu detto, di papa Bonifazio, e andò a posarsi in Arezzo con cinquecento cavalli; ma poco fece, e per trenta mila fiorini d’oro che a lui diedero i Fiorentini, si partiva. E questi frattanto, i quali avevano fatto lega con gli amici guelfi di Toscana, per afforzarsi da quella parte edificarono nel Valdarno di sopra i castelli di San Giovanni e di Castel Franco, dove si rifuggissero i vassalli dei vicini signori e tutti quelli che amavano la parte guelfa ed il viver libero. In Firenze erano anni prosperi; e allora ebbero cominciamento il grande tempio di Santa Maria del Fiore e quello di Santa Croce ed altri, e il Palagio del popolo per abitazione della Signoria. Ma (dice il Villani) la grassezza partorì superbia e corruzione, per la quale furono finite le feste e le allegrezze dei Fiorentini, che infino a quei tempi stavano in molte delizie e morbidezze. Dalla discordia dei Buondelmonti cogli Amidei, già gran tempo, erano sorte le maledette parti Guelfa e Ghibellina; ora dalle discordie di due altre famiglie, i Cerchi e i Donati, sorsero le parti Bianca e Nera: rinnovamento sotto altro nome delle fazioni medesime. Firenze la quale ogni dì montava per il numero di genti, chè aveva dentro più di trenta mila cittadini atti alle armi e più di settanta mila distrettuali in contado,[97] e buona cavalleria e franco popolo e ricchezze; signoreggiando quasi tutta Toscana, non paventando nè dell’Impero nè dei propri fuorusciti; Firenze la quale poteva a tutti gli Stati d’Italia colle sue forze rispondere; essa medesima colle proprie mani si fece quel male che dal di fuori non paventava. Era la famiglia dei Cerchi di nuova schiatta, ma buoni mercatanti e gran ricchi: tenevano molti familiari e cavalli, sfoggiavano in vesti ed in suppellettili, superbi per grande e numeroso parentado; ma uomini rozzi e salvatichi, siccome gente venuta di picciol tempo in grande stato e potere: avevano comprato il palazzo dei conti Guidi, il quale era presso alle case dei Pazzi e dei Donati in quel sesto di porta San Piero che si chiamò Sesto degli Scandali, perchè ivi la vicinanza di molte famiglie possenti era occasione di gelosie, ogni sesto avendo suoi propri uffiziali e quasi in sè le passioni di una piccola repubblichetta. I Donati erano gentiluomini e guerrieri; ma di poca ricchezza e possanza, sebbene capo di quella famiglia fosse un uomo assai formidabile, Corso, il cui nome stava in alto fino dalla giornata di Campaldino: talchè per la bizzarra salvatichezza degli uni e la superba invidia degli altri nacque sdegno tra le due casate. Tra gli avversari si lanciavano motti pungenti; e perchè Vieri, capo della famiglia de’ Cerchi e chiaro anch’egli in Campaldino, era di poca malizia e poco bel parlatore, quando si sapeva che avesse parlato nelle ragunate de’ suoi, Corso diceva ha ragghiato oggi l’asino di Porta: e i motti si risapevano, nè mancavano giullari che gli rapportassero anche l’un cento peggiori del vero.[98]

La divisione ebbe nuova esca dal seme di parte Bianca e Nera, venuto di Pistoia, dove un legnaggio di nobili e possenti uomini, ch’erano i maggiori di quella città, poco prima si era diviso in due parti, l’una detta dei Cancellieri bianchi, l’altra dei Cancellieri neri. I Fiorentini, per timore che di ciò non sorgesse ribellione a danno dei Guelfi, s’intromisero tra le due parti, e tolta per sè la signoria della città, sconsigliatamente mandarono a confino in Firenze questi e quelli: così gli odii pistoiesi passati a Firenze moltiplicarono la contaminazione. I Cerchi divennero capi di parte bianca, e i Donati di parte nera.[99] I cittadini grandi, e popolani e artefici minuti, viepiù si partirono; gli stessi uomini di chiesa diedero l’anima chi ad una setta chi all’altra. Quella dei Cerchi era la più numerosa, e pel grande seguito che avea, pareva che fosse in loro potere la città: erano ben veduti dagli artefici perchè di buona condizione e molto serviziati, e per la memoria di Giano della Bella cui avevano aderito: i Ghibellini gli amavano perchè meno duri nel mantenere le leggi: e allora si trova che i Cerchi disertando le raunate della parte guelfa, più si accostarono ai popolani e alla Signoria. Delle maggiori famiglie avevano seco gli Scali e tutti i Cavalcanti e gli Adimari, parte dei Mozzi, dei Bardi, dei Nerli, dei Frescobaldi, dei Rossi; i Mannelli, i Malespini, i Falconieri. Tutti i mezzani stavano con essi, e i migliori uomini che volevano con Dino Compagni l’egualità e la pace, e i fieri ingegni di Dante Alighieri e di Guido Cavalcanti per l’ampio concetto che si avevano formato del viver libero e civile. Cotesti già un poco infino d’allora si accostavano al ghibellinesimo, perchè i grandi e possenti Ghibellini essendo iti in bando, rimanevano di quella parte in Firenze le sole famiglie di minor conto, e con esse molti del minuto popolo, i quali educati alle antiche clientele in casa dei grandi, vivevano male sotto alla meno lauta e spesso più dura signoria dei grossi mercanti. Co’ Donati erano quasi tutti questi, nobiltà nuova e popolana che già intendeva in sè ristringere signorilmente lo Stato, unita co’ grandi Guelfi, ed insieme con essi volendo imporsi al popolo degli artefici. Aveva questa parte le sue maggiori aderenze fuori, e credito e amicizie co’ signori: la seguitavano in Firenze, tra gli altri, i Pazzi, i Visdomini, i Buondelmonti, i Tornaquinci, i Gianfigliazzi, i Brunelleschi, gli Acciaiuoli, e con molta parte delle casate loro due possenti uomini, Geri degli Spini e Rosso dei Tosinghi della Tosa, e le più grosse famiglie guelfe. Messer Corso Donati era cavaliere, gentile di sangue, del corpo bellissimo e grazioso parlatore, sottile d’ingegno, superbo, cupido, animoso, audacissimo nelle ambizioni e in quelle smodato; a grandi cose attendeva sempre. Era congiunto in amicizia co’ signori di fuori, e molti servizi faceva; radunava intorno a sè masnadieri, e grande seguito aveva: tale era quell’uomo.[100]